La prima scalata del prezzo della benzina è arrivata nel mese di gennaio, quando l’invasione russa in Ucraina era solo nella mente di Vladimir Putin e nei timori delle intelligence occidentali. Ad accorgersene di questa crescita, oltre ai cittadini, sono state anche le casse dello Stato: nel primo mese dell’anno le accise sui carburanti – scrive Il Sole 24 Ore – sono arrivate a 1,13 miliardi, ovvero il 23,5% in più rispetto al mese di gennaio 2021.
In tutto il 2021, l’aumento di incassi delle accise generate al distributore era stato del 12,1%, circa la metà rispetto all’impennata già registrata nel 2022. I dati del ministero dello Sviluppo Economico affermano che nelle prime quattro settimane dell’anno, il prezzo medio della benzina si attestava a 1,765 euro al litro, e quello del gasolio era a 1,632 euro.
Il mese dopo, a febbraio, la benzina ha viaggiato in media a 1,848, e il gasolio a 1,720: una spinta ulteriore del 4,7% nel primo caso e del 5,4% nel secondo. Prezzi alti ma comunque lontanissimi dai prezzi che si possono leggere oggi sui tabelloni dei distributori di carburanti. Proprio per questo le accise sono tornate immediatamente al centro dell’attenzione della politica.
Tuttavia, attaccare le accise è meno semplice del previsto, per due ragioni: il primo è che quelle sugli autotrasportatori sono già al minimo, e anzi l’alleggerimento fiscale su questo gasolio è il più ricco fra i «sussidi ambientalmente dannosi» che in tempi recenti anche se resi archeologici dall’impennata inflattiva sono stati più volte nel mirino delle proposte di taglio per accelerare la transizione «verde». Il secondo è un problema di coperture, alla finanza pubblica non basta prevedere un’impennata del gettito per coprire nuovi sconti fiscali. Anche questa mossa ha bisogno del nuovo Def, atteso in consiglio dei ministri a fine marzo.