stadi mondiali qatar
Il Lusail Stadium (Foto: MUSTAFA ABUMUNES/AFP via Getty Images)

Analisi a cura di arch. LUCA FILIDEI

(Master PCGdIS)

Stadi Mondiali Qatar – Ogni edizione di una grande competizione sportiva, come un Mondiale o un Europeo che sia, promuove inevitabilmente una riflessione su ciò che è stato realizzato per consentire lo svolgimento di un evento dall’indiscutibile valenza internazionale. Nel passato, al di là dei risultati sportivi, si è assistito ad approcci sistemici profondamente differenti. Alcuni sono stati vincenti, altri meno, riscontrando delle difficoltà soprattutto a livello gestionale. In questi casi il problema si è concentrato soprattutto su quella delicata fase “post”, quando la finale si è ormai disputata e il trofeo sta già accompagnando la squadra vincente sul volo di ritorno. In quel momento, pensateci, gli stadi che solo qualche giorno prima erano colmi di spettatori, rattristano nella loro desolazione, non solo perché evidenziano – e ricordano – in modo filosofico il concetto di un tempo ormai vissuto, il cui corso è volto alla fine, ma anche per l’avvertenza che sembrano evocare, come a dire: e ora?

In effetti, si tratta di una domanda che potenzialmente può aprire un dibattito da riempirci un libro. È quasi una questione esistenziale, persino arcaica, di quelle che inducono a riflettere sulla nostra capacità di adattamento. Difficile rispondere. Eppure, ripensandoci, è proprio il trascorrere del tempo a fornirci un aiuto, perché prima di Qatar 2022 ce ne sono stati altri di Mondiali, e ognuno di questi ha condotto verso analisi e approfondimenti, fornendo dati ed esiti tangibili in grado di farci comprendere meglio ciò che sta avvenendo a Doha e nel suo intorno.

Questa considerazione nasconde in realtà la premessa dell’intero articolo, e la ragione consiste proprio nel riferimento verso un’unica città, un’area chiusa, ben confinata e con dei limiti, che è poi una novità, almeno per quanto riguarda l’organizzazione di un Mondiale. A riprova di ciò, c’è il netto contrasto con la scorsa edizione dell’Europeo, la cosiddetta “Euro for Europe” con un modus operandi itinerante e un’impostazione estroversa, capace, pur con delle criticità, di promuovere l’interazione tra Stati (e quindi culture) diversi fra loro.

Ma nel 2022 tutto cambia, compreso gli spazi. Il Mondiale si tiene pressoché in una sola città, Doha, modificando radicalmente il consueto approccio a cui siamo abituati. Del resto, delle otto infrastrutture sportive che ospitano le nazionali della FIFA World Cup, solo l’Al Bayt Stadium, trovandosi ad Al Khor (circa 50 km dalla capitale), può essere considerato “esterno” a Doha. E il resto? Quattro stadi (Stadium 974, Al Thumana Stadium, Education City Stadium e Khalifa International Stadium) sono stati realizzati proprio nella capitale, mentre i restanti tre (Lusail Stadium, Ahmad Bin Ali Stadium e Al Janoub Stadium) costituiscono gli avamposti di vicine città pianificate o nuovi distretti della stessa Doha.

Stadi Mondiali Qatar: l’espansione di una città

Per comprendere questa strategia è però inevitabile osservare il Qatar in sé, uno Paese da quasi 2,9 milioni di persone, la maggior parte delle quali residenti nella capitale. Fondata nl 1825 sotto il nome di Al Bidda, venne rovinosamente danneggiata nell’Ottocento durante il conflitto tra Qatar e Bahrain, per poi diventare capitale dello Stato nel 1971, anno che segnò l’indipendenza del Paese nei confronti del Regno Unito. Si trattava ovviamente di una città notevolmente diversa da quell’attuale, prosperata per via del commercio ittico ma anche di quello che interessava le perle. Un’economia successivamente indebolita dalla concorrenza (giapponese soprattutto, almeno per la seconda fonte di reddito), che però riuscì a rialzarsi grazie alla scoperta di grandi giacimenti. Quali? Petrolio e una quantità infinita di gas naturale liquefatto (GNL, primo esportatore al mondo secondo www.infomercatiesteri.it).

