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Serie A Tim nuovo logo, ecco le novità
Serie A Tim nuovo logo, ecco le novità

Nei giorni scorsi Demetrio Albertini in una lunga intervista su Tuttosport ha snocciolato tutti gli ipotetici vantaggi che il calcio italiano avrebbe nell’adottare il sistema delle seconde squadre, anche in seguito all’apertura del nuovo presidente della Serie C, Gabriele Gravina.

Le posizioni di Albertini non sono nuove ed esprimono sostanzialmente quello che lo stesso ex candidato alla presidenza federale disse nel suo programma durante la sfida, poi persa, con Carlo Tavecchio.

Tra le altre cose l’idea di Albertini, nell’intervista di Tuttosport, viene messa in contrapposizione con quella di Claudio Lotito (sostenitore delle multproprietà, lui che controlla Lazio e Salernitana). Sul quale Albertini afferma: “Dobbiamo chiedergli se abbia lo stesso obiettivo di crescita generale del calcio” e ancora: “La sua è una finalità imprenditoriale e amministrativa. Lotito ragiona da imprenditore, non per l’interesse del calcio. Sono visioni differenti”.

Molto facile, in questi casi, essere spinti – più o meno volontariamente – a schierarsi dall’una o dall’altra parte.

Proviamo invece, dandoci come unico principio di riferimento la sportività e competitività complessiva del sistema calcio, ad avanzare qualche dubbio sull’introduzione delle seconde squadre nelle categorie inferiori alla Serie A.

Partendo da un presupposto: il sistema attuale delle multiproprietà, evidentemente dettato da interessi congiunturali e particolari, è di certo peggiore delle seconde squadre proprio per i motivi di sportività e competitività appena detti.

Lo stesso Albertini del resto non è un “indipendente” calato dall’alto: fa riferimento ad una precisa parte del panorama dei club italiani, in un cartello al momento minoritario che vede come capofila la Juventus.

Innanzitutto è bene precisare. Di cosa parliamo quando parliamo di seconde squadre? Spagna, Germania e Inghilterra adottano tre sistemi diversi che vengono forzatamente assimilati ma che sono – sul piano sportivo e degli esiti competitivi – estremamente diversi.

In Spagna le seconde squadre fanno classifica. In Germania no. Una discriminante non di poco conto. In Inghilterra giocano un campionato a parte.

Cosa sarebbe dei campionati minori se le seconde squadre facessero classifica? Come negare che la loro introduzione toglie spazio alle realtà di provincia proprio nel risultato (la promozione) a cui tutti devono puntare per questioni di valorizzazione economica nel breve o nel mediobreve periodo?

E se invece le seconde squadre non facessero classfiica? Davvero si pensa che in Italia, terra del risultato a tutti i costi, in cui anche le Coppe nazionali (non solo quella di A ma anche la Coppa Italia di C) sono snobbate fino ai turni decisivi, sia produttivo allevare giocatori in una squadra i cui risultati sarebbero solamente “virtuali” ai fini della classifica? E come si porrebbero gli avversari nei loro confronti sapendo che le partite contro le squadre B sarebbero delle pure amichevoli? Facile immaginare riposi “scientifici” in vista di incontri più probanti e decisivi per la classifica.

Diverso sarebbe un campionato Under 23 sul modello dell’Elite Development System inglese. Ma stiamo parlando di un’altra cosa, che non andrebbe in alcun modo a “sporcare” la piramide competitiva del calcio nazionale.

Quando la FA inglese un paio d’anni fa dopo il flop mondiale propose l’introduzione delle seconde squadre alla spagnola o alla tedesca, l’alzata di scudi fu immediata da parte dei club minori e si lasciò perdere.

E stiamo parlando di un Paese in cui i rapporti trasversali (prestiti, o comproprietà più o meno velate) tra club – soprattutto nella stessa Lega – sono di fatto inesistenti se paragonati all’Italia.

Non convince, Albertini, quando richiama alla retorica della valorizzazione dei giocatori nazionali citando i bei tempi andati degli anni ’90.

