Un Mondiale da 13 miliardi: perché il torneo FIFA è sempre più una macchina industriale

Il Mondiale 2026 non è soltanto il più grande di sempre. Sarà anche uno dei test più chiari su come sta cambiando l’economia del calcio globale.  

Quanto vale il Mondiale per la FIFA
(Foto: Angel Delgado/Getty Images)

Articolo a cura di Ruben Dalfovo, Investment Strategist di BG Saxo 

Il Mondiale 2026 non sarà soltanto il più grande di sempre. Sarà anche uno dei test più chiari su come sta cambiando l’economia del calcio globale.  

La Coppa del Mondo è partita l’11 giugno tra Stati Uniti, Canada e Messico, con 48 nazionali, 104 partite e 16 città ospitanti. Numeri sportivi, certo. Ma soprattutto numeri industriali. Più squadre significano più partite. Più partite significano più dirette, più pubblicità, più sponsor, più contenuti digitali e più occasioni per monetizzare l’attenzione dei tifosi.  

Il valore non è solo nel campo  

Secondo le stime più recenti, la FIFA punta a ricavi complessivi nell’ordine di 13 miliardi di dollari nel ciclo 2023-2026, con una parte significativa concentrata proprio nell’anno del Mondiale. Il dato è importante perché racconta una trasformazione: la Coppa del Mondo non è più soltanto un evento da vendere ai broadcaster. È un ecosistema commerciale fatto di diritti tv, sponsor, biglietti, hospitality, contenuti digitali, licensing e partnership tecnologiche.  

Il meccanismo è semplice. In un mercato dei media sempre più frammentato, gli eventi live diventano più preziosi. I consumatori guardano serie, video brevi e contenuti social quando vogliono. Le grandi partite, invece, concentrano milioni di persone nello stesso momento. Per gli inserzionisti, questa rarità vale oro.   

L’esempio più interessante arriva dal Regno Unito, dove ITV vivrà un Mondiale da record sul fronte pubblicitario. La domanda non arriva soltanto dai marchi tradizionali. Arriva anche dai grandi gruppi dell’intelligenza artificiale, della tecnologia e del cloud computing. Un segnale chiaro: anche per la nuova economia digitale, il calcio resta una delle poche vetrine globali ancora capaci di concentrare pubblico, attenzione e investimenti pubblicitari.  

L’Italia non gioca, ma il mercato resta in campo  

Per l’Italia il Mondiale ha un’anomalia evidente: la Nazionale non partecipa per la terza edizione consecutiva. Dal punto di vista sportivo ed emotivo, l’assenza dell’Italia pesa. Dal punto di vista economico, però, il quadro è più articolato.  

In Italia DAZN trasmetterà tutte le 104 partite in pay streaming, mentre la Rai avrà 35 gare in chiaro, con una forte presenza in prima serata. La mancanza dell’Italia riduce il potenziale picco di ascolti nelle partite degli Azzurri, ma non azzera il valore dell’evento. Il Mondiale resta una macchina di contenuti lunga quasi sei settimane, con finali, grandi nazionali, campioni globali e nuove finestre pubblicitarie.  

C’è poi il canale dei club. Dalla Serie A sono stati convocati 66 giocatori. Il Milan guida la classifica con 10, seguito da Inter e Atalanta con 7. Per le società italiane, la partecipazione dei propri calciatori può avere tre effetti. Il primo è diretto: i club ricevono dalla FIFA un compenso per i giocatori convocati e messi a disposizione delle nazionali durante il torneo. Il secondo è commerciale: visibilità internazionale dei giocatori e del marchio. Il terzo è patrimoniale: un buon Mondiale può incidere sulla percezione del valore di un calciatore.  

Naturalmente esiste anche il rovescio della medaglia. Più minuti giocati significano più rischio fisico, più fatica e più complessità nella preparazione della stagione successiva.   

Il Mondiale come mappa per gli investitori  

Per chi guarda il calcio da investitore, il Mondiale non è una singola opportunità. È una mappa di settori.  

I primi beneficiari naturali sono media, broadcaster e piattaforme streaming. Subito dopo arrivano sponsor globali, abbigliamento sportivo, hospitality, viaggi, pagamenti digitali, telecomunicazioni, sicurezza, tecnologia per gli stadi e servizi legati agli eventi. Il calcio funziona da catalizzatore: concentra domanda, attenzione e spesa in un periodo breve.  

Ma proprio qui serve equilibrio. Gli eventi sportivi generano picchi, non sempre trend duraturi. Hotel, ristoranti e trasporti possono beneficiare della domanda dei tifosi, ma l’impatto macroeconomico complessivo tende spesso a essere temporaneo e distribuito in modo diseguale. Le città ospitanti sostengono costi di sicurezza, infrastrutture e logistica. Le aziende private raccolgono spesso una parte maggiore dei benefici. È il classico schema dei grandi eventi: la festa è condivisa, il conto un po’ meno.  

Il punto più interessante, però, è di lungo periodo. Il calcio continua ad attirare capitali perché combina tre elementi rari: passione, scarsità e distribuzione globale. Il mercato europeo del calcio ha raggiunto nuovi record di ricavi, mentre le valutazioni dei club più importanti continuano a salire. Questo non significa che tutti i club siano buoni investimenti. Significa che il settore è sempre più letto come industria dell’intrattenimento, dei media e dei dati, non solo come sport.  

Il Mondiale 2026 rende questa evoluzione ancora più evidente. L’allargamento del torneo aumenta il numero di partite e quindi le occasioni di monetizzazione. Ma il punto centrale è un altro: in un mercato dei media sempre più frammentato, l’attenzione live resta una risorsa rara, e per questo sempre più contesa.  

Alla fine, il vincitore alzerà la coppa il 19 luglio. Ma il vero messaggio finanziario del torneo potrebbe essere un altro: nel calcio moderno il campo resta il centro della scena, ma il valore si costruisce sempre più intorno allo stadio, sullo schermo e dentro i bilanci.