(Photo by Mark Runnacles/Getty Images)

Con l’acquisto del Newcastle da parte del Public Investment Fund, l’Arabia Saudita entra ufficialmente a far parte del panorama calcistico europeo. È questione di anni, forse anche di mesi, e il Newcastle potrebbe ripercorrere le orme di Paris Saint-Germain e Manchester City, squadre di punta rispettivamente della presenza di Qatar ed Emirati Arabi nel calcio del vecchio continente.

La vicenda PIF-Newcastle, tuttavia, non è soltanto un semplice passaggio di proprietà calcistico. Dietro alla sua conclusione vi sono infatti delicate questioni di politica internazionale, legate alla latente tensione tra l’emirato del Qatar e il regno dell’Arabia Saudita, senza la cui risoluzione la trattiva non sarebbe mai potuta andare a termine.

La crisi tra Qatar e Arabia Saudita

Tutto cominciò nel giugno 2017, quando pericolosi venti di guerra cominciarono a soffiare nel Golfo Persico. Una coalizione compatta di una manciata di Paesi, capeggiata dall’Arabia Saudita, mise in atto durissimo embargo contro il Qatar, nel quale ogni tipo di relazione diplomatica, commerciale e persino territoriale con l’emirato venne interrotta.

La situazione assunse connotati difficili da immaginare: il Qatar, per esempio, uno dei Paesi più ricchi del mondo, si ritrovava da un giorno all’altro senza cibo negli scaffali o nei depositi dei supermercati. Soltanto grazie all’organizzazione di un ponte aereo e all’appoggio, su tutti, di Turchia e Iran, il Paese riuscì a evitare conseguenze rilevanti.

La situazione di tensione è comunque proseguita, tra minacce di intervento militare, spazi aerei interdetti e confini sigillati. Tuttavia, grazie alla mediazione di Stati Uniti e Kuwait, il ghiaccio ha cominciato lentamente a sciogliersi, arrivando a una quasi completa normalizzazione dei rapporti; il “quasi” rimane ancora d’obbligo.

La crisi Qatar-Arabia e la vicenda beIN Sports

Uno dei segni della distensione, forse il più emblematico di tutti, riguarda la controversa vicenda di beIN Sports. In seguito all’embargo, l’Arabia Saudita bloccò ogni forma di relazione commerciale con il Qatar, compreso quindi la trasmissione nel paese dell’emittente qatariota, una delle principali piattaforme televisive mondiali, la prima nel mondo arabo.

Come conseguenza del blocco, nessun appassionato saudita poté più seguire i principali eventi sportivi internazionali, tra cui la Champions League o i massimi campionati europei. Ma non fu l’unica conseguenza: il Qatar accusò infatti l’Arabia di favoreggiamento della pirateria digitale, dal momento che questa avrebbe supportato e permesso alla piattaforma illegale BeoutQ di intercettare il segnare di beIN e di ritrasmetterne i contenuti nel regno e nel mondo arabo, a un prezzo eccessivamente favorevole.

L’accusa fu rispedita la mittente dai sauditi, ma la vicenda fece finire l’Arabia sotto la lente della FIFA e persino dell’Organizzazione Internazionale del Commercio. Come risultato, ai sauditi fu impedita la trasmissione e la diffusione dei principali eventi sportivi internazionali, che paradossalmente divennero fruibili nel regno solo tramite streaming illegali.

Inoltre, la Premier League bloccò la trattativa che il Public Investment Fund portava avanti per l’acquisto del Newcastle: senza la risoluzione delle controversie legate alla pirateria digitale, e senza la rimozione dell’embargo a beIN, non ci si sarebbe mossi di un passo. Ora questa situazione sembra ormai un lontano ricordo: il disgelo tra i due Paesi del Golfo ha portato l’Arabia a rimuovere l’embargo, permettendo agli appassionati sauditi di seguire la Champions League e di completare l’acquisto del club inglese.

La distensione Qatar-Arabia tra PSG e F1

La vicenda beIN e Newcastle non sono stati gli unici segnali “sportivi” del miglioramento dei rapporti tra Qatar e Arabia Saudita. Il Paris Saint-Germain, per esempio, è stato invitato alla Riyadh Season Cup, torneo amichevole all’interno di un evento nella capitale saudita. Si tratta di qualcosa di totalmente inimmaginabile e impensabile fino a qualche mese fa: l’Arabia Saudita ha invitato a giocare sul proprio territorio la squadra-simbolo delle ambizioni di soft power internazionale del Qatar.

Il PSG è infatti di proprietà della Qatar Sports Investment, che a sua volta fa parte della Qatar Investment Authority, collegata direttamente all’emiro Tamim Al-Thani. La presenza del Paris alla Riyadh Season Cup potrebbe quindi avere l’effetto, con le dovute proporzioni, della presenza della delegazione americana nella Cina comunista, ai tempi della politica del ping-pong, quando i due colossi utilizzarono il tennistavolo per simboleggiare l’allentamento delle proprie tensioni.

Il logo di Aramco nella Pitlane del GP di Ungheria (Photo by Getty Images/Getty Images)

Ma i segnali della distensione non passano unicamente dal calcio. Un altro esempio sensazionale proviene dal mondo del motorsport: per la prima volta nella sua storia, il Qatar ospiterà un Gran Premio di Formula 1. Anche questo è un evento totalmente inimmaginabile fino a poco tempo fa: il main sponsor della F1 è infatti Aramco, la compagnia nazionale saudita di idrocarburi, e mai un’impresa qatariota era riuscita ad avvicinarsi al campionato.

Ma la distensione è reciproca. Se la Formula 1 era terreno saudita, alla luce della presenza di Aramco, allo stesso modo la MotoGP era terreno qatariota. Sono anni che il gran premio del Qatar apre la stagione, e ancora nessuno sponsor saudita ha avuto accesso al motomondiale. Tutto questo, perlomeno, fino a qualche mese fa, quando venne annunciata la creazione dell’Aramco Racing Team VR46, figlio dell’accordo tra Valentino Rossi e la società saudita Tanal Entertainment Sport&Media. Anche questo, qualche anno fa, non sarebbe mai potuto accadere.

L’acquisto del Newcastle non è unicamente il simbolo dell’espansione saudita nel calcio europeo. Un’altra volta, lo sport e gli interessi economici della politica internazionale hanno mostrato tutti i loro intrecci, in quella complicata e delicata regione che è il Medio Oriente.

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