Nuovo AD Milan, Ferrari rilancia: «Ci fosse una chance valuterei. Bisogna azzerare e ripartire»

L’ex membro del CdA rossonero – dal 2020 al 2022 – ha da poco messo fine alla sua carriera in Webuild dopo 15 anni.

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Massimo Ferrari (foto da video)

Dopo 15 anni Massimo Ferrari ha lasciato Webuild, con cui comunque continuerà ad avere collaborazioni, e subito dopo si sono scatenate le indiscrezioni su un suo possibile ritorno al Milan – è stato membro del CdA rossonero per quasi due anni dal 2020 al 2022 – come amministratore delegato, visto la decisione di Gerry Cardinale di allontanare, fra gli altri, anche Giorgio Furlani.

Ferrari non ha mai nascosto né la sua fede rossonera né la sua disponibilità a valutare la possibilità di diventare il prossimo amministratore delegato del Milan. «Non ho parlato con Cardinale – ha dichiarato Ferrari all’edizione odierna del La Gazzetta dello Sport –. Ho però trasmesso alcune mie idee a manager e personalità di spessore e devo dire che sono ampiamente condivise, quello sì. Ho appena chiuso un capitolo di 15 anni di vita che ha richiesto molti sacrifici, a 64 anni ho anche altre ambizioni personali. Però il Milan è una passione e un ambiente che conosco bene essendo già stato in CdA con Elliott, in un momento difficile perché eravamo sotto sanzione UEFA. Se ci fosse una sola chance la valuterei».

Sul momento del Milan dopo un altro fallimento sportivo: «Questo come sempre dipende da un insieme di fattori. Forse un azionista mal suggerito, forse alcune figure troppo junior che conoscono poco il calcio, forse bisogna essere più presenti in Lega. Prendiamo anche Milanello: un tempo era all’avanguardia, deve tornare a esserlo. Oggi ci sono macchinari, per esempio telecamere a laser, che misurano lo stato dei tendini e del sistema osseo-muscolare, sono in grado di prevedere gli incidenti e indirizzare le cure. Adesso serve un reset. L’azionista mi pare consapevole che si debba investire in una filiera nuova».

Sui tanti nomi accostati al Milan: «Non mi addentro. Dico che l’ad deve essere pagato come gli altri, fare da controllore, saper dire dei no, smussare gli angoli, far lavorare tutti ed essere il guardiano della comunicazione. Deve governare un board di gente che sappia o di conti, o di regole, o di calcio. Ci vuole un allenatore leader. E alla direzione tecnica serve qualcuno di credibile. Lo dico subito: penso che uno come Paolo Maldini ci possa e ci debba stare. Non fa squadra?  Ciascuno ha i suoi difetti, ma una società lo gestisce. Certo, poi bisogna distribuirgli delle deleghe. D’altra parte chi guida l’area tecnica non deve poi interferire con l’allenatore. Che a sua volta non può imporre a scatola chiusa tutti i suoi collaboratori, perché, come dicevo, nell’ambito medico o della preparazione, bisogna rispettare standard di innovazione e di alta qualità».

Ferrari aggiunge anche quali tema affronterebbe in un ipotetico colloquio con Cardinale: «Intanto c’è un tema di fondi, necessari e da reperire al di là del trading dei giocatori: diciamo che, per ipotesi, se mi presentassi con 100 milioni da mettere in un fondo che investe nel Milan sono sicuro che sarei ascoltato. Vado per macroaree. Il sistema UEFA è drammaticamente progressivo: chi vince, vince tantissimo. Chi perde, perde tanto. Bisogna partire da qui, altri sistemi come l’NBA sono diversi: se si arriva ultimi si può anche non perdere soldi. Da noi non qualificarsi in Champions è un disastro. Ma porsi il 4° posto come obiettivo, cioè il minimo per la sopravvivenza, significa sbagliare tutto. La media di chi si pone l’obiettivo di arrivare quarto è stare tra il quinto e il settimo posto. Tutto parte dall’ambizione ed è tutto collegato».

«Ci vuole una visione unica che permea tutta la società e una voce sola – prosegue Ferrari –. È chiaro a tutti che una società di calcio è una media company. C’è un mercato di diritti televisivi che bisogna far crescere. La sostenibilità è imprescindibile, ma a volte spendere di più significa avere ritorni molto maggiori. Il monte ingaggi dell’Inter è 50 milioni superiore al Milan ma genera 80 milioni in più. Per il trading giocatori prendo spunto dalla mia esperienza nella gestione del risparmio. L’idea di comprare a 20 e vendere a 50 è statisticamente dimostrato che non si realizza. Anche perché i costi di transazione – leggi le provvigioni dei procuratori – sono folli. Poi spesso i giocatori si svalutano, al Milan ci sono tanti esempi, da Estupinan a Nkunku, da Gimenez a Fofana. Con altri si fa pari, penso a De Winter, Okafor, Jashari, Ricci. Le vere plusvalenze sono rarissime: Tonali, Reijnders, Thiaw, e comunque anche vendere ogni anno quelli che funzionano depaupera la squadra. Non ci vuole un genio per capire che i giovani di talento sono così pochi che è difficile azzeccarli».

Sugli obiettivi: «Dandosi un obiettivo di 2-3 anni, bisogna aspettare la crescita dei giocatori, vediamo il caso De Ketelaere. E avere uno scouting di livello. Molti ironizzano ma il Como è un bell’esempio: hanno investito bene, hanno portato le star di Hollywood promuovendo il brand in tutto il mondo, e quando nasce un bimbo gli regalano il kit del Como, creano legami. Stadio? Su questo posso portare 15 anni di esperienza. Non basta investire, bisogna raccontare il progetto e spiegare alla cittadinanza il valore aggiunto».

Il ruolo di Ibrahimovic: «Non lo so, vedo elementi di rischio. Dico invece che mi piacerebbe coinvolgere Adriano Galliani, magari in un comitato consultivo, composto da personalità di spessore da far sentire a tutti Non si possono vendere false promesse, un orizzonte serio per vincere è di tre anni. Ma è il momento di azzerare e ripartire».