Da quel momento le principali industrie petrolifere e che trattano gas (ma anche l’headquarter della rete televisiva Al Jazeera) iniziarono ad investire nel Qatar, inaugurando sedi a Doha per controllare “in loco” la loro ricchezza. E infatti ora gli idrocarburi dominano l’economia del Paese, concorrendo al 55% delle entrate statali, al 90% delle esportazioni e al 45% del PIL. Da qui la domanda sorge spontanea: cosa può promuovere tutto ciò? Principalmente investimenti che nel campo edilizio hanno condotto ad una radicale modifica dello skyline della città. L’Aspire Tower (2007), le Palm Tower (2009) e la Doha Tower (2010) sono soltanto i primi di una serie di grattacieli che stanno impreziosendo la capitale, anticipatori di edifici sempre più alti (come la Dubai Towers, alta 437 metri) che, proprio per questa ragione, potranno essere riconoscibili in tutto il pianeta.

Il risultato? Una costante crescita del turismo, segnalando un netto rialzo proprio tra il 2006 e il 2007 secondo tradingeconomics.com. Eppure, all’appello mancava ancora qualcosa, ed ecco l’opportunità perfetta: lo sport, non solo come “extra” di Campionati famosi come la nostra Serie A (la Supercoppa 2014 tra Juve e Napoli e quella 2016 tra i bianconeri e il Milan) o eventi “una tantum” (vedi Formula 1, MotoGP e Superbike), ma in qualità di palcoscenico assoluto ed esclusivo di qualcosa di unico. E quindi, quale manifestazione sportiva meglio di un Mondiale?

Tuttavia, l’organizzazione di un Campionato mondiale di calcio, al di là della proposta/scelta della location, prevede la costruzione di una serie di opere “ausiliarie” che consentano la concreta realizzazione dello stesso. Non solo stadi quindi, ma una strategia che riguarda aeroporti e ferrovie, hotel e attività commerciali, affinché ogni impianto sportivo possa risultare efficiente e integrato al resto del Paese. Che essendo, almeno nel caso del Qatar, principalmente desertico, ha convinto ad avviare una logica espansiva nei dintorni della sola capitale (ad eccezione della già citata Al Khor). Si pianifica così la città di Lusail, seguita dalle zone conquistate ad Al Wakrah e nella municipalità di Al Rayyan.

In pratica, si è assistito all’installazione di nuovi poli della città, eccezioni e riferimenti in grado di catalizzare – e quindi ordinare – lo sviluppo della stessa, identificando direttrici capaci di strutturare la capitale. Un percorso senza dubbio interessante, orientato a costituire una serie di “distretti dello sport” aperti alla comunità, manifesti mediatici di una crescita che non intende essere legata esclusivamente alla distribuzione di petrolio e gas naturale. Ma allo stesso tempo, una scelta rischiosa per quel “dopo” già citato in precedenza.

Stadi Mondiali Qatar: la soluzione qatariota

Costruire numerosi stadi in uno spazio così circoscritto può comportare infatti diverse problematicità. Certo, ci sono delle similitudini a livello numerico con altre città, come ad esempio Londra (che però è molto più vasta), tuttavia è inevitabile sottolineare le marcate differenze che intercorrono a livello storico e iconico. Qui il tessuto urbano (intorno alla maggior parte delle strutture sportive del Mondiale) non è consolidato come quello della capitale inglese, né le squadre riscuotono un’attenzione internazionale paragonabile a quelle che militano nella Premier League e nella Championship. Il massimo campionato di calcio del Qatar è la Qatar Stars League: dodici partecipanti, un girone all’italiana e l’Al-Sadd SC a rivestire il ruolo di squadra più titolata del Paese. Di questi team, al momento soltanto due giocano in un impianto “mondiale” (l’Al-Wakrah SC nell’Al Janoub Stadium e l’AlRayyan SC nell’Ahmad Bin Ali Stadium) mentre gli altri continuano ad utilizzare il proprio stadio tradizionale. Ciò potrebbe far dedurre che per cinque infrastrutture sportive (se escludiamo lo storico Khalifa International Stadium) della FIFA World Cup 2022 non è previsto un utilizzo sportivo a livello professionistico in seguito al Mondiale, ma è proprio così?

