In settimana l’ex direttore generale della Juventus Luciano Moggi è tornato prepotentemente agli onori delle cronache intervenendo a sorpresa all’assemblea degli azionisti del club bianconero. Proferendo nell’assise parole molto forti su Milan, Lazio, Fiorentina e sulla questione passaporti che coinvolgeva Gabriele Oriali, all’epoca dirigente dell’Inter.
Ma sempre in quella giornata Moggi non ha lesinato stoccate anche nei confronti della dirigenza juventina dell’immediato post Calciopoli, colpevole a suo dire di non aver voluto difendere il club all’epoca dello scandalo.
«Vi rendete conto che noi nel 2006 non siamo stati difesi? Siamo stati abbandonati a noi stessi», ha spiegato Moggi, «Quando sento Giovanni Cobolli Gigli (l’ex presidente della Juventus, ndr) dire che l’avvocato difensore ha salvato la Juventus, lo stesso ex presidente dovrebbe ricordare che proprio lui, seguendo i consigli di Luca Cordero di Montezemolo, ritirò il ricorso al TAR con il quale la Juventus sarebbe probabilmente restata in Serie A e nel caso Blatter avrebbe tardato a fare i calendari internazionali. La famiglia Agnelli sapeva tutto quello che facevamo noi, in 12 anni siamo riusciti a portare benefici economici alla società vincendo tutto quello che si poteva vincere».
Al di là della difesa del proprio operato, in questa sede è interessante notare il passaggio su Montezemolo, che nel 2006 non era soltanto il presidente della Fiat, ma era soprattutto divenuto, dopo la morte dell’Avvocato Giovanni Agnelli (nonno di John Elkann) avvenuta nel 2003 e quella del fratello Umberto (padre di Andrea) avvenuta nel 2004, una sorta di capofamiglia pro tempore della dinastia torinese. Pur non essendo ufficialmente un Agnelli ma da sempre vicino alla dinastia piemontese, Montezemolo, si dice per espressa richiesta di Susanna Agnelli (sorella di Giovanni e Umberto), in quegli anni era infatti divenuto presso i mercati e le istituzioni la figura di riferimento della famiglia, e soprattutto del ramo facente capo all’avvocato Giovanni Agnelli (quello di Elkann per intenderci).
Sergio Marchionne, scelto come amministratore delegato di Fiat nel 2004 su indicazione dello stesso Umberto Agnelli, era impegnato nella difficile ristrutturazione del gruppo automobilistico e si dedicava a compiti strettamente industriali, mentre l’erede designato John Elkann stava ancora facendo la gavetta. Nato nel 1976 il nipote dell’Avvocato era ancora considerato troppo giovane e inesperto per potere rappresentare l’intero gruppo imprenditoriale. E infatti soltanto nel 2011 Elkann assunse il triplice incarico che ne determinava il ruolo di figura massima della dinastia: ovvero presidente di Fiat, della controllante Exor e della controllante di quest’ultima, la cassaforte Giovanni Agnelli Bv.
Insomma, Moggi non cita a caso Montezemolo e chi in quei tempi frequentava spesso il palazzo del Lingotto a Torino, sede all’epoca sia dei vertici Fiat che di quelli di Ifil (divenuta dopo Exor), sa benissimo delle indiscrezioni che giravano in quei corridoi. In particolare, quella di una discussione molto accesa avvenuta tra i due in quelle stanze. Una discussione che precedette non di molto la deflagrazione dello scandalo di Calciopoli, che poi sconquassò il calcio italiano.