Gianpaolo Calvarese (Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Gianpaolo Calvarese, ex arbitro di serie A con all’attivo più di 300 gare nella massima serie considerando tutti i ruoli (arbitro, VAR e arbitro addizionale), è ora imprenditore nell’azienda di famiglia che produce integratori sportivi naturali Aperegina. Inoltre ogni mercoledì sera di Champions League è parte della scuderia di Amazon Prime Video per commentare nella Var Room il match trasmesso dal broadcaster in Italia. 

L’ex direttore di gara teramano, dopo alcuni interventi su Calcio e Finanza, ha deciso di proseguire la collaborazione con la nostra testata inviando un contributo sulle vicende arbitrali delle ultime settimane. 

Giù le mani dagli arbitri. Troppe volte, negli ultimi giorni, ho sentito rievocare ed accostare il nome di Calciopoli alla brutta e triste vicenda relativa al caso D’Onofrio. Dopo l’arresto di quest’ultimo per traffico di stupefacenti, la Procura FIGC, diretta dal dott. Chinè illustre magistrato amministrativo con amplia esperienza, dopo aver acquisito il fascicolo penale dalla Procura di Milano, ha scoperto la sussistenza di una serie di violazioni al Codice di giustizia sportiva ed al Regolamento dell’AIA, dalle quali sono scaturite accuse pesantissime nei confronti del presidente AIA Alfredo Trentalange, reo, secondo le indiscrezioni di stampa di aver avuto un “rapporto consolidato” con l’ex procuratore ora in carcere e quindi di essere a conoscenza di tutte le sue azioni.

Al momento però non risulta nessuna applicazione di sospensione cautelare nei confronti dello stesso, provvedimento che in analoghe situazioni d’indagine risulta essere stata applicata. Del resto il regolamento AIA in questi casi prevede in capo al vicepresidente il trasferimento dei poteri del presidente. Anche ciò desta stupore, non si comprende il perché Duccio Baglioni non possa nelle more “reggere” l’AIA.  

Indagini, accuse e sospetti che sembrerebbero scrivere una delle pagine più nere della storia arbitrale in Italia. Per questo motivo la vicenda “Calciopoli” è tornata ad aleggiare sul mondo dei direttori di gara. Doverosa premessa: per quanto riguarda lo scandalo del 2006, gli arbitri erano rimasti coinvolti, chi più e chi meno. Per quanto riguarda invece l’arresto di Rosario D’Onofrio, i fischietti, quelli che scendono in campo, non sono stati  e non saranno sfiorati: in quanto non potevano sapere e quindi essere in qualche modo coinvolti.

Mi spiego meglio. Gli arbitri che vanno in campo, dall’espertissimo Daniele Orsato, a cui auguro di poter tenere alto, in questo momento più che mai il nome dei 30.000 colleghi, fino all’ultimo promosso alla Can Daniele Perenzoni, non potevano essere a conoscenza delle azioni di D’Onofrio e delle varie nomine, invero i fischietti sono vittime dei comportamenti di quest’ultimo, vedi ad esempio la punta dell’iceberg, ovvero il caso di cui ci siamo già occupati relativo al perseguitato Piero Giacomelli.

Ha ragione da vendere il ministro Abodi, quando parla della necessità di fare chiarezza e della mancata assunzione di responsabilità; ma questo discorso deve valere solo e soltanto per la classe dirigenziale e per quella “politica”, e non per gli arbitri che scendono in campo.

Continuiamo comunque a non esprimere sentenze o giudizi affrettati, certi della assoluta e totale competenza della FIGC, dal presidente Gravina in giù. Hanno, già in passato mostrato professionalità ed equilibrio nell’affrontare tutte le problematiche relative al Covid e non solo del sistema calcio. Sono certo che anche relativamente a questo scandalo Gravina ed il suo staff riusciranno a trovare il bandolo della matassa ed a individuare e punirne i responsabili.

Penso comunque di interpretare il vero pensiero di tutti gli arbitri, visto che fino a 16 mesi fa ero uno di loro e sapevo quanto era importante per un direttore di gara fare il proprio mestiere in maniera “leggera”, avendo in testa solo il campo; come non volevamo essere toccati dalle pressioni relative ad un big match, non vogliamo dover pensare a nessuna questione al di fuori del manto verde. Un po’ come quando i giocatori di una società in crisi economica vogliono scendere in campo pensando solo a fare al meglio il proprio dovere, senza pensare a questioni che non li riguardano.

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