Il presidente dell’Inter Giuseppe Marootta è intervenuto al Festival della Serie A in corso di svolgimento a Parma, per uno spazio interamente dedicato all’interno del quale ha affrontato diversi temi: dalla scelta di Cristian Chivu alla vittoria dello Scudetto, dal ruolo dei giovani alla necessità di un nuovo stadio, passando per l’ambizione di vincere la Champions League e fino alla crisi del calcio italiano e al rapporto con la politica.
In apertura, Marotta ha sottolineato il valore sociale del calcio e l’importanza del confronto in corso a Parma: «Il calcio è un fenomeno di forte aggregazione sociale, questo è un appuntamento che vivo con grande emozione. Sono passato attraverso questo percorso, ho ascoltato e credo e spero che questo confronto possa lasciare qualcosa».
La scelta di Chivu e il rinnovo dell’allenatore
Il dirigente nerazzurro ha poi ripercorso la decisione di affidare la panchina a Cristian Chivu, arrivata in un momento delicato per il club dopo l’addio di Simone Inzaghi: «Una delle prerogative del manager è avere coraggio e consapevolezza. Noi eravamo reduci da una debacle a Monaco, con l’addio di Inzaghi preventivato, tutto si brucia con una facilità estrema nello sport. Noi avevamo forte in mente il modello di riferimento della proprietà, dovevamo trovare un profilo che lo identificasse e abbiamo deciso in poche ore di affidare la gestione della squadra a Chivu. Nonostante pressioni e condizionamenti siamo andati avanti per la nostra strada».
Secondo Marotta, l’allenatore oggi ha un ruolo sempre più centrale all’interno del club: «L’allenatore è il leader dell’azienda. Una squadra condivide un percorso e dei valori, lui si è identificato ed è leader perché la squadra gliene riconosce le qualità, attraverso il fatto di avere intenti comuni». Il presidente dell’Inter ha quindi evidenziato le caratteristiche del tecnico romeno: «Chivu ha delle qualità diverse, ha molto entusiasmo perché è giovane e ha obiettivi da raggiungere. Se da una parte questi ragazzi giovani non hanno esperienza, dall’altra parte c’è entusiasmo e voglia di fare».
Marotta ha poi allargato il discorso all’evoluzione della figura dell’allenatore nel calcio moderno: «La figura dell’allenatore deve avere qualità molto diverse rispetto a prima. Oggi non è più logico che ci siano certe distanze, ma questo leader deve avere delle qualità: gestire dei ragazzi molto più emancipati rispetto a una volta, essere psicologo. Chivu ha questa intelligenza». Sul rinnovo di Chivu, il dirigente nerazzurro ha spiegato che manca soltanto il passaggio formale: «Firma sul rinnovo? Un atto formale, la volontà di proseguire su questo percorso è stata accordata e sarà messa nero su bianco».
I giovani calciatori, tra Pio Esposito e l’interesse per Palestra
Spazio poi al rush finale della stagione, nel quale l’Inter ha consolidato la propria corsa verso lo Scudetto: «Abbiamo avuto la convinzione di volere vincere, oltra alla partita di Pasqua con la Roma ricordo anche quella con il Como, in cui eravamo sotto». Marotta si è soffermato anche sulla leadership interna allo spogliatoio, con un riferimento al ruolo di Lautaro Martinez: «La figura del capitano nel calcio di oggi ha perso alcuni valori, ma nella nostra squadra Lautaro viene riconosciuto come leader dai compagni. Anche e soprattutto con le prestazioni di campo si è ritagliato questo ruolo. Quello che si vede in campo si trasforma nella serenità con i compagni».
Un passaggio importante è stato dedicato ai giovani e alla necessità di accompagnarne la crescita senza eccessive pressioni: «Siamo orgogliosi di avere vinto lo Scudetto e avere valorizzato alcuni nostri giovani. Pio Esposito viene dal settore giovanile e non è facile, il coraggio di fare giocare i giovani va di pari passo con la pressione a livello mediatico. Ci deve essere la voglia da parte del pubblico di introdurre anche la cultura della sconfitta, che noi non abbiamo per nulla. Una questione che dà serenità alle società di portare avanti il loro modello. Il calcio italiano ha bisogno di questa crescita».
