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Il 61% degli ex calciatori non lavora più nel pallone. Lo svela uno studio di Aic e Studio Ghiretti

“Quella del calciatore è una vita da privilegiati. Surreale. E’ un mondo che non rispecchia la realtà. I problemi che sono costrette a gestire, tutti i giorni, molte persone non ti sfiorano nemmeno. Diciamo che sono passato dalla vita surreale a quella reale. Ora mi ritrovo a parlare con persone con problemi concreti”.

A dirlo è Carlo Nervo, ex colonna del Bologna degli anni Novanta e primi Duemila ed oggi imprenditore del ramo mobili. Lui è uno dei tanti calciatori che una volta finita la carriera non ha proseguito nel mondo del pallone e finendo per fare tutt’altro. Nervo, prima di gestire un showroom di mobili di design, è stato anche sindaco di Solagna, paesino di poco più di 1000 abitanti in provincia di Vicenza.

Perché non tutti restano nel calcio, una volta appesi gli scarpini al chiodo. Anzi, nelle ultime tre stagioni solo il 10% degli ex calciatori professionisti ha lavorato nel calcio in maniera continuativa. A svelarlo è una ricerca su che fine fanno i giocatori dopo la loro carriera sui campo di calcio, dal titolo “Fine primo tempo – Analisi sul ‘dopo-carriera’ dei calciatori professionisti” e redatta dall’Aic (Associazione Italiana Calciatori) in collaborazione con lo studio Ghiretti & Associati.

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Solo il 16% degli ex giocatori ha lavorato nel calcio nella stagione 2014/15 – Grafico contenuto nel report “Fine primo tempo”

Il lavoro è stato presentato il 21 luglio, all’interno della mostra “Football Heroes” di piazza San Babila a Milano.

Il metodo d’analisi

Lo studio “Fine primo tempo” si compone di tre parti. La prima, intitolata “Che fine hanno fatto”, è un’indagine realizzata su 2611 calciatori in attività nella stagione 1992/1993; la seconda è un’indagine svolta su 499 calciatori che hanno giocato l’ultima stagione sportiva (2014/2015) che hanno risposto ad un questionario con domande inerenti il futuro in termini di idee, progetti, inclinazioni, preoccupazioni, settori di interesse, formazione; infine, la terza parte è dedicata alle storie e alle testimonianze di alcuni dei calciatori che hanno disputato la stagione 1992/1993 in relazione al loro percorso lavorativo post carriera calcistica.

Il 61% degli ex calciatori non lavora nel pallone

Dalla ricerca “Fine primo tempo” emergono diversi dati interessanti. Il primo: se un calciatore non è riuscito a trovare una sistemazione entro i primi 4-5 anni dal termine della propria carriera da calciatore, rischia di uscire definitivamente dal circuito professionistico. A supporto di questa tesi, i numeri parlano chiaro: il 61,4% degli ex calciatori professionisti non lavora a nessun livello nel mondo del calcio, nonostante più della metà dei giocatori abbia acquisito un titolo di abilitazione per farlo. Di questi, ben il 97,5% è riuscito ad ottenere quello di allenatore, il 7,0% di direttore sportivo, l’1,5% di Agente di Calciatori, lo 0,3% di preparatore atletico e di Calcio a 5 e lo 0,2% da Operatore sanitario.

Il secondo dato emerso: solo il 10% degli ex calciatori professionisti ha lavorato in maniera continuativa nelle ultime tre stagioni nel calcio professionistico. Un dato in netta controtendenza con la volontà espressa dai giocatori, perché il 75,8% di loro pensa di restare in qualche modo nel mondo del pallone e più della metà di questi ultimi non ha pensato ad un’alternativa nel caso non ci riuscisse.

Il 51,8% dei calciatori che hanno disputato l’ultima stagione pensa al proprio futuro, ma il dato è influenzato da età e categoria: più si sale di livello, meno pensieri si hanno; più si invecchia, più le preoccupazioni aumentano. Il 32,1% degli interpellati si dichiara molto o abbastanza preoccupato per il proprio post carriera. Proprio per questo, l’83,5% dei calciatori in attività riconosce l’utilità di corsi di orientamento professionale post carriera non inerenti una formazione specifica in ambito calcistico.

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Il grafico di “Fine primo tempo” dimostra che la categoria d’appartenenza influenza il pensare o no al proprio futuro dopo il calcio giocato

 Che fine hanno fatto

“Io sono stato fra quei calciatori che ha sempre pensato al dopo carriera e mi sono laureato. L’aver giocato a calcio mi ha dato fiducia in alcuni settori, come quello dell’associazionismo. Per questo da amministratore ho dato importanza alla Consulta dello sport”, racconta Francesco Caruso, ex giocatore della Fidelis Andria, divenuto poi avvocato e vicesindaco di Termoli, nel Molise. Fanno gli imprenditori anche Davide Fontolan (Inter, A) che produce vini; Marco Ballotta (Parma, A) proprietario e amministratore della Geosaving di Modena che installa impianti di energia geotermica. 

Ettore Ferraroni (Cremonese, B) lavora nell’azienda di famiglia; Matteo Villa (Cagliari, A) dirige un’azienda di calzature a conduzione familiare. L’imprenditore edile nell’aretino lo fa invece Daniele Carnasciali (Fiorentina, A) così come Antonio Benarrivo (Parma, A). Nel mattone anche Sandro Cois (Torino, A) che compra, ristruttura e vende case, mentre Andrea Silenzi (Torino, A) è specializzato in villette.

“75 calciatori su 100 pensano di fare l’allenatore al termine della loro carriera professionistica. Le statistiche ci dicono che solo 10 di loro riusciranno a farlo stabilmente, per almeno 3 anni consecutivi. I dati mostrano una preoccupante carenza di alternative al momento della programmazione del proprio post-carriera”, spiega l’avvocato Fabio Poli di Aic Onlus, che anche quest’anno ha organizzato un corso dedicato ai giocatori che vogliono reinserirsi nel mondo del lavoro. “I numeri e le testimonianze dirette dei calciatori professionisti di ieri e di oggi indicano la strada del lavoro che deve essere fatto da qui in avanti; l’obiettivo è non avere ‘pensionati’ a 35 anni (molti dei quali senza pensione) e permettere ai calciatori, così come agli altri sportivi, di costruirsi una nuova e proficua carriera post agonismo. Sfida difficile ma non impossibile se giocata in modo corale da tutti”, aggiunge Roberto Ghiretti, presidente dello studio Ghiretti & Associati.

1 COMMENTO

  1. Più hai giocato ad alti livelli, più è “facile” diventare imprenditore, perché hai un buon gruzzolo da parte per iniziare (ma lo devi saper gestire bene).

    Le cose sono più ardue per i giocatori di serie B o C, che devono investire su se stessi, cercare di completare un piano di studi, diventare un professionista fuori dall’ambito sportivo.