Se questo fosse la realtà, il Paese si scontrerebbe con alcune delle difficoltà già riscontrare in altre edizioni, in questo caso addirittura amplificate data la concentrazione dell’area. Portogallo 2004, Sudafrica 2010 e Brasile 2014 sono alcuni degli esempi di ciò che può avvenire, almeno per alcune infrastrutture sportive, senza una particolare considerazione della fase “post”. Si creerebbero dei cosiddetti “white elephant”, edifici isolati e poco utilizzati che presto cadrebbero in disuso, contribuendo a stabilire esternalità negative, di certo lontane dall’obiettivo posto all’inizio del percorso.

Ma nel caso del Qatar si è provveduto ad un ragionamento diverso, non solo dal punto di vista localizzativo, ma soprattutto da quello costruttivo, capace di interpretare l’architettura “stadio” attraverso un’accezione profondamente diversa.

L’impianto sportivo, innanzitutto, non viene più considerato come permanente. Al contrario, la sua funzionalità e morfologia – deve seguire lo sviluppo del tempo, caratterizzato da momenti di massimo utilizzo (come il Mondiale, appunto) e altri in cui l’esigenza prettamente sportiva cala, lasciando spazio a necessità di natura diversa. Lo stadio viene quindi realizzato non esclusivamente per la FIFA World Cup, e il suo design risponde proprio a questo, ovvero a quel “dopo” che caratterizzerà la vita utile dell’architettura, certamente non definita da 40mila persone che accorrono per assistere ad una partita. Questo record di spettatori viene inteso proprio per ciò che è: un’eccezione difficilmente replicabile e per tale ragione inadatta per una permanente definizione della struttura dell’impianto. Si riprende così il concetto di stadio modulare, smontabile, resiliente, adattabile a diverse esigenze. Potremmo anche sostenere che con Qatar 2022 esordisce nell’epoca contemporanea un modello in grado di trascendere la stessa logica di stadio, almeno come la si intende comunemente, nel senso più classico, concretizzando l’idea di un edificio che funge anche da struttura per lo sport senza però diventarne parte in toto, lasciando spazio ad una funzione alternativa che diviene poi la più importante.

Perché questo Mondiale in fondo è allo stesso tempo in pompa magna e contenuto, con un numero di stadi inferiore alle ultime edizioni e un “compagno” altrettanto ridotto (6 impianti) che si può scovare solo tornando ad Argentina 1978, quando Mario Kempes segnava a raffica nell’Albiceleste allenata da César Luis Menotti.

Una caratteristica a ribasso riscontrabile anche nella capacità degli stadi, attestata a 40mila posti in oltre la metà delle infrastrutture impiegate, come evidenziato dalla seguente tabella.

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Difatti, se confrontiamo questi dati con quelle degli scorsi Mondiali, risulta il quadro espresso dalla prossima tabella, con Qatar 2022 che si attesta al di sotto della media delle ultime sei edizioni (circa 50mila spettatori per stadio).

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Una tendenza che dimostra l’attuale logica nell’organizzare un Campionato del mondo di calcio (ma anche un Europeo), ormai orientata verso la realizzazione di stadi dimensionalmente più contenuti, distanziandosi quindi dalla metodologia attuata da Giappone e Corea del Sud nel 2002, con ben venti impianti utilizzati di cui otto con capienza superiore ai 50mila posti.