Sembra non sapere, Albertini, che negli anni ’90 a funzionare era il fatto che i nostri club spendevano più degli altri perchè retti da un mecenatismo importatore che gli altri conoscevano solo in misura minore a noi.

A parità di condizione, in squadre europee fatte per 8/11 da calciatori nazionali, i giovani calciatori italiani crescevano accanto ai migliori giocatori mondiali: ad esempio, nel 1994 il Brescia venne promosso dalla B alla A schierando Hagi e Sabau due giocatori chiave della nazionale romena che sarebbe arrivata nei quarti di finale a USA 94 (come se nel 2014, per dire, James Rodriguez e Guarin in un mercato diverso fossero stati in B a giocarsi la promozione). Il tutto in un mercato verticale nazionale, non orizzontale e internazionale come quello creatosi nel dopo-Bosman.

Vero è – e qui ha ragione l’ex playmaker del Milan – che finora le regole imposte hanno fallito, e che i giovani “sono tesserati da società di Lega Pro che li bloccano solo per un anno perché hanno la “classe di età giusta”. Questi ragazzi diventano un mezzo per intascare i contributi e non un valore per il nostro calcio: un argomento che si può allargare a tutte le categorie dilettantistiche.

Ma la meritocrazia è come la perfezione, è un obiettivo sempre perfettibile e mai raggiungibile. E’ un fine, non un mezzo.

Albertini ragiona da politico puro (e sembra non avere il calcio giocato come priorità) quando dice che “i club “esterni” non toglierebbero spazio agli altri perchè non avrebbero diritto di voto”. Una priorità lobbistica, un elemento di trattativa spacciato per concessione o rinuncia, che nella sua testa sembra prioritaria rispetto alla preoccupazione del tifoso che non pensa alla conduzione delle Assemblee di Lega ma al tipo di competitività che verrà riportata sul campo.

Anche quando afferma che chi blocca le seconde squadre non ha interesse per la crescita del calcio italiano e del mercato interno, Albertini andrebbe ulteriormente interrogato: di che mercato interno parla?

Il mercato italiano ha mosso nell’ultimo anno (dati transfermarkt.it) 1411 giocatori in entrata e 944 giocatori in uscita. Un bilancio che fa impallidire Premier League (588/565), Liga Spagnola (424/382) e Bundesliga (327/261). Dati che sembrano dire che in Italia si opera sul mercato per fini che non sono prioriariamente quelli tecnico tattici della composizione di una rosa. 

Solo in Italia? Probabilmente no, ma in Italia, evidentemente, molto più che altrove.

Vuole forse dirci che se la Juventus avesse una seconda squadra in Serie C rinuncerebbe a far crescere – in maniera del tutto legale, sia chiaro – Domenico Berardi e Simone Zaza nel Sassuolo, o chi per lui, in Serie A?

E’ forse pronto, Albertini, a proporre ai grandi club uno scambio: seconde squadre in cambio di un blocco reale delle rose ovvero svincolo obbligatorio dei giocatori in eccesso rispetto ai 24 della rosa della prima squadra e dei 20-22 (under 23) della seconda?

Questa sì che sarebbe una bella novità, una reale spinta all’investimento sulla valorizzazione.

Perchè fino a che i grandi club potranno serenamente controllare – in maniera del tutto legale, sia ben chiaro – decine e decine (fino a centinaia) di giocatori la finalità di crescita tecnica del singolo giocatore sarà sempre secondaria rispetto alla valorizzazione dell’attività patrimoniale del club, ovvero ciò che questa pletora di giocatori realmente rappresenta a fini contabilistici.

Infine, quando si evoca il fatto che la nazionale italiana ha una media di età (27,9 anni) superiore a quella delle altre, non ci si può dimenticare che questo è storicamente così: i campioni del mondo 2006 avevano 28,72 anni in media (uno in più degli azzurri attuali) ma non sembra essere questa la differenza tra ieri e oggi che più deve preoccupare. I campioni del mondo dell’82 avevano la stessa età della nazionale di Conte: 27,71 anni (ma allora la retorica giovanilista non faceva breccia) e solo con la prima nazionale di Vicini – quella del ricambio generazionale di massa – si scese sotto i 26 anni medi di età.

