Bper, Carige e Bpm le protagoniste italiane nel risiko bancario voluto dalla Ue

Il risiko delle banche europee è pronto a cominciare. Come spiega Affari & Finanza, inserto economico di Repubblica, è arrivata infatti l’ora delle fusioni transfrontaliere, anche se manca un quadro normativo…

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Il risiko delle banche europee è pronto a cominciare. Come spiega Affari & Finanza, inserto economico di Repubblica, è arrivata infatti l’ora delle fusioni transfrontaliere, anche se manca un quadro normativo omogeneo che possa agevolare lo sviluppo.

A livello nazionale, infatti, ormai la creazione di singoli campioni ormai pare conclusa, anche in Italia. Con patrimoni solidi, quotazioni di Borsa contenute e prospettive di utili crescenti, ora in tanti hanno iniziato a guardarsi intorno: secondo gli operatori il contesto di mercato è propizio per fusioni extra-nazionali e gli indiziati, quando il Covid non farà più paura, i primi indiziati sono i colossi francesi, britannici, tedeschi, italiani.

Il problema, sottolineato anche dalla Bce nei mesi scorsi, è l’assenza di un quadro normativo che possa far avviare questo tipo di operazioni. «Benché attraenti, dal punto di vista della profittabilità e della stabilità, le aggregazioni oltreconfine sono frenate dalla limitata integrazione finanziaria nell’area euro – si legge nel rapporto della banca centrale – I singoli mercati bancari restano disarticolati, e le aggregazioni, complessivamente insufficienti malgrado recenti segnali di recupero, sono limitate a poche ‘costellazioni’ di Paesi confinanti». La Bce, inoltre, indica i possibili rimedi: «Laddove il nostro approccio di supervisione alle fusioni è stato chiarito nel gennaio 2021, un’ulteriore armonizzazione del contesto normativo e del quadro regolatorio potrebbe aiutare a risolvere le cause principali della frammentazione», anche se non è detto che le aggregazioni bancarie siano tra le priorità dell’agenda 2022 di chi governa l’Europa.

Nel 2021, la decina di fusioni oltre il miliardo hanno riguardato quello che una nota di S&P chiama «il tipico consolidamento tra istituti di uno stesso Paese». Un trend che è stato lo stesso lungo tutto l’ultimo quindicennio, considerando che l’80% delle operazioni è “domestico”, con il 60% che riguarda grandi o medie banche che inglobano le più piccole. In Italia, l’ultimo tassello mancante secondo gli operatori sembra essere la creazione del famoso “terzo polo” bancario, alle spalle di Intesa Sanpaolo e Unicredit, che potrebbe nascere dai possibili incastri tra Bper, Carige, Popolare di Sondrio e Banco Bpm. Il primo passaggio dovrebbe essere quello dell’annessione di Carige da parte di Bper (di cui Unipol è il pivot), ma serviranno mesi per rafforzarsi a Sondrio e poi solo in seguito, forse nemmeno nel 2022, potrebbe tornare in auge un negoziato con Bpm. Anche se su quest’ultima resta l’interesse di Unicredit e del Crédit Agricole, che già ci provarono con Bpm e che ci hanno provato anche con Carige.

Tra gli altri paesi, la Germania bancaria è il più frammentato e incompleto dei mercati europei: lavoro a livello di fusione ce ne sarebbe, ma non è detto che avvenga presto anche perché c’è il rischio di una bolla immobiliare che possa mettere in difficoltà i piccoli istituti. Per questo il regolatore locale Bafin ha chiesto alle banche tedesche di alzare i cuscinetti patrimoniali di totali 22 miliardi entro febbraio 2023: mossa che non dovrebbe tuttavia minare le ambizioni di Deutsche Bank, che studia acquisizioni a livello europeo.

Anche Francia e Irlanda stanno ripristinando simili riserve patrimoniali ad hoc, perché le loro banche parino al meglio una possibile crisi post pandemia. E tra le norme, ce n’è una chiamata O-SII che riguarda le banche di “rilevanza sistemica nazionale” (in Italia lo sono Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Mps) che serve per evitare che facendo fusioni gli istituti diventino troppo grandi per poter fallire. I criteri, tuttavia, «potrebbero involontariamente creare disincentivi alle fusioni transfrontaliere», perché «i requisiti dipendono molto dai Paesi in cui la banca ha la sede, e possono variare anche dell’1,75% in caso di fusione», con un generale vantaggio per le banche dei Paesi dove sono più bassi. Un altro motivo che potrebbe portare ad una aggregazione transfrontaliera spuria, tramite filiali già attive in loco, anziché un vero sconfinamento.