Docuserie Superlega, Ceferin: «Agnelli falso amico». Tutto il pensiero del presidente UEFA

La docuserie sulla Superlega, in onda da oggi su Apple TV+, con il titolo “Il caso Super League” ha dato modo agli attori principali del mondo del calcio europeo di…

Ceferin stipendio 2020 2021
Aleksander Ceferin, presidente della UEFA (Foto: FABRICE COFFRINI/AFP via Getty Images)

La docuserie sulla Superlega, in onda da oggi su Apple TV+, con il titolo “Il caso Super League” ha dato modo agli attori principali del mondo del calcio europeo di affrontare pubblicamente tutti i vari temi e i retroscena che riguardano una manifestazione mai realmente nata, ma che porta con sé sia tante polemiche che tante speranze.

Nella categoria degli oppositori non può mancare Aleksander Ceferin, presidente della UEFA, che ha messo tutto se stesso per opporsi al progetto della Superlega.

«Il calcio è speranza – ha esordito Ceferin nell’intervista riportata nella docuserie – dove il più debole può riuscire ad atterrare il più forte, tutti hanno un’occasione. È un sogno che deve rimanere vivo per sempre. Tu puoi arrivare in alto partendo dal nulla ed è così che devono rimanere le cose. Posso tranquillamente immedesimarmi in una piccola squadra, visto che mi sono fatto da solo».

Sul rapporto con Agnelli, Ceferin ricorda: «L’ho conosciuto ancora prima che diventassi presidente dell’UEFA. In seguito lui lo è diventato dell’ECA, pochi mesi dopo la mia elezione e questo ci ha portato a lavorare uno accanto all’altro per molti anni. Mi sembrava un brav’uomo, umile nonostante le sue origini e la status della sua famiglia. Siamo diventati amici. Ci siamo anche incontrati con le rispettive mogli e qualcuno iniziava a insinuare che eravamo troppo vicini visto le cariche che ricoprivamo, ma io ho sempre difeso la nostra amicizia. Ho parlato spesso con Agnelli delle riforme fra le tante cose ed era un argomento che affrontavamo praticamente ogni giorno. Discutevamo a lungo per trovare un equilibrio e una soluzione per tutti. Alla fine abbiamo trovato un accordo che faceva bene sia alla UEFA che ai club e trovarlo, quando c’è un’industri che genera 40-50 milioni annui, è semplicemente un miracolo. Quando mi ha chiesto di essere il padrino di sua figlia, ne ero fiero, significava che c’era un rapporto di affetto e fiducia».

Ceferin racconta anche quando ha appreso del lancio della Superlega: «Eravamo pronti a proporre la riforma della Champions al comitato esecutivo e mi stavo preparando per andare in macchina in Svizzera, ci avrei messo 8 ore, ma ero convinto che fosse una passeggiata e quindi ho deciso di guidare. Quel sabato 17 aprile mi sono alzato presto, quindi, poi ho ricevuto una telefonata da un esponente del settore che mi informava che era tutto pronto per la Superlega e che l’avrebbero annunciata quel giorno o al massimo quello dopo. Ero molto arrabbiato. Ho subito chiamato Agnelli e gli ho detto che avevo sentito parlare di Superlega. Lui mi ha detto che non era vero, che erano solo dei rumors. A quel punto gli ho risposto di indire una conferenza stampa per smentire il tutto e ribadire che ECA e UEFA erano uniti verso la riforma del calcio. Lui mi disse che non c’era nessun problema e mi ha chiesto di preparare una bozza di comunicato da fargli avere. Avevo il timore che con una Superlega tutti i soldi sarebbero rimasti nelle mani di pochissimi club e che lo sviluppo del calcio femminile e giovanile si sarebbe fermato. Se si privatizza il sistema, si distrugge il calcio nei piccoli Paesi. Per questo servono regole  un organo direttivo».