La Nazionale deve essere un obiettivo da conquistare e consolidare, non un premio di buona condotta. Quando è diventato così (vedi gestione Cesare Prandelli) abbiamo visto come è andata a finire.

Viene il dubbio che la scarsa valorizzazione dei giovani da parte dei club italiani sia un problema extracalcistico (di un Paese che in generale non è troppo propenso a lanciare spartanamente i giovani nella mischia a loro rischio e pericolo) e che, riferendosi invece al puro fatto calcistico, sia molto più facile (come accadeva nei nostri club degli anni ’90 e accade oggi nei top club europei) lanciare qualche giovanotto in più a fianco dei “dodici top player che siedono in prima fila al Pallone d’oro” (citazione dallo stesso Albertini) anzichè in squadre che – pur con un alto valore della rosa – hanno perso la loro egemonia europea e si ritrovano ora a rincorrere.

Ai grandi giocatori non ci si arriva perchè si sta ai vertici del ranking, ma viceversa: si arriva ai vertici del ranking quando si ha la possibilità di prendere i migliori. 

E sostenere che questi siano tutti allevabili nella serie C italiana è quantomeno curioso. A meno che il fine non sia un altro, ad esempio quello di patrimonializzare ulteriormente i maggiori club.

15 COMMENTI

  1. Per la pochezza dei contenuti che si limitano alla sua personale ed esacerbata opinione, devo ammettere che è stato difficile arrivare anche solo alla metà del suo articolo (per intenderci non è il primo che mi capita). Se si rileggesse, noterebbe che quasi tutte le sue contrapposizioni/confutazioni sono più politicizzate e meno dimostrate/-bili che gli intenti dello stesso Albertini.
    L’alternativa sarebbe la multiproprietà (per la quale non ha speso che due righe), e questo davvero sarebbe uno scandalo tale da meritare la gogna, anche per il per il solo fatto che sottosta ad interessi completamente differenti da quelli del calcio, inteso come competizione sportiva. Al contrario, sarebbe la manna per i grandi affaristi del settore come la tentacolare famiglia Lotito, il filantropo Zamparini e i benefattori alla Pozzo.
    Non credo che la lobby juventina, sua acerrima nemica e portatrice di malsane innovazioni sul tema insieme al subdolo Albertini -come si evince dal contenuto in questo articolo-, avrebbe difficoltà ad acquisire una seconda squadra (che verosimilmente starebbe ai vertici della serie B, se non direttamente in serie A), anzi semplificherebbe il lavoro. Ma se pensasse per un attimo a tale ipotesi, ad esempio, al Brescia (città a caso) gestito come succursale dalla Juventus, solo per far crescere i propri giovani mettendo in secondo piano il lato competitivo, cosa ne penserebbe lei quale giornalista illuminato? E cosa ne penserebbe un tifoso vero del Brescia quando a giocarci i playoff ci andrebbero non una squadra motivata dall’unico intento ma solo dei ragazzini da mettere in bellamostra? Come si sentirebbero i contrapposti tifosi dell’Atalanta che verrebbero sconfitti nell’eventuale sfida salvezza dalla Juventus-Brescia?
    Mi sembra sufficiente, già di per sé, farle notare che le uniche nazionali europee veramente competitive e in grado di sfornare ciclicamente giovani promettenti siano Germania e Spagna, entrambe connotate dalla caratteristica di avere nel loro sistema delle seconde squadre ed un miglior sistema di inserimento dei giovani (oppure ritiene che sia la genetica a renderli superiori nel gioco del pallone?). L’Inghilterra stessa, seppure resa meno competitiva proprio dal sistema chiuso di seconde squadre da lei descritto, riesce a produrre molti giovani atti ad essere lanciati nelle prime squadre. La Francia, il Portogallo l’Olanda e il Belgio (escluso il PSG) non ne hanno bisogno, perché in un contesto più povero, le prime squadre stesse rappresentano i vivai e i parcheggi preferiti delle maggiori squadre europee (ad esempio quanti nazionali belga giocano nel Belgio?). Ora non mi sembra ci sia lo spazio per poter valutare se l’introduzione delle seconde squadre siano o meno opportune, la discussione va solo spostata sul come. L’alternativa è impoverire ulteriormente il nostro movimento nazionale oppure scadere ulteriormente a livello competitivo (come il campionato portoghese) cercando di lanciare giovani per gli altri nelle prime squadre.

