Il dopo Armani è già cominciato. Con un mercato del lusso in fase di rallentamento e senza la guida carismatica del fondatore, la transizione per il gruppo non sarà semplice. Come ricostruisce il Corriere della Sera, Giorgio Armani ha tuttavia lasciato precise linee guida per il futuro, fissate nello statuto della nuova Giorgio Armani spa, insieme a una “riserva” di utili non distribuiti per 1,987 miliardi di euro.
Dove andrà il gruppo resta ancora un’incognita, ma sono riemerse ipotesi e voci che guardano in direzioni diverse. Tra queste, scrive il Corriere, quella di un’alleanza con Exor, la holding degli Agnelli-Elkann (che è azionista di maggioranza tra le altre anche della Juventus, che tra l’altro ha da poco stretto una partnership proprio con il gruppo Armani), magari in sinergia con Ferrari. Non mancano suggestioni che coinvolgono Hermès, Richemont – forte di ampie disponibilità finanziarie – o grandi fondi di private equity internazionali. Più defilata, al momento, la prospettiva di una quotazione in Borsa, comunque non prima di cinque anni.
Il fondatore ha inserito nello statuto veri e propri principi “costituzionali”: sviluppo globale del marchio, stile essenziale e non ostentato, cautela sulle acquisizioni, investimenti costanti sui brand, limitato ricorso al debito, reinvestimento degli utili in azienda. Proprio quest’ultimo criterio è alla base della liquidità accumulata negli anni. Per utilizzarla come dividendo servirà una maggioranza rafforzata del 75%, non quella semplice.
La successione vedrà la distribuzione del 99,9% del capitale tra sei categorie di azioni, più due senza diritto di voto, con diritti differenti e una governance fortemente blindata. Una struttura che rende complessa qualsiasi operazione straordinaria, dalla quotazione alla cessione, senza un largo consenso.
L’ultimo bilancio firmato da Armani riflette le difficoltà del settore: ricavi a 2,3 miliardi (da 2,4 nel 2023) e utile netto sceso a 51 milioni (da 163). In controtendenza, però, gli investimenti, raddoppiati da 168 a 332 milioni: una scelta coerente con la filosofia del fondatore di privilegiare il lungo termine.
Un dettaglio dello statuto fissa un altro principio chiave: la sede resterà a Milano. L’organo amministrativo potrà spostarla solo in Italia, mai all’estero. Una clausola che vale come dichiarazione d’identità e che, come tutte le altre, potrà essere modificata solo con il voto favorevole del 75% dei soci.