La Ferrari sta attraversando un momento complicato, tra delusione sportiva e malumori finanziari. Nel Mondiale di Formula 1 2025 non è arrivata neppure una vittoria, mentre gli ultimi titoli restano quelli del 2008 tra i costruttori e del 2007 tra i piloti. In parallelo, anche il titolo in Borsa soffre: negli ultimi dodici mesi ha lasciato sul terreno circa il 30%.
L’elemento più recente risale al 3 gennaio, quando i due principali azionisti – Exor, la holding guidata da John Elkann, e la famiglia di Piero Ferrari – hanno annunciato il rinnovo per altri tre anni del patto di consultazione in vigore da un decennio. L’accordo riguarda il 32% del capitale: il 21,3% fa capo a Exor, il 10,7% a Piero Ferrari, figlio del fondatore. In assemblea, però, il loro peso è ben maggiore e arriva a sfiorare il 48,5%, grazie al meccanismo dei diritti di voto maggiorati previsto dalla normativa olandese, adottata dopo lo spostamento della sede legale nel 2015. In termini di diritti, Exor controlla il 32,3%, Piero Ferrari il 16,2%.
Nonostante il rinnovo del patto, il mercato non ha reagito positivamente: da fine dicembre a oggi – spiega Il Fatto Quotidiano nella sua edizione odierna – il titolo Ferrari ha perso un ulteriore 11%. Un calo che ha alimentato dubbi sulle reali intenzioni dei due soci di restare azionisti di lungo periodo, anche alla luce di alcune clausole contenute nel nuovo accordo.
Il paradosso è che tutto questo avviene mentre i conti della società restano solidi. Nei primi nove mesi del 2025 i ricavi sono cresciuti dell’8%, raggiungendo 5,34 miliardi di euro; l’utile operativo è salito del 12% a 1,6 miliardi e l’utile netto del 7% a 1,217 miliardi. L’8 ottobre Ferrari ha persino rivisto al rialzo le stime per l’intero esercizio, che saranno approvate dal consiglio di amministrazione il 10 febbraio.
Eppure gli investitori sono rimasti freddi. Già dopo la semestrale approvata il 31 luglio, diversi analisti avevano manifestato perplessità per prospettive di crescita giudicate inferiori alle attese. Quel giorno il titolo crollò dell’11,6%, chiudendo a 385,3 euro. Da allora la discesa è continuata fino ai 284,3 euro del 23 gennaio, livelli che non si vedevano dall’ottobre 2023. Negli ultimi mesi, inoltre, molte grandi banche d’affari internazionali – da Morgan Stanley a Citi, passando per Hsbc e Goldman Sachs – hanno rivisto al ribasso i giudizi e i target price sul titolo.
Per comprendere appieno la situazione, però, bisogna guardare anche alle mosse di Exor e ai rapporti con Piero Ferrari. Il 26 febbraio 2025 sembrava tutto roseo: entusiasmo alle stelle per la stagione di Formula 1, anche grazie all’ingaggio di Lewis Hamilton, e azioni ai massimi storici a 483,1 euro. Poi, a mercati chiusi, la svolta inattesa: Exor ha annunciato la vendita del 4% di Ferrari a investitori istituzionali, con uno sconto sul prezzo di Borsa, incassando circa tre miliardi di euro.
Il giorno seguente il titolo ha perso l’8%, scendendo a 444,9 euro, e il calo è proseguito. Il prezzo di collocamento non è stato comunicato ufficialmente, ma dai calcoli effettuati da analisti e operatori risulta che le azioni siano state vendute a 450 euro. Dei proventi dell’operazione, circa due miliardi sarebbero destinati a un’acquisizione che, però, non si è ancora concretizzata. Per il mercato è stato un segnale negativo: vedere l’azionista di riferimento ridurre sensibilmente la propria quota – dal 24,8% al 20,8% – proprio mentre il titolo era ai massimi ha incrinato la fiducia. L’operazione lascia intendere che Elkann potesse considerare eccessiva una valutazione di 483 euro, tanto da accettare di vendere a 450.
A rendere il quadro ancora più delicato c’è il fatto che la stessa Ferrari ha acquistato il 10% delle azioni collocate da Exor, spendendo circa 300 milioni nell’ambito del programma di buyback. Quelle azioni, pagate 450 euro ciascuna, oggi valgono molto meno: ai prezzi attuali la perdita potenziale è di circa 110 milioni, pari a un -37%. Oggi la capitalizzazione complessiva della casa di Maranello è di circa 55 miliardi, ben 38 in meno rispetto al valore registrato il giorno dell’operazione.
Ulteriori interrogativi arrivano dal nuovo patto parasociale. L’accordo, depositato il 6 gennaio presso la Sec americana, oltre a confermare la consultazione preventiva tra i soci in vista delle assemblee, modifica gli equilibri interni. Piero Ferrari, che nel 2022 ha trasferito la nuda proprietà delle sue azioni a un trust familiare mantenendone l’usufrutto, potrà recedere dal patto «a sua totale discrezione» con un preavviso di 30 giorni. Exor, invece, non ha la stessa facoltà, se non nel caso in cui la quota di Piero Ferrari e del trust scenda sotto il 5% dei diritti di voto.
In pratica, Piero Ferrari – che oggi detiene il 10,7% del capitale e il 16,2% dei diritti di voto – potrebbe ridurre la propria partecipazione fino al 3,3% del capitale, mantenendo comunque in vita il patto. Questo gli consentirebbe di vendere fino al 7,4% delle azioni. I rapporti tra i due azionisti, secondo diversi osservatori, non sarebbero quindi dei migliori e non è escluso che Piero Ferrari stia valutando anche la cessione di una parte delle sue quote. Da Exor questa possibilità viene definita «molto ipotetica», mentre dal consulente finanziario vicino a Piero Ferrari, Franco Ravanetti, non sono arrivate prese di posizione ufficiali.