La Rai in affanno: 1,7 miliardi l’anno dal canone ma 20 anni di bilanci in rosso

Il servizio pubblico in affanno: oltre un miliardo di costi legati al personale, con cifre non paragonabili alle dirette concorrenti.

Mediaset sorpasso Rai
(Foto: Samantha Zucchi/Insidefoto)

Una gestione economica lontana dal servizio pubblico. È quella della Rai, in un lungo articolo a firma di Sergio Rizzo pubblicato su L’Espresso, in cui analizza la situazione della emittente pubblica, tra i conti in sofferenza e le altre problematiche.

Dal punto di vista economico, infatti, nel periodo tra il 2001 e il 2021, il gruppo Rai ha accumulato perdite per 520 milioni di euro. Tuttavia, il deficit complessivo dell’azienda radiotelevisiva in questi vent’anni è ancora maggiore, ammontando a 691,5 milioni di euro. La Rai è costantemente afflitta da problemi economici, e nonostante le entrate provenienti dal canone (1,7-1,8 miliardi di euro all’anno, di cui una parte però viene utilizzata per i contributi pubblici ai quotidiani), dalla pubblicità (590 milioni nel 2021) e da altri contributi governativi, le risorse secondo gli stessi amministratori della Rai non sono sufficienti a colmare il divario, tanto da rilevare, nel bilancio aziendale tra il 2005 e il 2020, una carenza di finanziamento da parte dello Stato pari a circa 2,5 miliardi di euro.

Oggi la Rai impiega 12.700 dipendenti, di cui 300 sono dirigenti e 2.058 sono giornalisti. Attraverso canone, la pubblicità e altre entrate i ricavi raggiungono un totale di 2,7 miliardi di euro ma un miliardo di euro viene speso per il personale, con una media di oltre 80.000 euro pro capite, mentre un altro miliardo è destinato ai servizi e agli appalti esterni, con la stessa Rai che stima come l’impatto occupazionale dell’azienda coinvolga ben 26.094 persone, il che è più del doppio delle risorse interne.

Il confronto più immediato, prosegue l’analisi su L’Espresso, è con Mediaset. Il gruppo mediatico fondato da Silvio Berlusconi possiede tre reti televisive in chiaro e una serie di canali digitali, a differenza della Rai che non ha la radio ma una struttura televisiva in Spagna di dimensioni paragonabili. Il gruppo di Berlusconi conta 4.900 dipendenti, con un fatturato di circa 2,6 miliardi di euro, quasi uguale a quello della Rai. Tuttavia, ciò che differenzia notevolmente i due gruppi è il costo del lavoro, che nel caso di Berlusconi è la metà di quello della Rai. Inoltre, i bilanci del gruppo di Berlusconi sono sempre stati in utile, a differenza della situazione della Rai.

A cui si aggiungono altri problemi, come ad esempio il sistema di appalti esterno per la produzione dei programmi, che incide ad esempio sul fatto su Raiplay, la piattaforma dove si dovrebbe trovare tutto ciò che va in onda, non sono disponibili gli episodi del Commissario Montalbano, ovverosia la fiction record di audience nella storia della Rai, per una questione di diritti.

La soluzione, conclude l’articolo, potrebbe essere la privatizzazione, ipotesi che sarebbe presente anche su carta. La legge Gasparri del 2004 prevedeva l’obbligo di quotare in Borsa la Rai entro quattro mesi, con la possibilità di mettere sul mercato una quota minoritaria, al fine di ridurre l’influenza politica sull’azienda. Tuttavia, il governo Berlusconi in carica in quel periodo ha evitato di applicare tale legge, e di conseguenza, la governance della Rai è rimasta saldamente sotto il controllo dei partiti politici. Questo ha mantenuto l’azienda soggetta a forti influenze politiche, compromettendo la sua indipendenza e trasparenza.