Allarme del Sindacato Calciatori: uno su tre è depresso. Siamo spesso abituati a pensare ai calciatori come a una categoria di privilegiati con stipendi milionari e in grado di possedere quello che noi probabilmente non potremmo avere a disposizione in una vita intera, ma spesso si tende a ritenere che i soldi non facciano la felicità. E’ un po’ quello che sostiene il Sindacato Calciatori: almeno uno su tre, compresi quelli che abitualmente vediamo in campo in Italia, sarebbero infatti affetti da una sindrome depressiva.

A mettere in evidenza questa situazione, ai più sconosciuta, è uno studio di cui parla oggi il “Corriere della Sera”portato a termine dal sindacato mondiale dei calciatori (FifPro): tra 607 giocatori in attività e 219 ritirati (in totale826) il 38% e il 35% dichiarano di avere o avere avuto sintomi di depressione; il 23 e 28% hanno anche disturbi legati al sonno o all’abuso di alcol (il 9% dichi è in attività, il 25% degli ex).

Si tratta comunque di un problema che non riguarderebbe solamente i giocatori che militano nel nostro campionato, ma che coinvolgerebbe ben 11 Paesi tra potenze del mondo del pallone e realtà più piccole,Belgio, Cile, Finlandia, Francia,Giappone, Norvegia, Paraguay,Perù, Spagna, Svezia e Svizzera. Una situazione di questo tipo, come ha ribadito quindi il Sindacato Calciatori, non può passare in secondo piano.

Di questo non poteva non parlare Damiano Tommasi, presidente dell’Aic: “Uno su tre è tanto, non so se in Italia la situazione sia migliore. Ma al dei numeri si tratta spesso di vite al limite, con grandi pressioni, in cui si passa dall’esserequalcuno a sentirsi una nullità. Noi cerchiamo di lavorare con le società su questo, ma ancheil nucleo familiare gioca unruolo chiave. Si ragiona sempree solo sugli stipendi, però dietro ai personaggi — e oggi sidiventa tali troppo in fretta — ci sono le persone, che magari fin dall’adolescenza hanno sacrificato tutto allo sport. Un azzurro molto importante mi hadetto tre anni fa: “Un calciatorenon ha diritto neanche di essere triste…”. Le dinamiche personali, come per tutti, non sono solo quelle legate al lavoro”.

I casi di cronaca che dimostrano quanto questo fenomeno sia diffuso sono sotto gli occhi di tutti, anche se spesso tendiamo a dimenticarlo: l‘ex presidente del sindacato inglese, Clarke Carlisle, ha tentato il suicidio, il probabile portiere è riuscito invece nel suo intento distruttivo, così come il giovane ct del Galles, Gary Speed.

La psicologa dello Sport Marisa Muzio invita quindi a non sottovalutare il problema, anche se non tutte le situazioni hanno certamente lo stesso livello di gravità: “Questi dati non mi sorprendono.Confermano studi e ricerche condotte negli anni e la mia attività professionale sul campo. Attenzione all’allarmismo: la depressione ha tanti livelli di gravità, come non c’è dubbio che lo sport d’alto livello sia ungrande generatore di ansia. Non credo, però, che manchino gli strumenti per intervenire, o meglio, per prevenire. Piuttosto è ancora carente una corretta cultura di gestione della dimensione mentale dell’atleta”.

Anche in Italia, anche se se ne parla davvero poco, esistono giocatori con un problema di depressione ed è per questo che è importante che il Sindacato Calciatori vigili: In Italia, soprattutto nello sport dei campioni stanno aumentando le domande di intervento dello psicologo. Il fatto positivo è che le maggiori richieste nascano non necessariamente da situazioni di bisogno, o di disagio. Piuttosto, colgo che c’è un maggior consapevolezza dell’importanza del lavoro mentale, che può aumentare resilienza, concentrazione, empatia, o l’intelligenza emotiva. Quest’ultima è così importante nello spogliatoio. Proprio l’emotività di un atleta, se attivata nel modo corretto, migliora la performance. E non si parla solo dei giocatori: sono anche le competenze chiave di una leadership efficace in panchina”.

L’Aic ha intenzione di intervenire soprattutto nelle situazioni di fine carriera, dove il rischio di depressione è concreto visto che non tutti accettano con serenità il momento in cui i riflettori si spengono: “Puntiamo sulla formazione — spiega il vice presidente Umberto Calcagno — per rendere meno traumatico il momento dello stop. Ma non è facile spiegare ai più giovani i rischi del ‘dopo’. L’altro fronte è quello degli infortuni e delle malattie professionali degli ex. Per rendere tutto più umano bisognerebbe giocare meno”.

 

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Giornalista, laureata in Linguaggi dei media all'Università Cattolica di Milano. Esperienza soprattutto in siti internet e qualche incursione in TV e sulla carta stampata.