20 allenatori più pagati al mondo 2017
Zinedine Zidane, (Insidefoto.com)

Quali sono le società che hanno cambiato più allenatori nel corso degli ultimi 15 anni? Queste scelte hanno portato dei frutti? Oppure sono state solamente decisioni figlie della congiuntura negativa?

Domande naturali e opposte rispetto all’analisi di CF – calcioefinanza.it che nei giorni scorsi ha analizzato quanto fosse importante per una società pianificare un ciclo (e relativa durata) scegliendo il manager giusto per condurre una squadra alla vittoria.

 

Quanto incide il cambio di allenatore nei top club
Grafico 1: allenatori e permanenza media per top club (dal 2001/2002 al 2015/2016)

Analizzando il numero di allenatori che si sono alternati sulle panchine dei top club europei dal 2001/2002 al 2015/2016 (e non considerando manager con un “regno” inferiore a una settimana), è interessante notare come solo una società, l’Arsenal, abbia mantenuto lo stesso tecnico (Arsene Wenger) per gli ultimi 15 anni.

Il Manchester United sarebbe stato sulla stessa strada, ma l’addio di Sir Alex Ferguson ha fatto “precipitare” i red devils al secondo posto di questa particolare statistica.

Terzo posto ex-aequo per altri due club inglesi, Manchester City e Liverpool, con 6 tecnici a testa alla pari del Borussia Dortmund.

Per il Liverpool erano bastati due soli allenatori per coprire una decade (tra il 2001 e il 2010 si sono alternati solamente Houllier e Benitez) e un’accelerazione si è avuta in questi ultimi anni (anche a causa di risultati inferiori alle aspettative).

Discorso diverso al Manchester City in quanto ogni allenatore – tranne Sven Goran Eriksson – ha avuto la possibilità di allenare la squadra per più di una stagione: segno questo di una varianza minore tra le possibilità offerte a ciascun tecnico.

Per i gialloneri tedeschi invece l’era Klopp (7 stagioni tra il 2008 e il 2015) era stata portatrice di un’inconsueta stabilità dopo anni difficili caratterizzati da risultati non eccezionali e un’alternanza in panchina molto elevata (Sammer, Van Marwijk, Rober, Doll tra il 2001 e il 2007).

Comune denominatore delle squadre sopra citate è il fatto che un allenatore ha sempre avuto, in media, la possibilità di lavorare per più di due stagioni: segno dunque che il management sposa a pieno il progetto dei mister e con pazienza lascia impostare ai tecnici le strategie che ritengono più opportune anche con durata pluriennale.

Altro fatto è che stiamo comunque parlando di sole società inglesi, con eccezione dei tedeschi del Borussia Dortmund.

Per le altre squadre, al netto di Bayern Monaco (che nel cuore degli anni 2000 ebbe due stagioni difficili – 2006/2007 e 2007/2008 – in cui si alternarono quattro tecnici, Magath – Klinsmann – Hitzfeld – Heynckes) e Chelsea (dove nessun allenatore dopo il “primo” Mourinho è stato capace di infilare più di due stagioni consecutive), statisticamente sono i paesi latini ad avere una propensione maggiore per il “cambio allenatore”: dalle 1,88 stagioni per tecnico del Milan ai solo 1,04 anni di “pazienza” del Real Madrid.

In sostanza quando ci si siede sulla panchina dei blancos viene espressa una tacita sentenza: si è obbligati a vincere.

Se in 365 giorni, in media, non vengono raggiunti i risultati sperati, c’è un’altissima probabilità di essere chiamati nell’ufficio del presidentissimo Florentino Perez per lasciare il club.

Solo un allenatore è riuscito a resistere per tre anni sulla scottante panchina del Santiago Bernabeu e quell’allenatore risponde al nome di Josè Mourinho, non certo uno qualunque.

Dunque ogni club e ogni management ha la propria strategia: c’è chi tende a confermare più a lungo un tecnico sperando di godere dei benefici della continuità e c’è chi invece ritiene il cambio di allenatore come tassello necessario per invertire una rotta non in linea con le aspettative.

