Gabriele Gravina torna a parlare. Il presidente uscente della FIGC ha rilasciato un’intervista a Il Corriere della Sera, dove ha affrontato i giorni successivi alla mancata qualificazione dell’Italia alla Coppa del Mondo. Dopo il 2018 e il 2022, per la terza volta consecutiva gli Azzurri non saranno in campo al Mondiale.
Ma per Gravina, i risultati non dovrebbero determinare le crisi “politiche” interne alla Federazione: «No e l’ho detto in più di un’occasione. La Federazione promuove il gioco del calcio con un grande impatto sulla società civile. Pensiamo agli oltre 800 mila minorenni impegnati, ai progetti con le scuole, ai programmi sull’inclusione e sulla sostenibilità sociale e ambientale. Per non parlare dei risultati positivi delle Nazionali giovanili e di quelli delle azzurre. Forse avrei dovuto essere più bravo come calciatore: ho sbagliato due rigori contro la Svizzera e tre palle gol con la Bosnia e dopo, dal dischetto, ne ho tirati uno alto e un altro sulla traversa. Forse mi sarei dovuto allenare di più…».
Sulle ragioni delle dimissioni. Gravina ha spiegato: «Mi assumo le mie responsabilità. Non ho mantenuto la promessa che avevo fatto ai tifosi italiani. Avevo detto che saremmo dovuti andare al Mondiale anche a nuoto e invece non ci siamo riusciti. Le dimissioni sono un ultimo atto d’amore verso il calcio. E non potevo permettere che gli attacchi al sottoscritto penalizzassero la Federazione. Ma non è tutto qui…».
«Già prima dei playoff avevo pensato di farmi da parte. E non tanto perché non mi sentivo all’altezza, quanto per i vincoli, i legami e gli impedimenti che frenano la crescita e lo sviluppo del movimento. E tutto ciò, permettetemi di dirlo, è frustrante. Alla fine, ho deciso di rimanere e ho accettato questa via Crucis. Adesso vivo quasi da recluso tra casa e Federazione», ha aggiunto.
Sul numero uno del futuro in FIGC, Gravina ha detto: «Non sarò il regista del futuro e non tirerò la volata a nessuno. È folle pensare che possa fare accordi con qualcuno. Sono convinto che alla fine le componenti mostreranno senso di responsabilità e riusciranno ad individuare un candidato in grado di coagulare il maggior numero di consensi possibile».
Gravina torna anche sulle parole dopo la sfida con la Bosnia, quando ha parlato di “dilettanti” riferendosi agli altri sport: «Mi spiace per come le mie parole siano state interpretate in Italia. Sicuramente andavano argomentate meglio: volevo sottolineare che il professionismo deve sottostare a regolamentazioni nazionali e internazionali. Di certo non era mia intenzione mettere in dubbio, né svilire, l’impegno e la professionalità degli atleti di altre discipline».
Sulle ragioni dei fallimenti degli ultimi anni, Gravina ha sottolineato che «la filiera del talento italiano non si sviluppa a pieno perché i club, che sono aziende private, perseguono i propri interessi e non ritengono funzionali il tempo e la fatica che servono per far sbocciare un giovane selezionabile per la Nazionale».
Poi, un passaggio sul perché la politica sia così poco in sintonia con le esigenze del calcio: dalle scommesse, al vincolo, al Decreto Crescita: «Scontiamo un vecchio pregiudizio sempre attuale, quello dei presidenti “ricchi e scemi”. Ma è un grandissimo errore, figlio di una lettura superficiale e offensiva. Rappresentiamo una delle realtà più vive e produttive per il Paese, sia socialmente che economicamente».
Gravina ha elogiato il modello tedesco: «Loro sono ripartiti da zero nel vero senso della parola, tutti uniti e con lo stesso obiettivo. E adesso stanno cominciando a vederne i frutti. È una visione lungimirante che da noi non esiste. Diciamolo chiaramente: in Italia della Nazionale frega solo ai tifosi. Agli altri, compresa la politica, serve solo per rivendicare, quando le cose vanno male, forme di posizionamento personali».
In chiusura, una battuta sull’eccessivo numero di società professionistiche in Italia: «Negli ultimi anni ho presentato alle componenti diverse proposte di riforma, ma fino a quando esisterà il cosiddetto “diritto d’intesa”, che è un vero e proprio “diritto di veto”, non ci potrà essere una riduzione con una conseguente riorganizzazione dei campionati. Quando parlo dell’aiuto che la politica può offrire al calcio, mi riferisco anche a questo: dare indicazioni al Coni affinché venga eliminato questo blocco nel nostro sistema di regole».