Calvo: «Imprescindibile una riduzione delle squadre professionistiche»

«Negli ultimi 6 anni la Juventus ha investito in Serie B e Lega Pro quasi 500 milioni di euro», ha commentato il Managing Director Revenue & Football Development dei bianconeri.

Francesco Calvo (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)
Francesco Calvo (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Questa mattina, alla settima Commissione Cultura e Istruzione del Senato, sono intervenuti diversi esponenti di alcuni club della Serie A in merito alle “Prospettive di riforma del calcio italiano”. Davanti ai senatori ha preso la parola per la Juventus, Francesco Calvo, Managing Director Revenue & Football Development dei bianconeri.

Diversi i tempi affrontati da Calvo fra cui la differenza di risorse a disposizione dei club italiani rispetto ai top europei e la riforma legata alla riduzione delle squadre professionistiche. Su quest’ultimo punto il dirigente bianconero ha affermato: «Per noi è imprenscindibile un cambio di format dei campionati con una riduzione delle squadre professionistiche potrebbe, combinata con una riforma sui contratti dei calciatori introducendo più flessibilità, far rivedere il concetto stesso di mutualità che quello che sostiene tutte le categorie inferiori. Negli ultimi 6 anni la Juventus ha investito in Serie B e Lega Pro, tramite l’acquisto dei calciatori e premi di valorizzazione, quasi 500 milioni di euro. Stessa proporzione per gli altri club della massima serie».

Nel suo intervento, Calvo ha esordito facendo un paragone fra la Juve e i top club europei: «La crisi calcio italiano parte da lontano. Nel 2003, la Juve fatturava come tutte le più importanti società d’Europa. Intorno ai 230-250 milioni di euro. A 20 anni di distanza, siamo riusciti a doppiare questa cifra, ma le nostri rivali internazionali lo hanno quadruplicato. Il problema principale è che le norme italiane pensano siano solo un gioco e non un industria».

«La Juventus fa parte di un sistema che investe in settori di sviluppo che non hanno altri sostegni come quello giovanile e femminile – ha aggiunto Calvo che poi è passato al tema governance del calcio e non solo –. Nel comitato di controllo della FIFA i club non hanno alcuna rappresentanza, mentre in quello della UEFA sono solo tre. I club sono gli unici ad assumersi il rischio di impresa. Per esempio, nell’anno dei mondiali i club avranno a disposizione i calciatori solo per il 75%, tempo di riposo incluso. Per il 25% non saranno a disposizione dei club senza avere un incentivo economico».

Sulla crescita del calcio italiano bloccato dalla pandemia: «Alla luce di un sistema economico del paese che fatica, a una mancanza di concorrenza nel settore televisivo, senza dimenticare il tema infrastrutturale, immaginare una crescita del calcio italiano per i livelli più alti è difficile. L’eliminazione del Decreto Crescita e divieto sponsorizzazione delle aziende di betting sono decisioni prese al di fuori dal sistema calcio ma che pesano esclusivamente su di esso. Basti pensare come, nonostante l’aggiornamento del decreto sullo sport professionistico, qualora la Juventus volesse organizzare un concerto all’interno del proprio stadio o sfruttare economicamente l’istallazione dei pannelli solari, non potrebbe farlo».

«L’inizio crisi del calcio è partita dal 1995 con la legge Bosman che ha portato a un enorme squilibrio nel rapporto fra club e calciatori con un incremento esponenziale dei costi – ha concluso Calvo –. Ci sentiamo penalizzati. La Legge Melandri sui diritti televisivi, che ha di fatto portato all’interruzione della crescita del calcio italiano e questo non è un caso. I diritti tv si sono fermati al 2009. La Serie A sostiene tutto il sistema. Il calcio italiano non è sostenibile e si rende necessario un intervento per renderlo economicamente sostenibile e stabilizzarlo».