Poteva esserci lui, al posto di Tavecchio, a dover intervenire per mettere una pezza al caso Lotito. Invece le elezioni di sei mesi fa hanno lasciato Demetrio Albertini lontano dalle stanze dei bottoni della Figc, che l’ex regista avrebbe potuto guidare da presidente della Figc. Oggi Albertini, intervistato dalla Gazzetta dello Sport, parla da tifoso, da ex dirigente e da appassionato di calcio. Che non accetta che in Italia succedano cose come la telefonata di Lotito a Iodice. La definisce “irritante. Ma tutto questo non mi stupisce. È una situazione imbarazzante, che può minare l’entusiasmo e la passione dei tifosi”. Non sono le parole di uno che sta provando a rientrare in corsa: “Premetto di non essere in campagna elettorale. Tuttavia, se guardo alla Federazione, noto che ogni giorno c’è qualcosa da discutere, e non in senso positivo. Mi dispiace perché la Figc è un organo istituzionale, è un patrimonio sociale di tutto il Paese ed è per questo che, di fronte alle frasi di Lotito, non basta dissociarsi con le parole”.

Al contrario del presidente del Coni Giovanni Malagò, Albertini non riesce ad applaudire Tavecchio per la scelta di aver tolto le deleghe alle riforme in Figc a Lotito: “Ne prendo atto, è la conseguenza di comportamenti non idonei”. Su Facebook, per commentare le uscite infelicissime del presidente della Lazio al telefono col dirigente dell’Ischia, “Io tifo Carpi e Frosinone“. E racconta: “Mio figlio è tifoso del Sassuolo e mi ha chiesto: perché non possiamo stare in Serie A, pur avendo battuto Inter e Milan? Arrivare a mettere in discussione il merito sportivo è un’aberrazione. Tra l’altro, l’ultima partita vista dal vivo è stata proprio Milan-Sassuolo…”.

Poi però, stuzzicato sulla politica della Federazione sulle riforme, Albertini veste i panni del (ex) candidato e traccia una linea da seguire: “Lotito dice che il sistema sta saltando, però non si tratta di cambiare le regole bensì di avere obiettivi comuni. Oggi la B, la Lega Pro, i campionati giovanili viaggiano a compartimenti stagni. La madre di tutte le riforme è la riduzione delle squadre professionistiche? Bene. La chiave, tuttavia, non è il numero dei club ma la missione da assegnare ai campionati, con una riforma organica del sistema”.

Il problema per Albertini risiede nei diritti tv e nel peso economico della Lega di A sul resto del calcio italiano, incapace di creare valore da solo: “Oggi bisogna rigenerare il mercato interno, altrimenti la A continuerà a sponsorizzare le categorie inferiori e tutto il calcio sarà sotto schiaffo della Lega maggiore, anche politicamente. E poi non aiuta il fatto che la mutualità dei diritti tv, prevista dalla Legge Melandri, non sia sotto il controllo della Federazione: così tutto si riduce a spartizione di soldi, a scapito della programmazione sportiva”.

Il calcio italiano ha evidenziato un’altra falla in questi mesi, gigantesca, rimasta per troppo tempo sotto gli occhi di molti senza che ci fosse l’intervento di alcun organo: la crisi societaria del Parma. “La mancata iscrizione all’Europa League – sostiere Albertini – era il termometro che qualcosa non andava. Serviva una maggiore vigilanza. E va fatta chiarezza sugli ingressi societari. Il calcio è troppo importante per abbandonare a se stesse intere comunità. Negli ultimi anni tante piazze importanti sono scomparse, bisogna fare qualcosa”.