Cosa spinge un soggetto ad investire nel calcio italiano? L’interesse dall’estero è sempre maggiore verso i club del nostro Paese, con tante transazioni che continuano ad avere al centro le società di Serie A e Serie B. Operazioni importanti che si portano dietro però potenziali rischi, anche se l’obiettivo nelle ultime stagioni è quello ridurre questi rischi a livello industriale e non solo. Dagli accordi con gli sponsor alla proprietà, fino alla gestione dei calciatori, sono tante le tematiche che rischiano di avere conseguenze negative.
«Nel calcio italiano ci sono tematiche interessanti, comuni a quanto avviene quando gli investitori esteri si affacciano sul mercato italiano in generale», spiega a Calcio e Finanza Marco De Bernardin, Associate Managing Director e Head of Forensic Investigations and Intelligence practice in Italia di Kroll, realtà internazionale di consulenza aziendale specializzata in financial advisory e gestione del rischio.
Tutto parte dal brand, che è l’asset principale, seppur immateriale, che porta al valore della società. E che sia lato club che lato investitore deve essere centrale. «Il brand è ciò che rende appetibile un club e che ne spiega anche il valore. Le varie fonti di ricavi sono direttamente legate alla percezione del brand. Ad esempio, le vicende negative che si leggono sui giornali possono avere riflessi negativi sul brand e su quello che può essere il valore del club», prosegue De Bernardin. «Il primo elemento di criticità legato al brand riguarda come viene identificato, gestito e protetto. Lo puoi fare solo se fai una attività di analisi all’interno dell’azienda su quelli che sono i rischi, legati al business, che possono ripercuotersi sulla percezione e quindi il valore del brand».
Un altro insieme di rischi è anche legato alla governance e gestione del club, ovverosia come viene gestita la società prima dell’acquisizione. «Quando sei un club e hai già l’asset, le attività di cui ci si occupa sono quelle più tradizionali: basti pensare ai contratti di sponsorizzazione – aggiunge -.In Italia abbiamo visto, ad esempio, diversi casi di magliette con uno sponsor scomparso dall’oggi al domani perché non sono più in grado di pagare quanto pattuito. Che tipo di verifiche erano state fatte a monte su queste controparti? Hai fatto una due diligence? Hai capito chi fossero, che tipo di track record avessero? Sono cose che vanno ad impattare sul tuo brand. Tutte queste attività di verifica di questo tipo cercano di minimizzare rischi e ricadute negative per il club. Ma c’è anche il tema legato alla gestione dei calciatori e alla società in termini aziendali: ad esempio investigare eventuali casi di frode lato fornitori sono attività utili a ridurre il rischio all’interno di una azienda».
L’appetibilità di un club deriva anche dai benefici che derivano da questo tipo di analisi, che vanno anche oltre la classica due diligence. «Se vengono fatte, queste attività di buona gestione di un club permettono di rendere una società più appetibile e facilitarne poi la cessione». Ci sono anche i rischi che corre chi investe per acquistare un club. «Il primo tema riguarda l’identità di chi sta comprando il club, legato anche al rapporto che si va ad instaurare tra la nuova proprietà e i tifosi. Ci sono state storie anche in epoche recenti, in cui ancora non risulta chiaro chi fosse l’acquirente. Ma è anche giusto individuare una faccia. La chiarezza su chi è sia il nuovo investitore ha il doppio valore di facilitare la transizione e di presentarsi sul mercato con una storia imprenditoriale e un piano di investimento».
Un tema che è molto discusso, soprattutto con le nuove proprietà legate magari a fondi di investimento: metterci la faccia è sempre una tematica richiesta dai tifosi italiani, soprattutto se le cose vanno male. «L’immagine romantica del vecchio patron sta scomparendo», replica De Bernardin. «È anche sbagliato cercarlo come ancoraggio culturale nel calcio di adesso, che è spersonalizzato dal punto di vista delle proprietà ma in cui hai una gestione molto più aziendale. Da qui si possono fare due considerazioni: la prima sull’importanza del brand, finché c’è fiducia nel brand la base continuerà a tifare a prescindere dalla proprietà, la seconda è che serve chiarezza sui piani, chi investe oggi è interessato a diritti tv, merchandising e stadio per far accrescere il valore del club. Se il piano è chiaro, comunicato e trasmesso è già un punto di partenza importante per rapportarsi con la tifoseria. Così come è anche importante che non ci sia una nube di incertezza su chi sia il proprietario ultimo».
«Nel contesto del nostro lavoro, spesso e volentieri, andiamo a scardinare le scatole societarie da Hong Kong alle Isole Vergini. La presenza di veicoli incorporati in queste giurisdizioni potrebbero di questo tipo fanno sorgere domande circa la loro necessità, non è ovviamente un crimine e non deve essere un problema, a meno non lo si faccia con scopi fraudolenti: la chiarezza è un valore importante. Sul lato della proprietà con l’avvento dei fondi esteri sono quindi cambiate alcune cose, certo con delle eccezioni, basta vedere chi ha vinto lo scudetto quest’anno ed è quindi possibile ci sia anche una terza via».
Ma il sistema italiano resta comunque attraente, nonostante i problemi. Troppi rischi nell’investire nel calcio nostrano? «Non ci sono criticità che rendono il calcio italiano meno appetibile rispetto ad altri Paesi. L’investimento in Italia ha senso soprattutto per i fondi che devono creare valore, si compra un asset che costa poco ed ha grandissimo potenziale di crescita. I problemi, anche quelli magari burocratici legati alle infrastrutture, si possono risolvere. Bisogna però essere in grado di spiegare anche sul tema stadio agli investitori quale è la situazione anche sulle infrastrutture, sui terreni ad esempio, tutte strategie per minimizzare il rischio».
Senza nascondere i rischi anche per chi investe: «Gli investitori esteri interessati all’acquisto di asset sono attenti alle tematiche reputazionali, cioè a quale sia l’impatto che può avere su di me la mia associazione a questa realtà. È una delle tematiche che sta più a cuore, il brand è uno dei temi principali. In Italia c’è una accelerazione significativa su questo. È vero che la percezione potrebbe essere che siamo rimasti indietro ma non deve essere vista come una situazione che rimarrà tale anche in futuro», conclude De Bernardin.