    Ultima nota: per mercato interno credo sia francamente comprensibile il riferimento al mercato dei giovani calciatori italiani).

  2. Articolo senza cognizione….in germania non fanno classifica peche’ c’e la esconda squadra in seconda divisione e la terza squadra in terza serie….ma le partite non sono certo amichevoli perche’ se si perde con quelle squadre si rischia di non salire…in spagna anche se contano per la promozione poi ovvio che con gli anni si arriva alla stessa situazione perche non si possono avere la prima e seconda squadra nella stessa serie….in italia si partirebbe dalla c o d e poi si fermerebbero in serie b…ovvio…come potrebbe una squadra far crescere i propri talenti se non ci schioda dalla c??? Il modello inglese non va bene perche giocando tra under 23 e’ piu o meno giocare tra under 20 come in primavera…non si matura molto….per quanto riguarda il falso problema dei giocatori controllati ora dalla grandi che giocano nelle piccole…berardi la juve lo avrebbe inserito nella sua squadra b avrebbe giocato con lo stesso modulo della juve, si sarebbe allenato con

  3. Incredibile trovare problemi dove non esistono e difendere l’arretratezza del nostro modello….in italia abbiamo oltre 120 squadre professionistiche…una porcheria….continuamo a tenere in vita squadre morte e a chiudere occhi su situazioni di iscrizioni….negli altri paesi sono molto meno…in germania non fanno classifica perche in seconda serie ci sono le seconde squadre e in terza serie le terze squadre…ma le partite non sono certo amichevoli….quelli delle seconde squadre si impegnano per mettersi in mostra e i punti persi o presi in quelle partite valgono eccome per la classifica…in spagna ormai e’ lo stesso gia che le seconde squadre venivano promosse ma non possono arrivare in prima serie…il modello inglese e’ un po la nostra primavera con pero under 23…non e’ un sistema molto formativo…da noi si e’ costretti a comprare o controllare un sacco di giocatori che pero’ si allenano con sistemi di gioco diversi, e si allenano con scarsi…e non si capisce mai prima di portarli nella big se hanno la personalita per emergere…e ci si fa ricattare poi dalle piccole per averli…le piccole invece sono costrette a far giocare giovanissimi a volte solo per metterli in mostra facendo meno punti per poterli formare….invece questi potrebbero crescere piu velocemente in serie b o c…giocando sempre titolari con lo stesso schema della prima squadra…allenandosi con i campioni…rendendo piu facile il passaggio alla prima squadra….riducendo I costi e massimizzando i profitti….

    • Ciao Luca, come già detto sono opinioni. Ci andrei piano con i “senza cognizione” quantomeno per una questione di dovuto rispetto, visto che noi moderiamo i commenti ma lasciamo libera espressione a tutti. Dopo di che il modello seconde squadre continua a non convincermi così come non credo che “un Berardi” cresca meglio al Sassuolo che ad una Juventus B o C schierata nelle categorie inferiori. Buona giornata.

  4. quindi mi dai ragione….Berardi si e’ formato grazie al fatto di poter giocare in b…non in primavera…quanto pseudo del piero sembrava aver trovato la juve in primavera????lanzafame, rigoni ecc ecc…in b o a poi non hanno fatto niente….non si puo’ continuare fino a 19-20 anni a farli giocare in primavera.. il salto e’ enorme poi…..giocare in c o b a 16 17 anni contro professionisti o ex campioni formerebbe molto di piu e si vedrebbe da subito se meritano o no….un berardi avrebbe giocato nella juve b come ridere…e allenandosi con campioni sarebbe maturato prima….con lo stesso modulo che la sua futura prima squadra….

