Serie A in mano straniera? Perché il futuro dei nostri club può passare anche da Wall Street

L’ingresso massiccio di capitali stranieri apre un nuovo scenario: non solo la rivendita a grandi investitori, ma anche la possibile quotazione sui mercati americani come ipotesi per l’exit strategy.

La facciata del New York Stock Exchange (NYSE) a Wall Street
FOOTBALL AFFAIRS

La conclusione delle trattative per il passaggio del Monza dalla Fininvest della famiglia Berlusconi al fondo statunitense Beckett Layne Ventures ha ufficializzato che tra le 40 compagini presenti tra Serie A e Serie B almeno 19 sono adesso di proprietà straniera. Di queste tredici sono di proprietà americana o nordamericana e sette sono in mano a fondi di investimento.

In questo quadro è stato logico chiedersi perché questi uomini d’affari d’oltre oceano investano in società calcistiche italiane e dei vari motivi Calcio e Finanza se ne è occupata numerose volte elencando quali principali driver, tra gli altri:

  • il prezzo relativamente basso dei nostri club (specialmente se paragonato a quelli di Premier League);
  • la possibilità di incremento del valore patrimoniale delle società mediante un nuovo stadio;
  • il nome conosciuto in tutto il mondo di alcune delle nostre città, nella quali le varie squadre hanno sede. E quindi la facilità di operazioni di marketing anche al di fuori dei confini nazionale.

Se i motivi per l’entrata sono chiari, adesso però è lecito anche domandarsi quale potrebbe essere la strategia di uscita di questi fondi, visto che per loro natura questi veicoli comprano una società, la risanano, per poi rivenderla dopo qualche anno a un prezzo maggiorato, intascandone la plusvalenza da redistribuire ai propri investitori.

Sinora l’exit strategy maggiormente ipotizzata dalla stragrande maggioranza dei fondi era quella per cui il veicolo di investimento, una volta risanato il club, avrebbe trovato un altro grande investitore, probabilmente nel marcato arabo o statunitense, disposto a pagare un prezzo più elevato e poi in grado di riportare il club a più alti livelli sportivi.

Questa, va detto con la maggiore chiarezza possibile, è ancora adesso la strada maestra che i manager dei vari fondi hanno in mente e tentano di perseguire quando si inizia a pensare alla fase della possibile uscita. Per altro la svolta su San Siro avvenuta nel Consiglio comunale di Milano per esempio potrebbe nel medio termine semplificare non di poco la ricerca di un compratore per Inter e Milan, visto che la strada verso il nuovo stadio sembra più in discesa.

Precisato questo, va però notato che ultimamente, visti i valori schizzati alle stelle delle franchigie statunitensi attive nei vari sport americani, c’è un altro scenario che si sta aprendo nella testa dei manager: quello della possibile quotazione in borsa dei club. Una quotazione da realizzare non in Italia, dove l’appetito per gli asset sportivi è limitato, bensì nelle borse statunitensi dove invece la domanda per investire in società sportive è in grande crescita.

Sia chiaro, al momento nessun club ha intrapreso passi concreti verso questa soluzione, per lo meno per quanto ne sappia questa testata, però è un’opzione che è tornata di moda.

I tentativi italiani a Piazza Affari, dalla Juventus alla Roma

Si dirà: come? In Italia ci sono tre società che hanno tentato la via del mercato azionario (Lazio, Juventus e Roma) e tutte e tre, dopo l’iniezione di capitale iniziale di inizio secolo (che però contribuì a finanziare almeno tre scudetti), se non si sono pentite di questa operazione, poco manca.

Nella Roma i Friedkin non appena ottenuta la maggioranza del capitale del club, non hanno impiegato molto per varare il delisting da Piazza Affari. Un’operazione costata in tutto qualcosa come 26 milioni alla dinasta texana che però si era convinta che avere la società quotata a Milano non desse più alcun beneficio al club, imponendole invece i pesanti costi di gestione necessari per essere presenti su listini.

La Lazio è un titolo sui generis tra quelli presenti a Piazza Affari. Le negoziazioni sulle società biancoceleste sono scarse e il flottante è talmente esiguo che il club di patron Claudio Lotito non è molto considerato dagli operatori di borsa.

La Juventus invece è delle tre l’unica che ha sempre avuto qualche crisma di società quotata a tutto tondo. Alcuni analisti svolgono ricerche sul titolo bianconero e l’azione ha sicuramente una sua dignità borsistica. Ciò detto non è un mistero che una decina di anni orsono l’allora presidente Andrea Agnelli vagliò seriamente l’ipotesi di togliere la società da Piazza Affari, ritenendo non conveniente la presenza sui listini. Poi desistette valutando che i costi dell’operazione non giustificassero la mossa.

Non solo, non è nemmeno un mistero che all’interno del management di Exor (la holding della dinastia Agnelli-Elkann che è la controllante della Juventus) si pensa che il club bianconero sia ampiamente sottovalutato in borsa: internamente infatti si dà una valutazione della società di circa 2 miliardi e invece la capitalizzazione attuale è di circa 1 miliardo.

Insomma, alla luce di tutto questo, perché un fondo, sempre come opzione alternativa alla strada maestra che è quella di trovare un altro compratore, dovrebbe mai pensare a quotare una società calcistica per la sua exit strategy e quindi monetizzare, almeno in parte, l’investimento?

