Rivera: «Il denaro è padrone del calcio. Le mie idee disturbano il potere»

L’ex Pallone d’Oro ha attaccato il modello del calcio moderno, dai procuratori alla formazione dei giovani, e raccontato la causa contro Electronic Arts per l’utilizzo della sua immagine.

Gianni Rivera intervista
Gianni Rivera (Foto: Gabriele Maltinti/Getty Images)

Una battaglia legale sullo sfruttamento della propria immagine, ma anche un giudizio durissimo sull’evoluzione del calcio moderno, sulla governance internazionale e sulla situazione del movimento italiano. Gianni Rivera, 83 anni, primo italiano a conquistare il Pallone d’Oro, ha affrontato diversi temi in un’intervista concessa a Il Fatto Quotidiano, partendo dalla causa intentata contro Electronic Arts per l’utilizzo della sua immagine nei videogiochi legati al mondo FIFA.

La vicenda nasce da un accordo firmato nel 2005, quando Rivera era ancora eurodeputato. Secondo EA, quell’autorizzazione consentirebbe di utilizzare l’immagine dell’ex fuoriclasse del Milan anche nelle successive edizioni del videogioco. Una lettura contestata dai suoi legali, secondo i quali il consenso non potrebbe invece tradursi in uno sfruttamento illimitato nel tempo. Rivera sostiene di avere accettato all’epoca perché l’iniziativa gli era stata presentata come uno strumento per promuovere lo sport tra i giovani, e non come un’operazione commerciale destinata a utilizzare la sua immagine a livello globale e continuativo.

«Non ho mai fatto pubblicità per nessuno, nonostante le proposte ricevute nel corso degli anni siano state numerose e redditizie», ha spiegato. Secondo Rivera, inoltre, nel contratto mancherebbe un corrispettivo economico tale da giustificare la cessione dei diritti: un elemento sul quale sarà ora chiamato a pronunciarsi il tribunale. L’ex numero 10 ha raccontato di avere scoperto l’effettivo utilizzo della propria immagine soltanto anni dopo, osservando i figli di alcuni amici giocare al videogame. Superati alcuni livelli, gli utenti potevano infatti affrontare i grandi campioni del passato, tra i quali lo stesso Rivera, all’interno di un contesto nel quale erano presenti anche importanti sponsor. Da lì la decisione di avviare l’azione legale.

«Finché comanda il denaro, il calcio non cambierà»

L’intervista si è spostata poi sulla gestione del calcio internazionale. Rivera non ha risparmiato critiche alla FIFA e più in generale al modello economico che, a suo giudizio, domina ormai il movimento: «Il mondo del football, da Blatter a Infantino, ha sempre avuto il denaro come padrone. Finché comanda il denaro, il calcio non cambierà», sostiene l’ex milanista, aggiungendo di non sapere se eventuali alternative all’attuale leadership possano rappresentare davvero una discontinuità.

Una trasformazione che, secondo Rivera, ha coinvolto anche i calciatori: «I giocatori oggi sono aziende e fanno squadra con gli altri solo in campo», ha affermato, sottolineando come siano venuti meno quei vincoli di appartenenza e quella sensibilità verso l’intero sistema che avevano caratterizzato altre epoche. Il riferimento è anche alla nascita del sindacato dei calciatori nel 1969, esperienza alla quale Rivera partecipò direttamente. Oggi, a suo giudizio, i giocatori sarebbero molto più concentrati sugli interessi individuali e meno coinvolti nelle problematiche delle categorie inferiori e nella sostenibilità complessiva del calcio.

«Le mie idee disturbano il potere»

Rivera è tornato anche sul proprio rapporto con le istituzioni calcistiche. Dopo essere rimasto per molti anni ai margini del sistema e avere intrapreso la carriera politica, nel 2010 tornò in FIGC come presidente del Settore Giovanile e Scolastico. Secondo l’ex campione, la sua lunga distanza dai vertici del calcio non sarebbe però spiegabile soltanto con l’esperienza politica: «Io sono scomodo, ieri come oggi, perché le mie idee disturbano da sempre il potere», ha aggiunto.

Rivera ha ricordato in particolare l’opportunità ricevuta durante la presidenza federale di Giancarlo Abete, quando ebbe la possibilità di mettere nuovamente le proprie competenze a disposizione del calcio italiano. Ma, ha aggiunto, «non sempre puoi vincere contro chi è più forte».

Molto severo anche il giudizio sulle recenti scelte della Federazione. Rivera avrebbe visto positivamente un ruolo di primo piano per Paolo Maldini, del quale sottolinea soprattutto l’indipendenza. Ben diversa la valutazione sul ritorno di Roberto Mancini nel giro della Nazionale. «Riportare in panchina Mancini è un oltraggio verso tifosi e giocatori», ha affermato ricordando la precedente decisione del tecnico di lasciare l’Italia per accettare l’incarico in Arabia Saudita.

Procuratori e vivai nel mirino

Nell’analisi di Rivera, la crisi del calcio italiano è partita soprattutto da due elementi: il ruolo crescente dei procuratori e il modo in cui vengono formati i giovani calciatori. Sugli agenti il giudizio è stato netto: «Sono la vera peste». Ma la critica ha riguardato anche il lavoro svolto nei settori giovanili, dove secondo Rivera si sarebbe progressivamente privilegiata la preparazione tattica a discapito dello sviluppo tecnico individuale.

L’ex Pallone d’Oro contesta un modello che tende a formare giocatori abituati soprattutto a eseguire disposizioni, piuttosto che calciatori capaci di comprendere autonomamente il gioco. Anche per questo esprime perplessità sul sistema di formazione degli allenatori e sull’approccio seguito a Coverciano. La soluzione, nella sua visione, passa quindi da un ribaltamento delle priorità: rimettere il giovane al centro del progetto, lavorare sulla tecnica e sulle qualità individuali e costruire calciatori capaci di pensare in campo.

«Nei vivai servono maestri di calcio, non strateghi della tattica», ha sintetizzato Rivera. Una filosofia che si inserisce nel progetto di riforma del calcio italiano al quale l’ex campione sta lavorando insieme ad Adolfo Sormani, figlio di Angelo Sormani, suo compagno nel Milan degli anni Sessanta.