Staveley (Newcastle) a rischio bancarotta: dovrà pagare oltre 3 milioni a un imprenditore greco

L’azionista di minoranza del club inglese ha perso una causa a Londra: avrà 21 giorni per sanare il debito.

staveley newcastle
Amanda Staveley (Photo by Charlie Crowhurst/Getty Images)

Amanda Staveley, azionista di minoranza del Newcastle, rischia la bancarotta dopo una sentenza della Corte Suprema di Londra che la obbligherà a pagare a un magnate greco dell’industria navale oltre 3 milioni di sterline avendo perso una causa legale.

Come riportato dal Financial Times, Staveley, socia nel Newcastle tramite la Cantervale Holdings Limited e manager che ha avuto un ruolo di primo piano che ha portato al passaggio di proprietà che vede ora come azionista di riferimento il fondo governativo saudita PIF, ora dovrà pagare la cifra a Victor Restis, entro 21 giorni, altrimenti l’imprenditore greco potrà presentare alla corte una richiesta di fallimento.

La disputa ha origine da un investimento di 10 milioni che Restis ha fatto nel 2008. Secondo le argomentazioni scritte di Staveley, il magnate aveva originariamente emesso una richiesta formale nel maggio scorso per circa 36 milioni di sterline, di cui oltre 30 milioni di interesse. Gli avvocati di Staveley avevano chiesto alla corte di respingere la richiesta, sostenendo variamente che la disputa dovrebbe essere risolta tramite arbitrato e che lei aveva firmato alcuni accordi con Restis sotto costrizione.

Ma il giudice Daniel ha deciso lunedì di non annullare la richiesta di Restis, esprimendosi quindi contro Staveley su una serie di motivi, stabilendo che alcune delle sue affermazioni avevano una “completa mancanza di credibilità” e spiegando quindi che la dirigente dovrà pagare oltre 3 milioni di sterline. In una dichiarazione, Staveley ha spiegato di “notare e accogliere con favore che la sentenza ha ridotto di 33 milioni la richiesta al solo capitale senza interessi. Tuttavia, la signora Staveley continua a contestare la responsabilità personale e intende presentare un ricorso in appello”.