Chiaramente dietro a questo tipo di soluzioni ci sono ragionamenti diversi anche a livello di business: come all’Arsenal si ritiene che Arsene Wenger sia il vero valore aggiunto capace di plasmare giovani promesse e giocatori più maturi attraverso un gioco frizzante e veloce ormai tipico dei gunners senza aver l’ansia da “risultato” ad ogni costo, a Madrid la dirigenza a ogni campagna trasferimenti cerca di consegnare al proprio tecnico le chiavi di una squadra composta da giocatori di calibro mondiale e fuoriclasse in ogni ruolo: lecito aspettarsi dunque che se non si vince si ha poca speranza di restare in sella ai blancos.

Premesso dunque che c’è differenza di visioni a livello strategico per i club, vediamo chi è stato più performante a livello di vittorie negli ultimi 15 anni.

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Tabella 1: permanenza media, titoli, titoli per stagione per top club europei (dal 2001/2002 al 2015/2016)

Negli ultimi 15 anni, come si evince dalla tabella soprastante, è il Barcelona la squadra che ha messo più trofei in bacheca: ben 29 titoli (1,93 all’anno) per i blaugrana con 4 Champions League e 8 Liga.

Permanenza media di 1,88 anni considerando due “ere” lunghe come quelle di Rijkaard e Guardiola (ora Luis Enrique) e periodi di assestamento come agli inizi degli anni 2000 con Van Gaal, Antic e Rexach e poi in tempi più recenti con Vilanova e il tata Martino.

Stessa permanenza media (1,88 anni), ma meno trofei (26, cioè 1,73 all’anno) invece per il Bayern Monaco che tende a garantire sempre almeno due anni di “regno” ai propri allenatori (la statistica è infatti sporcata, come detto sopra, da quattro allenatori in due anni, chiamati in sequenza a risolvere i problemi di risultato dei bavaresi): non benissimo alla voce Champions League (solo una, con tre finali), ma top per campionati conquistati (9).

Terzo posto per il Manchester United capace di vincere 1,40 trofei a stagione a fronte di un orizzonte medio di permanenza di 3,75 anni per allenatore: se avessimo fermato il tempo nel 2013 oppure se Sir Alex fosse ancora in attività parleremmo di ben altra statistica.

Particolare il caso del Real Madrid (quarto) che ha la media di 1,13 titoli a stagione (3 Champions, 4 campionati) con una durata media dell’incarico di 1,04 anni per tecnico: in sostanza si macinano trofei tanto quanto allenatori.

Stessa permanenza media (1,36 anni per tecnico) e stesso numero di trofei (15, uno all’anno) per Inter e Chelsea; un titolo in meno (14) ma un po’ di pazienza in più (1,67 anni per tecnico) per la Juventus: resta però da dire che i bianconeri hanno avuto tre stagioni “vuote” in seguito alle note vicende di calciopoli (i due campionati in cui vennero revocati i titoli e l’anno della Serie B).

Particolare, come già detto il caso dell’Arsenal: stesso allenatore (Wenger) e 0,73 titoli all’anno (dove però la Premier manca dal 2004).

Altro caso da analizzare con puntualità è quello del Milan: 0,67 soltanto i titoli che i rossoneri hanno messo, in media, in bacheca negli ultimi 15 anni con 1,88 anni per manager.

Statistica questa che però è molto “sporcata” dalle ultime stagioni altalenanti: cinque allenatori e nessuna gioia dal 2013 ad oggi.

Se avessimo considerato la decade 2001-2010 sicuramente il Milan sarebbe stato al top sotto ogni punto di vista.

Chiudono infine tre squadre con la stessa permanenza media (2,50 anni per tecnico): Manchester City, Borussia Dortmund e Liverpool.

Se per i citizens e per i tedeschi la spiegazione di statistiche non propriamente brillanti dal punto di vista vittorie (0,40 trofei a stagione) e da ricercarsi nella “distanza” dal vertice alla partenza dell’analisi e dalla feroce concorrenza interna (il Bayern inarrivabile in Germania), discorso differente deve essere fatto per i reds: nel 2000/2001, cioè l’anno precedente alla data di inizio dell’analisi, la squadra allenata da Houllier vinceva ben tre titoli (tra cui la coppa UEFA) e si candidava ad essere protagonista anche in Champions (poi vinta nel 2005).

Nessuna Premier in bacheca e da quel momento solo una finale di Europa League (tra l’altro persa lo scorso anno) è stato il magro bottino del Liverpool: sicuramente non accettabile per una delle storiche big del calcio inglese.