    • Berardi gioca da 3 anni in serie A.
      Lo scopo dell’articolo non è pensare a cosa sia meglio per la Juve ma cosa sia meglio per la competitività e sportività del campionato. Come si dice chiaramente.

  5. Perche la juve o il milan devono pagare per far crescere I proprio talenti in b o c da altre societa????dove li allenano altri e crescono con moduli diversi dalla prima squadra????perche’ non possono farli crescere allo stesso modo in proprio???e’ ridicolo….siamo sempre gli ultimi in tutto….e’ giusto che una piccola faccia anche I proprio interessi senza far maturare giocatori non sui….

  6. Buon giorno, anch’io, come le persone qui sopra non sono d’accordo col suo ragionamento e con l’articolo in generale: sembra rientrare tutto esclusivamente in politica, ma io mi soffermerei più sul fattore economico della operazione seconde squadre. L’attuale sistema non va bene, è evidente, non attira tifosi e non crea giocatori. Ma io vorrei farle una domanda: lei non crede che se una squadra con milioni di tifosi (come juventus, milan, inter o napoli) facesse una seconda squadra da mettere in lega pro aumenterebbe il valore del campionato e l’attenzione sullo stesso? Io credo che portare un milan o una juventus b in lega pro possa aumentare innanzitutto il numero di tifosi, perchè (senza offesa) un sant’arcangelo, un san marino, un tuttocuoio ecc. non avranno mai un bacino di tifosi come quello delle prime due, e neanche la stessa cassa di risonanza mediatica, e gli sponsor sarebbero più propensi a spendere due soldi per un prodotto che ha una visibilità nazionale oltrechè locale. Il problema attuale delle serie minori è economico prima che sportivo e tecnico, e secondo me con le seconde squadre si può iniziare ad imbastire un progetto di crescita economica che con squadre come quelle che ho citato prima sarebbe impossibile.
    Altra domanda: lei si è mai chiesto perchè una grande società non ha mai comprato una società in una serie minore (multiproprietà) per far crescere i giovani? E perchè non è la Lazio ad avere la proprietà della Salernitana ma solo Lotito? E perchè la Lazio con la Salernitana fa praticamente zero o pochissimi affari? Se fosse un buon giornalista se lo sarebbe chiesto, ma ahimè sembra più interessato alla politica che all’economia o al calcio. Mettere a bilancio una società di lega pro adesso come adesso è un suicidio economico, perchè genera solo perdite. Poi, trattandosi di società diverse, gli affari sarebbero comunque sottoposti a tutti gli effetti fiscali di operazioni con altre società, quindi anche a livello fiscale sarebbe una stupidaggine prendersi come seconda squadra un’altra società, perchè ogni passaggio da una squadra all’altra sarebbe tassato. Ma anche dal punto di vista sportivo le multiproprietà per delle squadre di alto livello e con grande badget sarebbero una cavolata: essendo società diverse ogni trasferimento di giocatori sarebbe sottoposto ai regolamenti federali, che per il trasferimento di calciatori prevede solo due finestre di calciomercato, quindi se io a marzo ho bisogno di prendere qualcuno dalla seconda squadra e portarlo in prima , non lo posso fare.
    Le alternative, come evidenziato anche più sopra da altra gente che forse ha sbagliato nei toni ma non nella sostanza, hanno criticità spaventose, sia per la competitività che per la sua amata politica del calcio, e , sempre secondo me, un’alternativa migliore alle seconde squadre nel calcio attuale per rilanciare le serie minori e il sistema di crescita dei giocatori non c’è.

    • Nel pezzo ho scritto a chiare lettere: “il sistema attuale delle multiproprietà, evidentemente dettato da interessi congiunturali e particolari, è di certo peggiore delle seconde squadre”.

