La chiusura di “Non è l’Arena”, trasmissione condotta da Massimo Giletti su La7, e la foto che sarebbe stata mostrata al conduttore da Salvatore Baiardo che ritrae Silvio Berlusconi a colloquio con uno dei fratelli Graviano e il generale Francesco Delfino, continuano a tenere banco nella procura antimafia di Firenze, nella quale inizia a serpeggiare l’idea di ascoltare anche Urbano Cairo, editore di La7, come persona informata sui fatti per fare chiarezza si mandanti delle stragi del 1993.
Come riporta l’edizione odierna di Domani, il presidente del Torino sarebbe la seconda persona ascoltata dagli inquirenti dopo lo stesso Giletti, che ha confermato come Baiardo, diventato famoso per aver predetto proprio a Non è l’Arena l’arresto di Matteo Messina Denaro, gli ha mostrato una foto che ritrae insieme l’ex presidente del Consiglio e uno dei fratelli Graviano, a cui si aggiunge il generale Delfino. Per quelle apparizioni televisive Baiardo è stato pagato regolarmente dalla produzione esterna a La7.
In passato Baiardo è stato condannato per favoreggiamento ai fratelli Graviano, era ritenuto essere un loro portavoce ed è testimone, secondo il quotidiano, degli incontri di questi con Berlusconi prima delle stragi del 1993. Baiardo è quindi il testimone diretto di quegli incontri che sono stati confermati da Graviano insieme a Berlusconi. Almeno nelle idee della procura antimafia. Ma qui nascono le contraddizioni, visto che lo stesso Baiardo afferma che la foto, citata da Giletti, non esiste, ma qui entrano in scena le intercettazioni che dimostrerebbero il contrario.
Al centro sempre le indagini che puntano a scoprire chi erano i mandanti delle stragi del 1993 effettuate da Totò Riina per cui gli indagati sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, in passato già coinvolti in inchieste sui mandanti e prosciolti da ogni accusa. Il filo conduttore che collega i due alle stragi, secondo la ricostruzione degli inquirenti, collega anche la nascita di Forza Italia con Dell’Utri, condannato per complicità con le cosche siciliane, che avrebbe presentato gli stragisti allo stesso Berlusconi.
La figura di Baiardo diventa centrale visto che i magistrati di Firenze lo intercettano fino al 2021 e risalgono fino a 10 prima quando lo stesso Baiardo fu usato come tramite «per far giungere un messaggio all’esterno del carcere a Silvio Berlusconi», a nome di altri due stragisti, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Questi elementi emergono dagli atti dell’inchiesta di Firenze, in via di conclusione prima della deflagrazione del “caso Non è l’Arena”, e che ora invece si è arricchita di ulteriori indizi con consequenziale dilatazione dei tempi.
A far ripartire l’indagine sui mandanti esterni ci sono i colloqui intercettati in carcere tra Giuseppe Graviano e il compagno di cella, Umberto Adinolfi, nei quali lo stragista parla di accordi economici con Berlusconi e di quegli anni di bombe e sangue innocente. In queste registrazioni c’è un riferimento a Baiardo presente agli incontri con Berlusconi: «Quando si preparavano gli incontri e a me mi accompagnava (…) Baiardo…mi accompagna lui, io incontravo a lui», dice Graviano e specifica la ragione degli incontri «per mantenere i patti».
Graviano, inoltre, parla della disponibilità di una casa a Milano 3, feudo berlusconiano prima di entrare in politica, durante la sua latitanza. La casa era di proprietà di una persona, che Graviano non nomina direttamente ma che identifica con “lui”. «Graviano riferiva di aver utilizzato un soggetto prestanome per creare una copertura su tale immobile mentre, quando si recava agli incontri, necessari per mantenere i patti, si faceva accompagnare da Salvatore Baiardo», scrive la direzione investigativa antimafia.