Ritornando però al discorso precedente, che confrontava il Qatar con alcune problematiche avvenute ad esempio in Sudafrica e Brasile a Mondiale concluso, è spontaneo chiedersi cosa ne sarà di questi 380mila posti creati per l’edizione 2022. Come già scritto, soltanto l’Al Janoub e l’Ahmad Bin Ali Stadium vengono utilizzati nella Qatar Stars League, ma anche se così non fosse, con un prossimo utilizzo continuativo a livello professionistico degli altri sei stadi, il problema sarebbe lontano dall’essere risolto. I “sold out” sarebbero probabilmente ridotti al minimo, comportando delle inevitabili difficoltà gestionali che a loro volta condurrebbero verso un inesorabile abbandono degli stessi stadi. Da potenzialità questi diverrebbero non solo critiche discontinuità nel tessuto urbano, ma persino fonti di degrado, capaci quindi di declassare l’intero piano qatariota.

Quindi, come evitare tutto questo? La soluzione, secondo il Qatar, consiste nella trasformabilità. Ciò che noi siamo abituati a vedere durante le dirette della FIFA World Cup, ovvero degli impianti sportivi di ultima generazione, sono in realtà degli edifici utilizzati temporaneamente per questa competizione. Escludendo il Khalifa International Stadium, gli altri stadi verranno ridotti di circa la metà della propria capienza, con lo Stadium 974 che verrà addirittura smantellato nella sua totalità. Di quei 380mila posti totali, ne resteranno quindi 190mila, con una media per stadio poco superiore ai 27mila posti. Se a questi però escludiamo le due “eccezioni”, ovvero il Khalifa e il Lusail Stadium (utilizzato per la nazionale), i rimanenti saranno caratterizzati da una capacità intorno ai 20mila posti, ancora superiore alla media della capienza degli impianti della Qatar Stars League, ma comunque con una cifra più avvicinabile (e gestibile) anche in previsione di un’ulteriore e notevole espansione cittadina come previsto dal piano Qatar National Vision 2030.

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Ad ogni modo, al di là del possibile utilizzo per qualche club del massimo campionato di calcio del Qatar, ogni nuovo impianto rappresenta un riferimento nella diffusione policentrica di Doha. Il Lusail Stadium, ad esempio, pur mantenendo la propria funzione calcistica, assumerà il ruolo di “community center” della nuova città in cui è stato costruito, ospitando al suo interno scuole, negozi, bar e cliniche oltre ovviamente a spazi in cui praticare sport. E lo stesso varrà per l’Education City Stadium, presto landmark della cittadella universitaria di Al Rayyan, una delle tante zone in costruzione (o rinnovamento) di Doha.

Per questa ragione la maggior parte degli impianti sportivi di Qatar 2022 non devono essere intesi come un punto d’arrivo, ma piuttosto come l’avvio di uno sviluppo (anche mediatico) molto più profondo. La FIFA World Cup conferirà una notevole visibilità a Doha, ciò è innegabile, tuttavia la programmazione di questo evento appare come uno step collocato in un piano persino più ambizioso, finalizzato a costituire il primo passo per concretizzare una nuova idea di città, impostata secondo un piano urbanistico di cui già è possibile intuire il carattere straordinario. In tale quadro gli stadi del Mondiale potranno certamente offrire la loro funzionalità originaria, ma anche – e soprattutto – rappresentare dei contenitori di servizi per diverse (future) aree di Doha, reinterpretando in modo originale il delicato tema del “post” di cui scrivevamo al principio.

E poi, ovviamente, c’è l’importante tema dell’economica circolare. Smontare completamente o parzialmente uno stadio implica un ragionamento inteso verso il riutilizzo di ciò che appunto viene smantellato. Diverse parti degli impianti di Qatar 2022 verranno infatti distribuiti per realizzare progetti in tutto il mondo, ma è inevitabile pensare ad una futuristica edizione in cui gli stessi stadi potrebbero diventare “itineranti”, fornendo così le loro funzionalità per diverse manifestazioni e avvicinandosi sempre più a quell’indispensabile concetto di sostenibilità totale che rappresenta ormai l’ambizione di ogni progetto contemporaneo.

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