      Quello che mi sta a cuore non è nè la politica nè l’economia del calcio, ma il lato sportivo. E per poter ragionare di quest’ultimo bisogna conoscere le prime due. Allo stesso tempo il giudizio su Albertini, di cui mi convincono molti punti programmatici ma non quello sulle seconde squadre, lo darò o lo daremo, spero, per i contenuti e non certo per le alleanze, anche se dire quali sono le alleanze non è certo un atto di lesa maestà.

      Il massimo della sportività per me è data da campionati e sistemi in cui sussistano uguali condizioni per tutti. Non a caso analizziamo e informiamo da settimane sul funzionamento del Salary Cap negli USA. Ed infatti nel pezzo avanzo una proposta: “seconde squadre in cambio di un blocco reale delle rose ovvero svincolo obbligatorio dei giocatori in eccesso rispetto ai 24 della rosa della prima squadra e dei 20-22 (under 23) della seconda”.

      Detto questo rispondo alla sua domanda. Le squadre B aumenterebbero il valore della Lega Pro? Secondo me no perchè credo che ad essere attrattivo sia il mix Squadra – giocatori – vittorie, non il brand in sè. Ma è un’opinione. Il giorno in cui lo faranno verificheremo la situazione, peseremo i numeri e l’introito del campionato e conteremo il numero di giocatori passati in prima squadra. Fino ad allora possiamo fare solo paragoni con le altre situazioni. Ad esempio il Barcellona B lo scorso anno ha fatto 3.779 persone in media a partita contro una media di 8.791 nel campionato che disputava risultando 17esima su 22 per numero di spettatori al seguito. E il dato si conferma nel tempo nelle ultime stagioni. Ma come detto sono opinioni. Vedremo.

      Grazie comunque per il suo contributo, le differenze di vedute sono molto più utili delle omologazioni e dei salamelecchi. Grazie ancora.

      • Il salary cap negli usa funziona perchè il sistema è fatto in un certo modo, da noi potrebbe funzionare solo a livello europeo. Se vuoi portare il salary cap in italia allora devi eliminare anche il calciomercato e trovare un modo di formare calciatori a costo 0 (come il sistema delle università americane), pensionando il sistema di promozioni e retrocessioni…non si può prendere la parte che fa più comodo da un modello e tralasciare tutto il resto, bisogna crearne uno proprio, infatti voi di CF non capisco perchè lo tirate sempre fuori quando è evidente che è inapplicabile, e perchè non cercate soluzioni possibili e attuabili invece di costruire castelli di sabbia.
        P.S.: Scusa l’ OT, ma l’argomento lo hai introdotto te 😉

        • Concordo sul Salary Cap come abbiamo scritto qui. Non sul fatto che sia inscindibilmente legato al sistema di formazione.

          Noi di CF parliamo di Salary Cap per fare informazione e perchè come detto ci sta a cuore lo sport prima dell’economia e prima ancora della politica sportiva. “Cercare soluzioni possibili e attuabili” è compito invece dei politici.

  7. Purtroppo la realtà italiana ha dei limiti culturali insuperabili che impediscono a modelli stranieri di imporsi efficacemente anche nel nostro panorama calcistico. Ad esempio la mancanza totale ad ogni livello di cultura sportiva impedirebbe alle seconde squadre di attrarre pubblico in quanto la partita non viene vista come uno “spettacolo” fruibile e godibile a prescindere dal risultato. Pertanto un inserimento delle seconde squadre depaupererebbe di interesse il campionato di B, esattamente ciò che Lotito lamentava, a ragione, riguardo alla promozione in A di realtà impossibilitate economicamente a sostenere la A (non si parla di bacino di utenza ma di potere economico, si veda il Sassuolo).
    Inoltre il problema della limitazione delle multiproprietà applicato al panorama italiano ha le medesime limitazioni di ogni altra regola e legge imposta in Italia: vale per le persone oneste ma è facilmente aggirabile dai soliti furbetti di quartiere ed ha comunque colpevolmente una visione limitata all’ambito ristretto degli interessi nazionali. La famiglia Pozzo è un esempio di come sfruttare la multiproprietà al di fuori dei confini nazionali, incrementando la patrimonializzazione del gruppo con ricadute positive sugli asset delle singole società (si pensi alla Sir Elton John Stand di Watford o la costruzione del nuovo stadio ad Udine).
    Come sempre avviene in Italia non è un modello piuttosto che un altro ad essere più o meno efficace o condivisibile, quanto le distorsioni che per nostra cultura immancabilmente ogni regola subisce per inseguire il consenso demagogico e armonizzarsi all’interesse dei potenti.