Tra il 2011 e il 2012 gli avvocati dei Graviano scrivevano alle procure competenti invitandole ad ascoltare Baiardo con quest’ultimo che nel frattempo rilasciava interviste ai giornali riferendo di incontri fra Graviano e Berlusconi in un misto di conferme e smentite. Si scopre che, in quel periodo, ha incontrato anche Paolo Berlusconi, il fratello dell’allora primo ministro, come dirà in un interrogatorio del 2011. L’incontro, aveva spiegato Baiardo, serviva a chiedere un posto di lavoro, mai ottenuto. Dopo la rottura con Giletti, però, Baiardo annuncia sui social un fantomatico ingaggio con Mediaset della famiglia Berlusconi. All’azienda non risulta, secondo molti è l’ennesimo messaggio dell’uomo dei Graviano.
Il tutto si incrocia con una inchiesta che vede al centro i rapporti fra la ‘ndrangheta e i sicialiani, in cui viene condannato Giuseppe Graviano. Nelle carte del procedimento si intrecciano i nomi di Baiardo, del generale Delfino e di Berlusconi, i tre che apparirebbero nella foto dei misteri. Uno degli audio che Giletti avrebbe mandato in onda se la trasmissione non fosse stata chiusa, riguarda le dichiarazioni del pentito Nino Fiume: è lui a rivelare l’impegno preso dal capo dei capi della ‘ndrangheta al nord, Antonio Papalia, per evitare il rapimento di Piersilvio Berlusconi, il figlio del Cavaliere. Papalia, c’è scritto nelle note degli investigatori reggini, era in contatto con il generale Delfino.
Le carte dell’inchiesta sulla ‘ndrangheta sono conosciute anche dai magistrati di Firenze che hanno anche un documento definito di importanza eccezionale, relativo all’analisi dei movimenti dei due fratelli stragisti, eccezionale «alla luce delle nuove risultanze sulle mancate attenzioni istituzionali sulla figura di Baiardo», si legge. I Graviano, nell’estate del 1993, erano in vacanza in Sardegna. «Il dato che qui preme evidenziare è la presenza dei due ricercati, nell’agosto del 1993, a un tiro di schioppo dalla residenza estiva del leader della istituenda Forza Italia, rendez vous dei collaboratori di Berlusconi e, si presume, anche di Dell’Utri», si legge. Erano gli anni della decisione di Berlusconi di “scendere” in politica, la prima discussione avveniva in Sardegna nell’estate 1993, come ha confermato Gianni Letta, ascoltato nel processo Dell’Utri. L’allora cavaliere accetta i consigli di quest’ultimo piuttosto che quelli di Confalonieri e Letta, entrambi contrari alla discesa in campo.
Interrogato Graviano su un possibile incontro con Berlusconi, egli afferma: «Non ho mai incontrato Berlusconi in Sardegna», sbugiardando di fatto Baiardo che sosteneva il contrario aggiungendo che Graviano avesse portato molti soldi al Cavaliere. Le puntate sulla mafia di Giletti iniziano a infastidire, come confermano le intercettazioni effettuate a Dell’Utri. Come anticipato dal La Repubblica, l’ex senatore manifestava irritazione contro gli approfondimenti di Giletti sui suoi rapporti con la mafia, per i quali è stato anche condannato a sette anni di carcere.
Siamo a giugno 2021, dunque. Dell’Utri a un pranzo parlava con l’avvocata di Mediaset, Enrica Maria Mascherpa, e con il tesoriere di Forza Italia, Alfredo Messina. Dell’Utri esprimeva la necessita di riabilitare, mediaticamente, la sua figura e costruire una strategia per difendere Berlusconi e le aziende, anche perché di lì a breve ci sarebbe stata la sentenza di secondo grado sulla trattativa stato-mafia, processo in cui Dell’Utri è stato assolto. Tre mesi più tardi Dell’Utri ha rilasciato un’intervista affatto tenera nei confronti di Cairo pubblicata da Il Foglio: «Era un ragazzo sveglio, gli feci fare l’assistente personale di Berlusconi (…) Lui era, ed è ancora, un tipo assai rampante. E se posso, anche un pizzico irriconoscente. So bene che un editore bravo non interviene. Ci mancherebbe. Però, diamine, lui mi conosce. Come può pensare di me le cose che dicono in alcune sue trasmissioni? L’informazione è una cosa. L’accanimento è tutto un altro paio di maniche».
Vista la situazione una convocazione in procura di Cairo, come persona informata dei fatti, non è da escludere a priori, anche se da La7 non arrivano conferme di una convocazione ufficiale, stessa linea usata dalla procura stessa.