L’avvocato Ferrari: «Il paradosso degli aiuti al calcio miliardario»

L’avvocato Luca Ferrari, partner nel team corporate a Milano e responsabile globale del settore sport dello studio legale internazionale Withers LLP, ha scritto questo contributo per Calcio e Finanza sul tema della richiesta…

avvocato Luca Ferrari Withers

L’avvocato Luca Ferrari, partner nel team corporate a Milano e responsabile globale del settore sport dello studio legale internazionale Withers LLP, ha scritto questo contributo per Calcio e Finanza sul tema della richiesta del mondo del calcio e dello sport al governo sulla rateizzazione dei versamenti fiscali. 

Le vicende che riguardano la Juventus e il tema caldo degli ‘aiuti’ al calcio offrono uno spunto prezioso per rammentare, se non chiarire, la ‘specificità del calcio’, e il paradosso che ne consegue.

Perché altre industrie dell’intrattenimento e della cultura hanno ricevuto aiuti pubblici, mentre lo sport professionistico è stato lasciato solo a leccarsi le ferite della pandemia? Ne dà parziale spiegazione il Ministro Abodi quando afferma che ‘l’opinione pubblica non capirebbe’. Come dire: il calcio spendaccione pianga se stesso. Ed è vero, questo è il comune sentire; aiutare il calcio è impopolare.

Però se inquadriamo il contesto economico e competitivo di questo settore, se teniamo conto delle sue peculiari logiche imprenditoriali, scopriamo che in verità è praticamente impossibile per le società di calcio non perdere soldi e non accumulare perdite. Se alcune fossero gestite meglio ne perderebbero meno, ma ne perderebbero comunque. Non ingannino i casi, eccezionali e limitati nel tempo, di club che riescono a fare cassa e utili vendendo i propri talenti, prodotti o valorizzati in casa.

La regola e la logica del calcio non lasciano scampo, nel medio e lungo termine: se vuoi incrementare gli introiti devi aumentare numero, interesse e coinvolgimento dei tuoi tifosi-clienti; per aumentare la popolarità e quindi la forza commerciale devi vincere o quanto meno concorrere credibilmente per vincere; per farlo, devi allestire squadre competitive e lo fai in competizione con i tuoi avversari.

Prendiamo il caso delle società che ambiscono a giocare in Champions League (ma simili logiche governano anche ai piani inferiori). I tuoi avversari, in un sistema di competizioni integrate a livello nazionale e internazionale, sono i migliori d’Europa, quindi del mondo. Tra questi contendenti diretti ci sono non solo fondi di investimento e miliardari innamorati del calcio, ma anche stati sovrani. Come può un club di calcio aspirare ad una sostenibilità finanziaria in questo contesto?

UEFA e FIFA realizzano profitti enormi e sono finanziariamente super-sostenibili, per il semplice fatto che organizzano gli eventi con i soldi degli altri. dispongono dei migliori giocatori del mondo, pagati dai loro club.

Per le spietate logiche di cui sopra (per guadagnare devo vincere, per vincere devo spendere quanto è più dei miei avversari e tra gli avversari c’è chi può spendere molto più di me) il calcio può trovare un equilibrio solo se riesce a realizzare un sistema funzionale di controllo dei costi su scala europea. E controllo dei costi significa ovviamente un limite alla spesa per trasferimenti e stipendi; un limite alla concorrenza, in altre parole.

Il financial fair play introdotto dall’UEFA è stato aggirato e buggerato da sponsorizzazioni gonfiate e anche il modello di sostenibilità finanziaria che ne ha preso il posto rischia di non centrare il bersaglio. Non basta porre limiti che riguardano la proporzione tra incassi e costo dei giocatori, perché i fatturati possono essere (artificialmente o legittimamente) molto diversi, e un club di Premier League che compete in Champions League con un club spagnolo, italiano e giù andare (olandese, danese, greco, polacco…) sarà sempre favorito nel budget da spendere per i giocatori migliori.

Il controllo dei costi in un sistema competitivo integrato come quello del calcio europeo passa necessariamente da un tetto uniforme alle spese per l’allestimento e mantenimento delle squadre. E questo, tenuto conto delle difformità economiche esistenti e delle regole a tutela della concorrenza, probabilmente necessita di una radicale riforma delle competizioni, fino al tabù della lega europea sul modello delle leghe americane. Queste ultime sono state esentate dalla normativa antitrust proprio perché considerate unica impresa (single entity) e non cartello di imprese. NBA, NFL, NHL etc. impongono limiti di spesa per l’acquisto di giocatori e salary cap; se gestite bene, le loro franchigie producono utili, stabilmente.

Ma il tabù testa tale, perché il sistema europeo, piramidale ed integrato verticalmente con promozioni e retrocessioni è parte della nostra storia sportiva, della nostra cultura e tradizione. Aborriamo la “Superlega” e vogliamo preservare questo nostro patrimonio identitario. E allora, tornando alla politica e alla considerazione del Ministro dello Sport, perché mai non sarebbe “popolare” e giusto aiutare il calcio alla stregua del cinema, del teatro e dell’editoria?