Il racconto va avanti: «Non riuscivo a chiamare Agnelli, ho chiamato la moglie e me lo sono fatto passare. Lui mi ha detto che il comunicato non era granché e che voleva cambiare dei passaggi. Mi ha detto cambio un paio di cose e ti richiamo. Dalla voce sembrava agitato ma volevo convincermi che era solo una mia paranoia ingiustificata. Non mi ha richiamato, ho provato a richiamarlo due ore dopo ma il telefono era staccato, ho capito che si stava nascondendo. Non mi aveva detto la verità, ho capito che mi aveva tradito. In tanti mi hanno detto “sei sicuro di poterti fidare di lui” e non li ho ascoltati, ero accecato dall’essere suo amico. Non puoi mentire così nemmeno negli affari, c’è un codice di condotta. Per me questo trascende ogni moralità. La notizia è trapelata con velocità incredibile, le voci girano nel calcio a velocità clamorosa. In Svizzera c’erano 55 federazioni, c’era grande agitazione ma ho provato a tranquillizzarli nascondendo i miei veri sentimenti. C’era grande confusione, continuavo a pensare fino a che non abbiamo trovato la soluzione di affrontare subito la questione. Volevo attaccarli direttamente. Avevo speranza che le squadre sarebbero rinsavite, l’obiettivo era mettere pressione insostenibile sulle squadre per spingerle ad abbandonare il progetto. Ho sentito una delle squadre membre e gli ho detto che se avesse accettato saremmo diventati nemici. Lotterò fino alla fine andrò fino in fondo, così è iniziata la guerra per il calcio. La Superlega comprometteva il senso d’identità dei tifosi».

Ceferin conclude con la narrazione dei momenti che partono dall’annuncio della Superlega e arrivano alle ore immediatamente successive: «Hanno fatto l’annuncio in piena notte, era un confronto diretto senza più possibilità di dialogo. È stata l’esperienza peggiore della mia vita, poi è stato tutto un grande caos per 48 ore. Di notte, come i vampiri, hanno fatto il comunicato: lì per la prima volta ho visto quali squadre sono entrate. Ovviamente ero deluso e non sapevo della banca e del prestito miliardario. Dopo l’annuncio è partito un confronto diretto. Per me era una dichiarazione di guerra. I miliardari dietro la Superlega avranno sicuramente messo in conto che un po’ di tifosi sarebbero stati scontenti ma non credevano si sarebbe scatenata una rivoluzione, una rivolta. La reazione del governo inglese avrebbe messo molta pressione sulle squadre minacciando problemi seri se non avessero abbandonato il progetto. Dicono che l’UEFA abbia il monopolio. Noi abbiamo detto sempre che se giocate altre competizioni non potete giocare nelle nostre, è tutt’altro che anticoncorrenziale. Tutti odiano governi ed enti governativi, ma le nostre competizioni sono fantastiche e tutti vogliono partecipare. Questa è la differenza con le leghe elitarie, dove chiudi e pensi di essere il meglio. Quella alla Superlega era una lotta per la democrazia sociale contro l’impietoso capitalismo che sta rovinando il mondo. Non tutto è in vendita, certe cose sono sacre. È molto importante aver ammesso di aver sbagliato. Per persone con così tanti soldi è difficile ammetterlo, per questo rispetto i nove club che sono usciti così come rispetto tanto i tre che vivono ancora nel loro mondo. Non si può aggiustare una cosa non rotta e la Champions non è rotta, ma si può sempre migliorare. L’unica e sola Superlega, quella vera, è la Champions League ma non è chiusa, è soltanto super. Abbiamo fatto una cosa grossa, abbiamo salvato il calcio e mi sono sentito bene. Penso ancora che ci si debba fidarsi delle persone ma ho imparato che possono mentire anche quelle di cui ti fidi e sono più vicine».

Un’ultima battuta su Agnelli: «Dovete capirmi, non voglio parlare molto di lui. Ho cancellato quell’uomo dalla mia vita, certi tradimenti non si possono dimenticare. Bisogna ammettere i propri errori, così come le nove squadre (Inter, Milan, Atletico Madrid, Liverpool, Manchester City, Chelsea, Manchester United, Arsenal e Tottenham, ndr) hanno ammesso il loro errore di entrare in un progetto fasullo, io posso ammettere di avere avuto un falso amico».