Massimo Ferrero (Foto Antonietta Baldassarre / Insidefoto)

«Spregiudicatezza, pervicacia, scaltrezza». Così i magistrati di Paola, in Calabria, definiscono l’operato di Massimo Ferrero, nell’ordinanza che ha portato a chiederne l’arresto nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento di quattro società riconducibili allo stesso patron della Sampdoria. Come riportato da Il Secolo XIX, le manovre iniziano con la creazione di numerose scatole cinesi, secondo gli inquirenti, con una data decisiva: il 9 novembre 2020, quando viene discussa la creazione di un trust per proteggere la Sampdoria (che continua ad essere fuori dall’inchiesta). Vanessa Ferrero, figlia del patron, chiede consiglio a un amico avvocato e riceve una risposta durissima: «Macché messa in sicurezza, in sicurezza rispetto ai creditori. È bancarotta! Non ha altro nome. E se zompa la holding andate tutti in galera».

Nelle carte, inoltre, si fa riferimento anche alla trattativa per la cessione della Samp all’ex capitano Gianluca Vialli e al finanziere americano Jamie Dinan, sfumata per i rialzi di “Er Viperetta”. In una intercettazione tra uomini di fiducia di Ferrero, emerge questa discussione: «Sono riuscito a costruire un trust senza avere limiti. Quindi in realtà io potrei ricevere ordinariamente sul mercato anche ad un prezzo diciamo di mercato valido che ci chiuda tutte le cose… il tema è che se stai chiudendo a ottanta lui dice che vale cento, se stai chiudendo a cento la società vale centoventi. Io sto lavorando per riprendere e lui non lo capisce e mi dice che vuole prendere più di questo. Ma io gli dico Massimo sei fallito. Lui dice di non essere avido ma in realtà vuole sempre di più».

Il 14 aprile 2021, invece, Ferrero è entusiasta, pensando di aver risolto una parte dei suoi problemi grazie «ad un amico ricchissimo che lo vuole aiutare». Il riferimento, secondo il Secolo XIX, sarebbe ad Enrico Preziosi, all’epoca ancora patron del Genoa, che aveva messo sul piatto quasi 30 milioni per l’acquisizione di alcuni immobili romani di Eleven Finance, una delle società di Ferrero. «Ho un mandato – spiega Ferrero in una intercettazione – di 29 milioni, anzi 28,5 milioni per quanto riguarda Hoist (si tratta dell’azienda svedese che ha in mano i crediti deteriorati di Eleven Finance nell’ambito del concordato fallimentare richiesto dalla famiglia Ferrero, ndr) da una persona ricchissima amica mia. Lo abbiamo firmato ieri sera. Certo che va a buon fine – ribadisce di fronte alle perplessità di Diamanti – perché lui poi si tiene gli immobili o gli ridò i soldi. È un amico mio, una persona amica mia. Magari se vorrà prendere qualche locale perché ci vuole fare i supermercati… oppure gli do i soldi».

La spregiudicatezza di Ferrero, spiegano gli inquirenti, emerge anche in un’altra operazione del dicembre 2009 quando «nonostante la situazione patrimoniale e finanziaria (di Ellemme Group, una delle quattro società coinvolte nell’inchiesta su Massimo Ferrero, ndr) fosse caratterizzata da inequivocabili segnali di difficoltà (come risulta dal bilancio al 2008 sono presenti debiti bancari complessivi per 7.038.287 euro), la società ha sottoscritto un contratto per l’acquisto di 15 sale cinematografiche appartenute a Vittorio Cecchi Gori per un investimento pari a 58.500.000 euro, impegnandosi a investire una somma pari a 19.500.000 euro senza averne la disponibilità».

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