  8. Condivido in toto l’articolo di Armanini, e vorrei porre 3 domande ai commentatori “critici”:

    1) Per quelli che vorrebbero mandare le “seconde squadre” in Serie B: volendo farlo anche soltanto per 8-10 seconde squadre, vi rendete conto che in questo modo l’organico della B lieviterebbe a 30-32 società? E a quel punto come la gestireste? O magari, niente niente, la vostra proposta prevede che – per far posto in B alle seconde squadre delle big di A – metà delle squadre “vere” che militano in cadetteria dovrebbero essere relegate d’imperio in Lega Pro?

    2) Ammettendo che le “seconde squadre”, invece, vengano fatte partecipare al terzo livello del calcio italiano, ossia alla summenzionata Lega Pro: ma voi l’avete visto il campionato dell’ex C1? Io lo guardo regolarmente (seguo la Feralpi Salò e il Lumezzane), e vi assicuro che il livello tecnico-tattico della categoria è estremamente scadente, per non dire peggio, e non credo assolutamente che mandare le seconde squadre di A in quel calderone faccia al caso di quei ragazzi… Anzi, dico di più: secondo me, GIA’ OGGI, diverse Primavere dei club di Serie A sono nettamene meglio di moltissime squadre titolari di LegaPro. Quindi, a quel punto, i giovani delle Big non trarrebbero alcun giovamento nello scendere in quella categoria… tanto varrebbe che continuassero a disputare il campionato Primavera, dato che il livello della ex Serie C non è affatto migliore (anzi…)

    3) Voi credete veramente che i tifosi della Juventus seguirebbero i ragazzini 17/18enni della Juventus-B in trasferta a Lumezzane o a Cittadella? Ma siamo seri? 😀
    In realtà si sa benissimo che la stragrande maggioranza dei tifosi delle “big” nutre uno scarissimo interesse nei confronti della Primavera della propria squadra del cuore… E non credo che tale interesse possa crescere spedendoli a giocare in trasferta in qualche paesello di provincia. Già me le immagino, le “epiche” battaglie in quel di Bassano sul Grappa o di Pontedera (con tutto il rispetto per queste realtà), proprio nel Paese in cui i tifosi calcistici di club di Serie A, oramai, sono giunti al punto di snobbare financo le partite di Europa League della PROPRIA squadra. Figuriamoci le seconde squadre in Lega Pro…

    Detto questo, comprendo bene come ognuno abbia una propria opinione in merito, che come tale merita rispetto, però credo altresì che sarebbe bene riflettere con molta attenzione, oltre che ponderare tutte le variabili coinvolte, prima di prendere delle decisioni che potrebbero non apportare i benefici sperati: guardate che non tutto ciò che funziona in contesti stranieri diventa automaticamente buono nel nostro sistema, e questo vale a pieno titolo anche per il calcio.

    Piuttosto, provo sommessamente a inserire una mia proposta: perché non ri-creare un torneo misto Riserve/Primavera, con 14-15 partite a stagione, esattamente sulla falsariga di quel Campionato De Martino nel quale transitò la creme del calcio nostrano degli anni ’60 e ’70? I campioni della Lazio di Maestrelli, del Toro scudettato nel 1976, o del Cagliari campione d’Italia del 1969/70 erano stati ottimamente forgiati nei tornei De Martino di poche stagioni prima, giusto per fare tre esempi. Strano che nessuno se ne ricordi, essì che sortiva anche un discreto interesse…

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