Quando negli scorsi giorni abbiamo parlato dell’ipotesi di istituire un Salary Cap sul modello di quello americano per il calcio italiano in molti nel dibattito che si è sviluppato sui social network hanno evidenziato che sarebbe meglio istituire un sistema simile a livello europeo, in modo da non appesantire la competitività delle squadre italiane nelle Coppe, quantomeno nel breve periodo.

Il tema era emerso sin dai primi approfondimenti che C&F ha affrontato con Filippo Erba, studente di Economia all’Università Cattolica di Milano che negli Stati Uniti sta svolgendo una ricerca proprio sul sistema del tetto salariale negli sport americani e la sua applicabilità in Europa, in particolare in Italia. 

Guardando al lato applicativo sotto un’ottica nazionale, il Salary Cap funzionerebbe nello stesso modo per tutti i Paesi che lo adotterebbero, ovvero, nel momento della firma del contratto collettivo tra associazione giocatori e presidenti, si arriverebbe alla determinazione della cifra riguardante il Cap, cui tutte le squadre devono sottoporsi, guardando anche al livello di equilibrio economico-finanziario medio delle squadre componenti il campionato, col fine di individuare anche il cosiddetto Salary Floor, ovvero la cifra salariale minima che dette squadre devono distribuire; nel caso in cui un team non sia in grado di raggiungere la somma prevista per il Salary Floor, essa dovrà erogare stipendi pari alla differenza tra quest’ultima e l’effettivo ammontare dei salari distribuiti al termine della stagione.

Guardando, invece, dal punto di vista delle competizioni europee, l’attuazione del Salary Cap non ricondurrebbe sicuramente ad un annullamento delle differenze esistenti tra le squadre partecipanti, ma solo ad una diminuzione di essa, perché il livello medio di equilibrio economico-finanziario dei vari campionati nazionali è diverso: se è vero quanto detto prima, cioè che il monte salari distribuibile va a braccetto con tale equilibrio, è vero anche il fatto che non tutti i campionati nazionali hanno lo stesso livello medio di equilibrio.

In ogni caso, però, l’obiettivo centrale di un campionato, o di una competizione, organizzato secondo il metodo del Salary Cap è quello di incrementare il proprio livello competitivo. Cosa che non avviene affatto nel mondo calcistico contemporaneo, dove ad esempio in semifinale di Champions League dal 2010 arrivano solo squadre delle prime quattro nazioni del ranking (gli ultimi furono i francesi del Lione): una situazione che si è verificata solo 2 volte negli ultimi 10 anni (in precedenza ce l’avevano fatta gli olandesi del PSV).

Una situazione che nemmeno il Fair play finanziario ha saputo modificare risultando anzi piuttosto conservativo, visto che ad essere multate finora sono state le squadre che (investendo) hanno cercato di inserirsi nella vecchia elite del calcio europeo, ovvero Manchester City e Paris Saint Germain.

Si tratta dello stesso problema che sta affrontando l’Inter di Thohir (e la Roma di Pallotta non è stata da meno) e che un domani lo stesso Milan di Berlusconi potrebbe ritrovarsi a dover fronteggiare, pena la condanna ad un ruolo da comprimarie nel calcio europeo.

L’adozione di un Salary Cap europeo dovrebbe sottostare ad alcune pre-condizioni a partire dall’impegno delle federazioni in questo senso.

Fondamentale sarebbe la distribuzione dei ricavi da diritti tv non più a livello di club ma di campionato: il market poll dell’Italia andrebbe in altre parole riconosciuto in parti uguali a tutte le società di serie A, oltre ad un “premio di partecipazione” per le società impegnate nelle coppe.

Ai club rimarrebero poi gli introiti specifici legati al proprio marchio, al merchandising, alle sponsorizzazioni e ai risultati sul campo.

Una più equa spartizione di questa principale fonte di ricavo permetterebbe alle squadre di raggiungere una maggiore e sempre più accentuata indipendenza economica ponendola in effettiva competizione con le altre società; indipendenza economica la quale è condizione indispensabile perché tra le società si sviluppino corrette dinamiche concorrenziali.

1 COMMENTO

  1. Con tutto il rispetto è una cosa totalmente assurda, che ammazzerebbe ancora di più la serie a visto che anche con una distribuzione dei diritti tv più equa c’è una differenza enorme di ricavi tra le squadre migliori e le peggiori. Quindi la juve si dovrebbe mettere quasi sullo stesso piano del carpi per costruire la squadra? Senza contare che i giocatori vanno dove li pagano di più quindi sicuramente non italia ma in altre leghe con ricavi totali maggiori e quindi con un salary cap maggiore, rendendo la serie a ancora più povera di talenti rispetto ad adesso. L’unica soluzione per un maggiore equilibrio è la distribuzione dei diritti tv come in inghilterra ma è una cosa improponibile in italia visto i ricavi tv molto più bassi che renderebbero le squadre totalmente non competitive a livello europeo. La vera domanda è perchè l’italia non ha gli stessi ricavi tv inglesi? Perchè la premier ha una politica di espansione globale in tutto il mondo che porta sponsor, visibilità e che le tv sono disposte a pagare tantissimo dato che le partite sono viste in tutto il mondo. Una politica che in italia non sanno neanche cosa sia ma che è fondamentale ed è la causa dei bassissimi ricavi commerciali delle nostre società rispetto alle altre squadre europee perchè gli sponsor non investono in squadre di un campionato che non ha visibilità.

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