Banche, da Mps a Bper: nel trimestre delle fusioni utili oltre i 24 miliardi

Non hanno partecipato a questo movimento Intesa Sanpaolo e Unicredit, che comunque hanno ricevuto ottime risposte dalla Borsa guadagnando oltre il 50%.

Mps
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L’anno 2025 per le banche italiane sarà ricordato come quello delle fusioni e a testimoniarlo sono i risultati economico-finanziari al 30 settembre. Infatti, le prime cinque banche italiane hanno infatti realizzato utili netti per 20,8 miliardi di euro, 1.525 milioni in più rispetto a quanto avevano realizzato nel medesimo periodo del 2024.

Le restanti otto banche dell’analisi trimestrale de L’Economia del Corriere della Sera hanno cumulato utili per ulteriori 3.439 milioni di euro, in crescita di 445 milioni rispetto al 2024. Complessivamente dunque la larga maggioranza del sistema creditizio nazionale ha chiuso il terzo trimestre con utili per 24,28 miliardi, in crescita di 1,97 miliardi rispetto ai 22,31 miliardi di un anno fa.

Nei tre mesi estivi sono infatti andate a concludersi alcune operazioni importanti. Monte dei Paschi ha preso Mediobanca, Bper ha conquistato la Popolare di Sondrio mentre Banca Ifis ha acquisito illimity. Il tutto si è concretizzato in pochi giorni. Se quello di Banca Ifis su illimity è stato quasi un salvataggio, viste le perdite registrate nei primi sei mesi dell’anno, i bilanci di Mediobanca (che fino ad adesso ha chiuso l’esercizio proprio il 30 settembre) e della Popolare di Sondrio sono stati tra i migliori delle rispettive storie aziendali, chiusi con 321 e 512 milioni di utile netto.

Risultati che danno ancor più valore alle mosse di Montepaschi e Bper, che così hanno allargato il loro perimetro di gruppo. Le operazioni guidate da Luigi Lovaglio per Mps e da Gianni Franco Papa per Bper rappresentano una importante novità nel panorama nazionale. Entrambe sono infatti guidate da una logica di sinergia dei ricavi, invece che per quella dei costi. Un cambiamento radicale del punto di vista dell’operatività: anni di razionalizzazioni, uniti a una crescita importante dell’opera di digitalizzazione, hanno snellito i gruppi, i cui corpi aziendali sono ora più facilmente indotti a conquistare nuovi limiti, offrendo nuovi servizi, operando in nuovi mercati, con maggiore efficacia.

In questo elenco a mancare sono i due grandi gruppi bancari nazionali, in cui fa parte Intesa Sanpaolo, che per bocca del suo stesso amministratore delegato Carlo Messina si è ripetutamente chiamata fuori da questa partita, andata in scena negli ultimi mesi. Rimane comunque la sua posizione di leadership, consolidata a inizio decennio con l’acquisizione di Ubi. Un’operazione che a lungo andare ha portato alle operazioni che abbiamo visto nell’ultimo periodo. Lo sviluppo di Intesa può ora solo venire per linee interne, come si evince dalla creazione di Isybank e lo fa quotidianamente in specifici settori, su tutti il Corporate and investment banking e il risparmio gestito, ma la mappa degli sportelli quella è e non si tocca.

Una mossa, su questo fronte, che ha provato a fare Unicredit, mettendo nel mirino Banco Bpm (banca coinvolta nell’acquisto di San Siro da parte di Inter e Milan), ma l’operazione è stata fermata dalla posizione, che pochi condividono e tra questi anche l’Unione Europea, del governo italiano, che ha prospettato l’uso del Golden power per proteggere un asset nazionale che un soggetto italiano voleva acquisire. In ogni caso Unicredit, che ha le mani abbastanza libere in Italia, potrebbe agire nei prossimi mesi, quando a primavera alcuni consigli di amministrazione verranno rinnovati e si comprenderanno i nuovi equilibri.

Infine, in attesa di capire come evolverà il tentativo di acquisizione della tedesca Commerzbank, la banca guidata da Andrea Orcel festeggia: in un anno in Borsa ha guadagnato oltre il 60%. Ma subito dietro c’è proprio Intesa, che in questo periodo ha visto crescere il valore delle proprie azioni di oltre il 50%.

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