App per lo sport. Non solo Nike contro Adidas. Anche Apple, Google, Samsung, Hauwei entrano a pieno titolo nella “guerra dei brand” fortemente interessati al mercato sportivo, all’interno del quale quello calcistico ricopre una importanza centrale.
Se c’è un infatti mercato tecnologico che in questo periodo sta conoscendo particolari fortune è quello delle app per lo sport, le applicazioni destinate a chi pratica attività sportiva destinate a misurare le prestazioni e fornire informazioni sempre più dettagliate.
Basti pensare all’ultima acquisizione di Runtastic (70 milioni di utenti) da parte di Adidas (220 milioni la cifra sborsata) con l’obiettivo di contrastare la crescita di Nike che da tempo aveva elaborato il suo Nike+.
Ma anche le acquisizioni societarie – per stare in un ambito più affine al calcio – di cui Calcio e finanza ha dato notizia negli ultimi mesi. Come quella dell’americana Stats nei confronti dell’inglese Prozone o l’allargamento del perimetro di Gracenote che ha investito 54 milioni per acquisire l’olandese Infostrada e la canadese SportsDirect.
Se operazioni come queste sembrano fare sempre più l’interesse delle startup, che in fondo nascono dalla mente di creatori che hanno tra i propri obiettivi anche quello di valorizzare a suon di milioni le proprie intuizioni tecnologiche, la vera sfida nasce tra i grandi brand e non solo nei perimetri tradizionali.
La parola d’ordine è «autovalutazione». Gli sportivi a tutti i livelli – dagli amatoriali e dilettanti fino ai professionisti – hanno sempre più bisogno di raccogliere informazioni sulle proprie attività: per questo contano, misurano, comparano le proprie performance, grazie a una moltitudine di applicazioni e dispositivi (orologi, braccialetti ecc.), per i quali non esitano a sborsare centinaia di euro. Non c’è dunque da stupirsi che il mercato di queste apparecchiature faccia gola anche a colossi come Nike e Adidas che quindi diventano concorrenti diretti dei big della tecnologia.
Adidas. Nel 2012 la casa tedesca fece uscire la scarpa da calcio connessa. Quindi il pallone da calcio intelligente. Ma nel frattempo i competitor hanno fatto passi da gigante ed allora ecco la recente risposta con l’acquisizione di Runtastic.
Nikie. Il sistema Nike+ è un fiore all’occhiello. Nel 2006 è stato messo a punto per misurare le performance attraverso un ipod. Nel 2012 sono arrivate invece le scarpe da basket coi sensori. Nel frattempo il braccialetto FuelBand ha conosciuto crescenti fortune, nonostante una class action che ha imposto a Nike un esborso tra i 3 e i 4 milioni (per pubblicità ingannevole).
Gli altri. Oakley è una casa che produce occhiali ed ha sviluppato una maschera da sci connessa, che permette, tra le altre cose, di misurare la propria velocità sulle piste. Il produttore di racchette Babolat ha inserito su alcuni dei suoi modelli un sensore che consente di misurare le proprie performance. La giapponese Asics si è invece affi data alla francese Citizen Sciences per sviluppare le sue T-shirt connesse, in grado di raccogliere dati sulla frequenza cardiaca, sulla respirazione, la temperatura corporea e la localizzazione per poi trasmetterli allo smartphone tramite Bluetooth.
Tutti questi dispositivi, oltre a creare nuove relazioni tra i clienti e i marchi, consentono a questi ultimi di saperne di più sulle abitudini degli utilizzatori, per poi proporre loro nuovi prodotti.
Ecco perchè a Nike e Adidas stanno diventando sempre più competitor dei giganti dell’elettronica consumer, come Apple, Google, Samsung e Huawei: tutti questi big, infatti, propongono da tempo sensori o applicazioni destinati agli sportivi. E non è detto che presto anche loro non “allarghino” il loro raggio facendo il percorso al contrario, ovvero proponendo prodotti ad altissimo valore aggiunto tecnologico ma con una ricerca particolare sui materiali in grado di andare a colpire il core business dei nuovi competitor che vengono dallo sport.