Perché i fondi stranieri guardano a Wall Street

Innanzitutto c’è da dire che una quotazione in borsa porta con sé una maggiore facilità di vendere una quota di minoranza e quindi iniziare a monetizzare l’investimento. Se è difficile trovare un investitore disposto ad acquistare una minoranza (e quindi non contare nulla nelle decisioni), è più semplice vendere sul mercato la stessa quota a un numero svariato di compratori i quali pensano che il titolo si possa apprezzare nel tempo.

Però questo è valido da sempre e quindi non c’è nulla di nuovo in questo senso.

La vera differenza è che l’idea che si sta facendo strada ora non è quella di quotare una società calcistica su Borsa Italiana, bensì sui mercati azionari nordamericani.

Negli Stati Uniti molti analisti economici pensano che lo sport sia tra i comparti industriali che grande potenziale di crescita. Di qui l’appetito per investire nelle società sportive è in grandissimo aumento. E la riprova sta nel fatto che la valutazione di tutte le franchigie dei grandi sport americani è letteralmente decollata negli ultimi anni.

Basti pensare che, stando alle analisi di Forbes, nel 2010 il club sportivo dal valore più alto al mondo era il Manchester United, con una valutazione di 1,8 miliardi di dollari, seguito dai Dallas Cowboys di NFL (1,65 miliardi) e dai New York Yankees (1,6 miliardi), con tre club calcistici nella top 10 e la prima franchigia NBA addirittura 49ª (i Los Angeles Lakers, valutati 607 milioni di dollari).

Nel 2024, la classifica di Forbes invece vedeva solo club sportivi nordamericani nelle prime 12 posizioni della graduatoria dominata dai Dallas Cowboys (valutati 10,1 miliardi di dollari, con una crescita del 512%) e con i New York Yankees (7,5 miliardi, +370%) nei primi posti, mentre i Los Angeles Lakers sono stati venduti recentemente con una valutazione di 10 miliardi (+1.567% rispetto alla valutazione di Forbes nel 2010). Il tutto mentre il Manchester United ha visto crescere il suo valore “solo” del 260%, arrivando a 6,5 miliardi.

Non solo, ma gli Stati Uniti, stando sempre alle classifiche di Forbes, sono il Paese che può vantare il maggior numero di milionari sul pianeta e in questo senso è il mercato con la più vasta liquidità da investire.

Inoltre i grandi sport americani sono a numero chiuso in termini di partecipazione al campionato principale. E se da un lato il numero fissato di franchigie disponibile può essere visto come una garanzia di redditività del bene su cui si investe, dall’altro pone un limite al numero di possibili società disponibili.

Di qui il possibile maggiore spazio per investire nel calcio, visto anche che nel 2026 gli Stati Uniti ospiteranno il maggior evento sportivo esistente nel globo, ovvero il Mondiale per squadre nazionali. Una vetrina che sicuramente attirerà l’attenzione di tutti e in particolare degli americani.

D’altronde non è che questa opzione sia un inedito assoluto. Visto che si tratterebbe di battere la strada aperta del Manchester United che è quotato a Wall Street dal 2012 e che, sebbene da una decina di anni non viva stagioni degne della sua illustrissima storia, ha visto il proprio titolo apprezzarsi di poco meno del 10% da 14 dollari a 15,3 dollari alla borsa di New York.

È evidente però che per suscitare l’appetito degli investitori americani, che non per forza conoscono a fondo l’Italia, la forza del brand è cruciale. E in questo quadro giova segnalare che al di là dei grandi club il cui nome brilla anche all’estero di luce propria, un aiuto in questo senso viene dal fatto che molte società italiane in mano a fondi statunitensi possono sfruttare, come si diceva, il nome della città nella quale sono basate.

D’altronde per quanto concerne la forza del brand, si tratta nei fatti di ripercorrere la ricetta a suo tempo inventata dal genio manageriale dell’ex amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne (scomparso nel 2018). Il manager italo-canadese che prima scorporò Ferrari da Fiat Chrysler Automobiles (FCA) in una operazione annunciata nel 2014 e conclusa nel 2016 e poi portò in borsa la scuderia del Cavallino rampante prima a New York e solo dopo la quotò a Milano come secondary listing. L’obiettivo era proprio sfruttare la grande liquidità presente nel mercato americano e la domanda degli investitori statunitensi per i beni unici nel suo genere, come lo è sicuramente la Ferrari, però come lo possono essere particolari club di calcio.

Il risultato è che adesso la Ferrari (sempre controllata da Exor) capitalizza circa 90 miliardi alla borsa americana, con il titolo che è cresciuto del 960% in questi 19 anni. Non solo, ma la scuderia emiliana da controllata dell’allora FCA (ora confluita in Stellantis) è passata da sola a valere in borsa più dell’attuale Stellantis, la cui capitalizzazione adesso è di circa 25 miliardi. E questo malgrado Stellantis abbia potuto contare sull’apporto della fusione con PSA che ha portato brand del calibro di Peugeot, Citroen e Opel nel perimetro e di soci quali la famiglia Peugeot e lo Stato francese nell’azionariato di quella che non è più ora la nostra industria automobilistica nazionale.