Come funziona il Salary Cap e come sarebbe la Serie A se lo applicasse? Ce lo siamo chiesti ed abbiamo provato ad approfondire alcuni aspetti avvalendoci della collaborazione di Filippo Erba, studente di Economia all’Università

Cattolica di Milano che negli Stati Uniti sta svolgendo una ricerca proprio sul sistema del tetto salariale negli sport americani e la sua applicabilità in Europa, in particolare in Italia. 

 

La Serie A in questo momento si trova di fronte ad un bivio ovvero la nuova strada da intraprendere per cercare di ritrovare quella competitività, sia a livello nazionale che europeo, che negli ultimi quindici anni è stata compromessa.

La soluzione più logica sarebbe quella di adottare un sistema di retribuzione salariale con cui si rafforzino le squadre più deboli così da accorciare la classifica e rendere più competitiva la stagione, perché, ora come ora, solo alcune delle partite che si andranno a disputare quest’anno possono essere ritenute praticabili a livello economico; tale soluzione è rappresentata dal Salary Cap.

Il Salary Cap può essere considerato come un regime in cui a tutte le squadre venga data la stessa possibilità di poter vincere lo scudetto, dove la firma del contratto di lavoro collettivo tra associazione giocatori e presidenti porti all’individuazione di una cifra, rappresentante il monte salari, con cui i team possano distribuire i salari ai giocatori presenti all’interno delle rispettive rose.

A dir la verità ci sarebbe una lega italiana che ha già iniziato ad utilizzarlo, la Serie B, la quale però ha fondato detto sistema su dei principi che nel breve termine la porteranno ad impoverirsi: detti principi si basano sul fatto che a ogni giocatore possa essere retribuito uno stipendio con un tetto massimo di 150.000€, rappresentato da una parte fissa di 75.000€ e da una parte variabile di altrettanti 75.000€ legati da i cosiddetti bonus, come gol, assist, presenze ecc.

Il fatto di impostare un tetto massimo a capo di ogni giocatore provocherebbe senza ombra di dubbio un indebolimento in prima battuta alla lega e di conseguenza alle squadre, per il semplice fatto che i giocatori andranno a firmare per quei team che offrono contratti più onerosi.

Meglio sarebbe: impostare una cifra massima cui devono sottostare tutte le squadre partecipanti al campionato, e in seguito stipulare una griglia riguardante le fasce salariali da erogare ai proprio giocatori correlate agli anni di esperienza, così che un giocatore con un anno di esperienza tra i professionisti non guadagni di più rispetto ad un altro che ci giochi da più anni.

Ciò che rende interessante il Salary Cap è ciò che accade nel momento in cui una squadra sfora la cifra massima stabilita per l’erogazione salariale: nel caso in cui il Cap fosse fissato a 60 milioni e un team distribuisse stipendi per 80 milioni quest’ultima sarà costretta a pagare una multa, la cosiddetta Luxury Tax, il cui ammontare sarà dato dalla differenza tra totale effettivamente distribuito e Cap.

La Luxury Tax però non è una multa che le squadre pagano a fondo perduto: essa andrà a finire nelle tasche di quelle squadre che al termine del mercato non avranno sforato il Cap.

Cercando di applicare detto sistema nel contesto del calcio italiano, i risultati si potranno vedere nel lungo periodo, quando il livello delle squadre iscritte al campionato sarà pressoché omogeneo, la competitività sarà estremamente alta e ognuna di queste ultime avrà la possibilità di lottare per la prima posizione.

Facendo un esempio, nella lega professionistica americana di Hockey, la National Hockey League, la cifra Cap è determinata ogni anno da una percentuale relativa all’incremento dei ricavi delle squadre iscritte al campionato e, dal 2005 a questa parte, il Cap è aumentato del 54,62%, il che vuol dire che nel giro di 10 anni i profitti di dette squadre sono aumentati della medesima percentuale, dove, in questo arco di tempo, solo i Chicago Blackhawks sono riusciti a ripetersi: nel 2010, nel 2013 e nel 2015; sintomo di una competitività che sta alla base del progetto.

L’obiettivo del Salary Cap, però, non è solo quello di aumentare la competitività e omogeneizzare i team di un lega, ma esso punta anche a salvaguardare l’equilibrio economico, patrimoniale e finanziario delle squadre partecipanti, con alla base il principio della continuità aziendale di un’impresa, sancito dall’art. 2423 del codice civile.

Non si potrebbe più verificare un fenomeno come quello del Parma FC, che, vantando una bacheca delle più ricche degli ultimi 10 anni, per colpa di una cattiva gestione, precipiti nella lega dilettanti.

Detto questo, il Salary Cap potrebbe essere definito come sinonimo di Democrazia calcistica, dove il diritto di poter vincere, che viene dato alle squadre, è il medesimo per ciascuna di esse; al contrario di quello che avviene nel calcio contemporaneo, dove le possibilità di successo sono distribuite in relazione alle risorse finanziarie ed economiche disponibili.

Vi immaginereste mai un sistema di elezioni politiche dove il vostro diritto di voto pesi quanto il vostro reddito?

5 COMMENTI

  1. Ho letto l’interessante articolo. Per quanto riguarda il tetto salariale implementato da Lega B, evidenzio che il meccanismo prevede una verifica non solo a livello individuale, come riportato nell’articolo, ma anche a livello di monte emolumenti complessivo. In particolare, è previsto per i club un limite agli emolumenti lordi pari a una determinata percentuale del fatturato (al netto delle plusvalenze derivanti dalla cessione dei diritti pluriennali alle prestazioni dei calciatori). Nel caso in cui gli emolumenti di un club superino la suddetta soglia, si attiva la verifica a livello di singolo contratto. Pertanto, se una società rispetta la soglia complessiva può sottoscrivere contratti per un importo maggiore rispetto al limite individuale. Qualora una società non rispetti congiuntamente la soglia complessiva e il limite individuale, incorre in una decurtazione delle risorse economiche di spettanza, pari allo sforamento riscontrato. Riteniamo che il meccanismo progettato rappresenti uno strumento equilibrato che contempera da un lato l’esigenza di educare il sistema a sostenersi sui ricavi generati internamente e di disincentivare l’overspending da parte dei club e dall’altro quella di lasciare autonomia ai medesimi nelle decisioni di investimento senza che si determini un depauperamento tecnico delle rose.

  2. Cosa succederebbe con le promozioni e retrocessioni? Nel caso, per esempio, la Juventus vincesse il campionato con un budget stipendi di 60 milioni di euro e un cap di 40, i 20 milioni in più verrebbero divisi anche tra le squadre che l’anno seguente verrebbero su dalla B o solo tra quelle già presenti in A? E nel secondo caso non si creerebbe un divario a lungo andare?

    • Ciao Samuele, sì, effettivamente le retrocessioni sono un problema in questo senso. Cosa succederebbe non lo si può sapere perchè il sistema non esiste ma quella che tu evidenzi è indubbiamente una criticità.

      • pensavo però che (forse non a caso) nei campionati professionistici americani (Nhl, Nba, etc..) la retrocessione non è presente….forse il salary cap e la relativa omogeneizzazione tra le squadre che ne consegue, insieme all’isituto del draft, possono dispiegare meglio i propri effetti proprio in un contesto che non preveda retrocessioni e promozioni, ma in europa implicherebbe un bel cambiamento di abitudini

LASCIA UNA RISPOSTA:

Please enter your comment!
Please enter your name here