L’idea che nel private credit si stia gonfiando una bolla appare sempre più plausibile. Il settore, che ha superato i 2.500 miliardi di dollari, si muove lontano dai mercati regolamentati e sfugge in gran parte alla vigilanza tradizionale. Nato per sostenere le imprese escluse dal credito bancario, è diventato un circuito parallelo di finanziamento capace di amplificare gli shock dell’intero sistema.
Come spiega La Stampa nella sua edizione odierna, per struttura e dinamiche ricorda da vicino i mutui subprime prima del 2007: crescita esplosiva, segnali di rischio poco trasparenti, forti legami con le banche e la convinzione che la dispersione dei rischi basti a renderli innocui. Oggi, però, le dimensioni sono maggiori e la visibilità minore.
«Il private credit è ormai abbastanza grande da incidere sulla stabilità finanziaria globale, ma non abbiamo strumenti adeguati per monitorarlo», ha ammesso un alto dirigente della Bce. Negli Stati Uniti, il volume del private credit è passato da 46 miliardi di dollari nel 2000 a 1.700 miliardi nel 2024, superando i prestiti sindacati e avvicinandosi al mercato high-yield. Tre fattori hanno alimentato l’ascesa:
- le restrizioni imposte alle banche dopo il 2008
- l’eccesso di liquidità in cerca di rendimento
- la preferenza delle aziende per forme di finanziamento riservate e poco visibili.
I fondi di private credit offrono velocità, meno vincoli e nessun obbligo di trasparenza pubblica. Per i gestori, significa margini certi; per gli investitori, rendimenti interessanti; per il sistema, un rischio che cresce nell’ombra. Come osservano Jared Ellias ed Elisabeth de Fontenay sullo Yale Law Journal, la privatizzazione del credito sta riscrivendo l’architettura della finanza globale. Dopo decenni di mercati trasparenti, il potere si è concentrato in poche mani — Apollo, Ares, Blackstone, KKR, Carlyle, Oaktree (il fondo proprietario dell’Inter) — dove le decisioni vengono prese a porte chiuse e la fiducia diventa l’unico collante.
Il private credit non è un’isola. I suoi legami con le banche sono fitti: linee di credito garantite dagli stessi fondi, capitali che rimbalzano tra istituti e clienti già finanziati. Se la liquidità venisse meno, l’intero meccanismo potrebbe paralizzarsi in poche ore. Alcuni episodi recenti lo dimostrano: Tricolor Holdings (14 miliardi di dollari di asset) ha sospeso i rimborsi dopo i default di tre società tecnologiche; First Brands Capital ha negoziato in fretta con due banche regionali per evitare la liquidazione. Piccoli segnali, ma eloquenti.
Fitch rileva un aumento dei default al 5,5% nel secondo trimestre 2025, mentre Goldman Sachs nota un calo della domanda da parte degli investitori. L’opacità è il rischio più insidioso: i prestiti non sono quotati, vengono valutati con modelli interni e dati incompleti. Finché la fiducia regge, tutto appare stabile; ma se gli investitori iniziano a ritirarsi, la struttura contabile cede. Nell’estate 2025 vari fondi hanno imposto limiti temporanei ai rimborsi, parlando di «condizioni eccezionali» — la stessa formula usata dai fondi immobiliari britannici nel 2016 e dai veicoli di asset-backed securities nel 2007.
Senza prezzi pubblici, la disciplina di mercato si dissolve. Le agenzie di rating coprono solo una frazione del settore, e i regolatori operano quasi alla cieca. Pochi sanno realmente quanto valgano gli asset. Nel frattempo, anche gli investitori retail sono entrati nel gioco, attraverso fondi multi-strategy, assicurazioni e piattaforme digitali. Promessa: rendimenti stabili e decorrelazione dai mercati. Realtà: illiquidità e rischio di corse ai riscatti. Moody’s avverte che la crescente presenza dei piccoli investitori può amplificare gli shock, come accadde ai fondi monetari Usa nel 2007.
Il Fondo monetario internazionale ha stimato, in tre scenari di stress, perdite tra 56 e 225 miliardi di dollari, con ricadute su decine di banche. Il pericolo principale è la velocità con cui una crisi potrebbe esplodere. Diversamente dai mercati pubblici, il private credit non emette segnali in tempo reale. Restarne fuori significa perdere profitti; entrarvi, accettare rischi quasi incalcolabili.
Il private credit è oggi uno dei pilastri dello shadow banking, la finanza non bancaria che rappresenta ormai quasi la metà degli attivi globali (un terzo nel 2008). Include fondi di private equity, veicoli di credito e hedge fund. Non ha ancora scatenato una crisi sistemica, ma moltiplica i punti ciechi. «La prossima crisi non deriverà da una carenza di capitale, ma da una carenza di trasparenza», ha dichiarato un economista della Bri.
Bce, Fsb e Bri stanno studiando nuove regole su leva, liquidità e reporting, mentre la Sec negli Stati Uniti valuta misure simili. Tuttavia, molti veicoli restano fuori portata. L’industria si difende sostenendo di sostenere imprese che le banche trascurano — lo stesso argomento che, nel 2006, serviva a giustificare i subprime.
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