Donovan Mitchell (Photo by Michael Reaves/Getty Images)

Articolo a cura di Luca Filidei

La bellezza della NBA, ora ne abbiamo l’ennesima conferma, si nasconde proprio in ogni partita di regular season. I playoff, certo, sono la meta, il punto lontano a cui ambire, la fine del viaggio per così dire. Ma il tragitto, nonostante le trade che scombussolano le franchigie e i turni di riposo delle stelle, è altrettanto piacevole in un modo diverso eppure straordinario. Già, di tanto in tanto, quando meno ce lo aspettiamo, la stagione ci regala qualcosa distante anni luce dall’ovvietà, come a ricordarci che ogni record dev’essere guadagnato, e che la classifica, e la conseguente possibilità di accedere ai playoff, non si realizza con gli altisonanti nomi di un roster.

La più recente prova di ciò ha una data, 3 gennaio 2023 (il 2 negli States), quando è andata in archivio la partita tra Cavaliers e Bulls. Da un lato un’ipotetica rivincita per Chicago, che soltanto qualche giorno prima aveva perso di un punto (102 a 103 con tiro sbagliato allo scadere) proprio contro Cleveland.

Si scriveva di “archivio” e difatti l’ex squadra di Jordan sembrava, abbastanza sorprendentemente, aver già archiviato un match in cui i Cavs faticavano ad entrare. 34 a 27 il primo quarto. 31 a 20 il secondo. Per un totale di 65 a 47 all’intervallo con un DeRozan, in giornata, già a quota 18 punti e un buon contributo da parte di Andre Drummond a rimbalzo (4 in poco meno di 7 minuti, oltre a 6 punti e una palla rubata).

Dopo la pausa, però, qualcosa è cambiato. O meglio Donovan Mitchell ha iniziato un’altra partita con l’obiettivo di testare la tenuta nervosa di molti giocatori dei Bulls, e poi – sì, certo – di realizzare canestri da ogni parte del campo. Tiri da tre (saranno 7 su 15 a fine partita), tagli nel pitturato, una percentuale al tiro del 64.7 per cento, e poi tanti, tanti, un’infinità di viaggi in lunetta (25).

Billy Donovan, coach di Chicago, già nervoso con gli arbitri (per una sua reazione si prenderà un tecnico), le prova tutte. A contrastare Mitchell piazza Derrick Jones Jr. e prima ancora Ayo Dosunmu e Alex Caruso. Il primo raggiunge i 4 falli, il secondo 5, il terzo, al numero 9 per palle rubate nella lega, esce dalla partita scuotendo la testa per averne commessi 6. Niente paura, sembrerebbe però dire DeRozan. Lui ne mette 44 (comprese due triple), ma i Cavs stanno lì, si avvicinano a una decina di punti, affidandosi alla precisione di Osman, al carisma di Love e ai 42 punti, nella seconda metà di gara, del già citato Mitchell.

L’overtime, raggiunto dopo un tiro libero volutamente sbagliato della stella dei Cavaliers, è qualcosa di surreale, ma anche l’inizio di un nuovo capitolo, segnato da altri 13 punti del numero 45 e da un’assenza, da parte di Chicago, nel tabellino dei tre punti (0/6).
Vincono i Cavs e perdono i Bulls, ma il match resterà nella storia proprio per la prestazione di Mitchell: 71 punti che lo inseriscono in quel gotha di cui fanno parte leggende come David Robinson, Elgin Baylor, David Thompson, Kobe Bryant e Wilt Chamberlain. Ricordiamo tutti la partita contro i Raptors del 24 gialloviola (allora indossava il numero 8): 81 punti in 42 minuti di gioco. Praticamente impensabile. E poi, ovviamente, The Big Dipper (Wilt Chamberlain) fotografato con un foglio in cui è riportato a penna il numero 100, simbolo di un record che a rifletterci sembra a dir poco irreale. La grandezza della performance di Mitchell sta anche qui. Oltre, ovviamente, ad essere il primo della sua generazione a superare quota 70 (e quindi Devin Booker).

E poi, certo, fissare nella storia tale record contro una squadra come i Chicago Bulls ha persino un fascino superiore, capace di rimandare a quando i valori erano capovolti. Sì, perché il 28 marzo 1990 c’era stata un’altra prestazione da ricordare. Un’altra partita Cavs vs Bulls. In quell’occasione Chicago l’aveva spuntata per 117 a 113 grazie ad un giocatore che aveva segnato 69 punti. Il suo nome? Penso sia facile indovinarlo. Indossava il numero 23…

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