Sembra imminente una delibera del consiglio d’amministrazione del Chelsea per una svolta epocale nella storia del club e dei rapporti con i suoi tifosi. Da tempo al centro del dibattito sulla necessità imminente di riammodernamento, Stamford Bridge dovrebbe rientrare in un piano da 700 milioni di euro fortemente voluto da Roman Abrahmovic che prevederebbe l’abbattimento e la ricostruzione dell’impianto in Fulham Road.
L’obiettivo è costruire un impianto da 60 mila posti (l’attuale ne contiene 41 mila) ma il percorso non si annuncia certo facile, nonostante la copertura finanziaria garantita dal magnate russo.
Come documentato nelle scorse settimane da C&F l’idea di una ristrutturazione è un vecchio pallino di Roman Abrahmovic. La struttura attuale è stata inaugurata nel 1877 e l’ultimo “aggiornamento” delle strutture risale al 1998 (la West Stand).
Gli appassionati di lungo corso certamente ricordano quando a fine anni ’80 nelle immagini televisive della compianta Capodistria sostituita poi da Tele+ si poteva vedere sullo sfondo il parcheggio dell’antistadio fare capolino tra due gradinate. Da allora gli stadi inglesi sono completamente cambiati e la terza generazione post Hillsbourough è ormai alle porte sia per le grandi che per le società minori.
L’idea di Abrahmovic sarebbe qundi simile a quella che anche il Tottenham sta percorrendo: costruire la nuova casa sulle ceneri del vecchio Stamford Bridge, proprio come gli Spurs faranno a White Hart Lane.
Da definire – oltre al piano complessivo con il comune di Londra – ci saranno anche i rapporti con Chelsea Pitch Owner, la onlus partecipata dai tifosi e presieduta dal capitano John Terry che detiene i naming rights del Chelsea e la proprietà del terreno su cui sorge lo stadio.
In altre parole il Chelsea dovrà trovare la quadratura del cerchio con un supporter trust – una società, in questo caso onlus, formata daia tifosi – in quanto la società controllata da Abrahmovic di fatto non è proprietaria né dello stadio né del nome Chelsea.
La storia è abbastanza curiosa e risale agli anni ’90 quando il Chelsea rischiò di finire vittima di un giro di speculazione edilizia e si decise quindi di metterlo al riparo garantendo alla società che avrebbe portato il nome Chelsea di poter giocare le sue gare a Stamford Bridge. Così vennero uniti indissolubilmente due valori chiave per l’identità del club: il nome e lo stadio, attraverso una partecipazione anomala ma assai efficace dei tifosi alla gestione del club.
In questo modo si tutelò l’impianto, nato come più grande a Londra e sede della finale di Fa Cup all’inizio degli anni ’20 prima dell’ingresso di Wembley sulla scena.
In questi anni come detto si è spesso parlato dell’ampliamento dello stadio, considerato da Andrea Agnelli un modello di riferimento per la Juventus.
Uno dei problemi maggiori è la sicurezza dello stadio che attualmente permette di convogliare i tifosi solo verso Fulham Road. Anche per questo non si è mai potuto intervenire su una struttura che aveva visto l’ultimo adattamento nel 1974 alla East Stand ed è stata poi ampiamente rimodernata fra il 1993 e il 1998 e rimasta di fatto intatta da allora.
Il piano previsto a questo punto dovrebbe durare tre anni. La società ha invitato i titolari degli abbonamenti, i cittadini che vivono intorno alla zona e le persone con attività nell’area a partecipare alla discussione sul progetto. Per la realizzazione serviranno circa tre anni e la squadra si dovrà trasferire provvisoriamente. Tra le opzioni possibili ci sono Wembley, stadio in cui si disputano le finali delle coppe nazionali e dei playoff della seconda serie inglese, e Twickenham, tempio del rugby dei ‘Tre leoni’.