Interpellato sull’interesse dell’Inter per Marco Palestra, Marotta ha invitato alla prudenza nella gestione dei talenti: «Io ho avuto la possibilità di gestire tanti talenti che non sono diventati campioni, qualità tecniche e tattiche che poi non vengono trasformate. Se non ci sono certi valori umani ci si ferma al talento e non si diventa campioni. Io ho avuto a che fare con Cristiano Ronaldo e devo dire che lui è un vero campione. Quando ci si trova davanti ad atleti come Pio Esposito e Palestra, bisogna essere in grado di non caricarli troppo di pressioni. Oggi rappresentano il futuro, ma voglio essere prudente: da una parte poi c’è un valore che per noi è stato a costo zero come Pio Esposito, mentre Palestra ha un valore molto alto come logico che sia. Io posso dire con rispetto che Palestra piace a tante squadre».
L’ambizione della Champions e lo stadio di proprietà
Il presidente dell’Inter ha poi parlato dell’ambizione necessaria per competere ai massimi livelli: «Nello sport bisogna essere ambiziosi, avere un obiettivo molto alto può diventare un’ossessione, ma può portarti a raggiungere livelli e risultati di livello anche rispetto ai tuoi competitor. Nello sport come nella vita non sempre vale l’equazione “chi più spende più vince”».
Sull’eventuale addio in caso di vittoria della Champions League, Marotta ha risposto così: «In pensione se vincessi la Champions? Potrei. La Champions rispetto a un campionato nazionale è molto diversa, è come se fosse una tappa e non sempre vince il più forte. Passa attraverso un sorteggio, che può essere più o meno facile, quindi devono esserci circostanze favorevoli. Poi la Champions non ha una linearità di calendario e se nei momenti in cui giochi hai situazioni complicate è difficile. Speriamo che la fortuna possa assisterci in futuro».
Tra i temi affrontati anche quello dello stadio di proprietà, considerato ormai una necessità per Inter e Milan: «San Siro rappresenta uno stadio datato con aspetti che non sono migliorabili e lo stadio nuovo è un’esigenza. Grazie alla nostra proprietà e a quella del Milan noi stiamo andando avanti. Le grandi opere dovrebbero essere sotto il cappello del ministero delle infrastrutture per snellire un processo che oggi è macchinoso. Avere una propria casa ti dà un senso di appartenenza e la forza in più che ti porta a raggiungere anche più punti in classifica. Lo stadio è un contenitore in cui tutto viene valorizzato di più».
Marotta ha poi citato Florentino Perez come figura di riferimento nel calcio europeo: «Florentino è in grado di tirare fuori cartucce importanti: Mourinho e un giocatore che può farlo diventare un presidente ancora più vincente. E’ una figura che per me è una fonte di ispirazione».
La crisi del calcio italiano e le richieste alla politica
In chiusura, il presidente nerazzurro ha allargato il ragionamento alla crisi del calcio italiano, individuando soprattutto un problema di natura sportiva: «Il problema che si è evidenziato quest’anno senza i Mondiali è una mancanza di carattere sportivo e non di carattere economico-finanziario. Che nasce innanzitutto da un format dei Mondiali diverso rispetto ai quadrienni precedenti. La nostra crisi sportiva parte da lontano, dopo il 2006, anche se in contrapposizione ci sono risultati di alto livello delle giovanili. Abbiamo anche ottimi allenatori e ottimi dirigenti».
Il nodo principale, secondo Marotta, resta la formazione dei calciatori: «Manchiamo sul fronte dei giocatori. Bisogna formare i formatori, il gioco deve avere prevalenza e bisogna dare ai ragazzini la possibilità di essere creativi. Come ci può aiutare la politica? Non abbiamo mai voluto chiedere soldi, abbiamo bisogno del legislatore, con leggi che facilitino la gestione del sistema. Avevamo il Decreto Crescita che riguarda tutti coloro che svolgevano un’attività lavorativa e ci siamo ritrovati senza questa agevolazione».
Infine, il presidente dell’Inter ha ribadito la richiesta del calcio italiano alla politica: «Dalla politica vogliamo che ci faciliti a gestire dei club che sono vere e proprie aziende e che ci diano le strutture per essere competitivi con il resto dell’Europa, che è più avvantaggiato».