Dopo le aperture di Gabriele Gravina, nuovo presidente della rinata Serie C, all’introduzione delle seconde squadre nella terza divisione del calcio italiano, il dibattito su quella che sarebbe una rivoluzione per il nostro calcio si è riaperto. 

Oggi in una lunga intervista Tuttosport ha dato voce a chi da tempo sostiene la necessità di introdurre questa novità, ovvero Demetrio Albertini, già candidato contro Tavecchio alla presidenza della FIGC.

Albertini parte da una premessa: “prima degli Anni 90, della legge Bosman e della libera circolazione all’interno della Ue, gli stranieri erano “solo” tre e i campionati professionistici – serie A, B e C – erano sinergici: i giocatori crescevano gradino per gradino e si comprava all’interno di questo mercato valorizzando i nostri giovani. Non è un caso che in quel periodo le nostre squadre avessero, a vari livelli, raggiunto i vertici europei: la Juventus e il Milan, ma anche il Napoli, la Samp, il Torino e perfino l’Atalanta. Eravamo il campionato di riferimento All’ultima edizione del Pallone d’Oro, in platea c’era una dozzina di top player che avevano giocato da noi all’epoca. Sul palco, invece, solo Pogba…”.

Forse ci mancano i talenti?

«No, non è vero! Magari non ci sono i fenomeni, ma i talenti non saltano le generazioni. Il fatto è che manca un certo tipo di formazione: a parte i Baresi o i Maldini tutti, al Milan, passavamo un anno in B o in C. Da 10 anni ci sono regole che obbligano in Lega Pro a far giocare i giovani per ottenere i contributi. E poi, francamente, non ce ne sono in giro così tanti bravi da poter giocare titolari. Lo sport è meritocrazia: deve giocare chi lo merita».

Invece diventano “carne da contributi”…

«Prima i giocatori uscivano dalla Primavera e avevano 5 anni di contratto, ora molti vengono lasciati liberi e, poi, sono tesserati da società di Lega Pro che li bloccano solo per un anno perché hanno la “classe di età giusta”. Questi ragazzi diventano un mezzo per intascare i contributi e non un valore per il nostro calcio. E in più così si falsano i campionati. Prendiamo la Salernitana: l’anno scorso voleva vincere il campionato e non ha fatto giocare i giovani perché poteva permettersi di non prendere i contributi per la valorizzazione. Vede? La potenzialità economica è già una discriminante».

L’alternativa sono le multiproprietà sostenute da Claudio Lotito.

«Dobbiamo chiedergli se abbia lo stesso obiettivo di crescita generale del calcio. In Lega Pro la Salernitana non ha schierato alcun giovane, in assoluto sono stati “girati” 15 giocatori della Lazio e nessuno è ritornato. La sua è una finalità imprenditoriale e amministrativa. Lotito ragiona da imprenditore, non per l’interesse del calcio. Sono visioni differenti».

Qualcuno, in Lega Pro, potrebbe temere la “colonizzazione” da parte dei grandi club proprietari delle seconde squadre…

«Ma è esattamente l’opposto! Con le seconde squadre, la Lega Pro diventerebbe l’università del calcio e, in più, i club “esterni” non avrebbero diritto di voto. Cosa che, invece, hanno i presidenti in regime di multiproprietà. E poi si eviterebbe anche questo spettacolo di presidenti affannati per far la spola da uno stadio all’altro, da una assemblea di Lega all’altra…».

In Spagna e in Germania le hanno, in Inghilterra c’è il campionato riserve: i dati danno loro ragione?

«Giusto, lasciamo da parte le questioni politiche e parliamo di numeri, visto che su quelli non si può barare. Cominciamo dall’età media dei giocatori delle Nazionali: Spagna 26, Germania 25.5, Inghilterra 25.7, Belgio 26.2, Francia 27.5 e Italia 27.9. A questo aggiungiamo che il nostro è il campionato con l’età media più alta d’Europa e quello con la squadra più vecchia: il Chievo, con 30 anni di media (come riportato nelle scorse settimane anche da CF – calcioefinanza.it n.d.r). Ma questi dati, da soli, non bastano a spiegare la nostra crisi d’identità. L’esperienza, per esempio, si valuta dal numero di partite giocate ad alto livello in Europa con i propri club. Ebbene, i nazionali di Spagna ne hanno giocate 60, quelli di Germania 44, di Francia e Belgio 40, noi solo 34.5. Più anziani e con meno esperienza…».

E sul fronte interno?

«Anche lì ci sono dei problemi, se è vero che nel nostro campionato si arriva al traguardo delle 100 partite con 26 anni e negli altri due anni prima. In Germania i settori giovanili producono il 14 per cento dei giocatori della Bundesliga, in Spagna il 24 per cento della Liga. Da noi appena l’8,6 (un dato CIES ripreso nelle scorse settimane anche da CF – calcioefinanza.it n.d.r.): solo la Turchia fa peggio. E stiamo parlando di giocatori dal valore enorme. Pensate al riflesso sulle Nazionali: la Spagna, tranne Piqué e Fabregas, ha tutti giocatori che arrivano dalle seconde squadre, la Germania ne ha “solo” 18 su 23. E poi la palestra per gli allenatori: Guardiola, il compianto Vilanova, Luis Enrique arrivano tutti di lì».

Non sembra esserci un solo motivo per non farle…

«Usciamo dall’equivoco: chi blocca le seconde squadre non ha interesse per la crescita del calcio italiano e del mercato interno. Così come ora, la B e La Lega Pro sono solo il ripiego per gli esuberi. Senza dimenticare che le seconde squadre suscitano interesse e creano identità: ricordo l’entusiasmo per la Primavera del Torino nella Youth League; a Barcellona è uno dei cardini della elezione presidenziale, soprattutto ora che il Barcellona B è retrocesso in serie C! Sì, io sono favorevole al loro coinvolgimento nella classifica, ma su questo si può discutere: in Spagna “fanno classifica” e in Germania no».

L’importante è che si facciano…

«L’apertura di Gravina mi fa piacere e ora spero che ci sia quella della Federazione. Anche perché è un modo per poter attuare appieno la riforma dei 4+4, i giocatori formati nei vivai, che faceva parte del mio programma elettorale. Tanto più che le seconde squadre le vogliono in tanti, compresa l’Udinese che ha proprietà all’estero o l’Inter, che quando fu eletto Tavecchio si complimentò ufficialmente plaudendo “finalmente” alle seconde squadre, che però non erano nel suo programma…».

Non crede che il problema sia anche culturale, oltre che economico?

«Noi siamo il secondo paese europeo per diritti televisivi, eppure non c’è un nostro club tra i primi dieci in Europa per diffusione dei giocatori dai settori giovanili. Il primo è l’Inter all’11° posto, poi c’è l’Atalanta al 18° (in questo articolo di CF – calcioefinanza si trova la classifica completa) Ma il primo è in assoluto il Barcellona, il terzo il Real e il quarto il Manchester United: club ricchissimi , che però non trascurano i settori giovanili. Lo ha spiegato bene KarlHeinz Rummenigge: per il Bayern Monaco i giovani sono un investimento sia in termini sociali che di identità territoriale. In un mondo globale questo fa la differenza».

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