Gianni Infantino, presidente FIFA, e Xi Jinping, presidente della Cina (Photo by Fred Dufour - Pool/Getty Images)

L’asse Cina-Arabia Saudita è più forte che mai, e anche il mondo potrebbe saldare questa intesa. Secondo il Wall Street Journal, il regno del Golfo sta facendo sempre più affidamento su Pechino per le sue relazioni diplomatiche ed economiche: la sete di petrolio del Dragone lo ha reso il principale partner commerciale di Riyadh, che dal canto suo fa incetta di armi di fabbricazione cinese.

Il legame tra Cina e Arabia potrebbe addirittura diventare più forte anche quello tra i sauditi e Washigton. «Non fateci scegliere tra la Cina e gli Stati Uniti: le vendite di petrolio devono sostentare la nostra popolazione» ha dichiarato un ministro saudita al WSJ, lasciando intendere la posizione che prenderà il regno del Golfo nel caso in cui le tensioni tra i due giganti dovessero acutizzarsi ulteriormente.

Questa relazione sino-saudita presenta quindi ripercussioni dirette anche per il mondo del calcio, oltre ovviamente alle ripercussioni geopolitiche generali.

Le ripercussioni nel calcio e sui Mondiali

Nel mese di ottobre, i due Paesi hanno firmato un memorandum d’intesa per la collaborazione tra le rispettive federazioni calcistiche. L’accordo riguarda lo «scambio di esperienze nelle aree di sviluppo del calcio giovanile e femminile», con un focus sullo sviluppo tecnologico, sulla costruzione di centri sportivi e l’organizzazione di tornei tra i due Stati.

Insomma, una relazione sempre più solida anche in ambito, che può spostare diversi equilibri in sede FIFA. L’Arabia Saudita, infatti, è ormai diventata uno dei big player del calcio internazionale, avendo acquistato il Newcastle e avendo proposto ufficialmente il controverso studio sul mondiale biennale, al centro dei dibattiti odierni sul futuro dello sport.

E un Mondiale biennale potrebbe rispondere all’interesse della Cina, per la quale la qualificazione alla Coppa del Mondo è diventata ormai una vera e propria ossessione. In tutta la sua storia, il Dragone si è qualificato alla fase finale del Mondiale una sola volta, nel 2002, terminando l’esperienza dopo tre sconfitte in tre partite, con nove gol subiti e zero gol segnati.

Il Governo ha impostato un ambizioso progetto per diventare una potenza calcistica entro il 2030, ma i tentativi di qualificazione sul campo dal 2006 al 2018 non sono andati a buon fine, rimandando di edizione in edizione l’agognato ritorno sul grande palcoscenico. Ritorno che la federazione cinese spera di ottenere anche in via “diplomatica”, studiando la candidatura per ospitare l’evento, dopo aver già accolto Olimpiadi estive, invernali e mondiali di altri sport.

Il mondiale biennale, allargato a 48 squadre, aumenterebbe quindi notevolmente le possibilità cinesi di partecipazione, sia qualificandosi sul campo, sia tramite l’assegnazione dell’evento che verrà disputato con maggiore frequenza (si parla a questo proposito di una candidatura cinese per il 2030, sulla quale aveva messo gli occhi anche l’Arabia). Risulta quindi facile intuire da che parte si posiziona Pechino nella guerra mondiale tra il fronte del Mondiale biennale, guidato dalla FIFA (e sostenuto dall’Arabia), e quello contraria, guidato dalla UEFA.

Cina e Arabia Saudita: due colossi internazionali i cui rapporti vanno a gonfie vele, interessati a espandersi nel mondo del pallone. Una relazione alla quale gli altri attori coinvolti dovranno prestare particolare attenzione, e che potrebbe spostare diversi equilibri per il futuro del calcio internazionale.

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