Wembley stadio
(Foto: Paul Chesterton, via Onefootball)

Analisi a cura di arch. LUCA FILIDEI

(Master PCGdIS)

Wembley. Basterebbe scrivere questa parola per avviare, promuovere, istituire una discussione legata all’immaginario collettivo. Sette lettere capaci di far riaffiorare reminiscenze legate ad esperienze personali, collettive, o più semplicemente ad un evento guardato alla televisione che proprio in Wembley ha trovato il suo palcoscenico principale.

Perché se ci riferiamo a quello stadio, inaugurato per la seconda volta nel 2007, ma originariamente denominato Empire Stadium da Re Giorgio V e costruito sul sedime di quella utopia architettonica conosciuta come Watkin’s Tower (1896), dobbiamo obbligatoriamente considerare la storia, l’iconicità di un’infrastruttura che non è semplicemente un impianto di calcio.

Del resto, non potrebbe essere altrimenti, non solo per i grandi eventi sportivi organizzati al suo interno (nello storico stadio le Olimpiadi del 1948, le finali di FA Cup e della English Football League Cup, 5 finali di Coppa dei Campioni, il Campionato Europeo di calcio 1996 e il Mondiale ’66), ma anche per manifestazioni planetarie come il concerto Live Aid del 1985, in contemporanea con quello tenuto al John F. Kennedy Stadium (Philadelphia, 1986) o la Freedomfest per chiedere la scarcerazione di Nelson Mandela l’11 giugno 1988.

Momenti, indimenticabili lampi di storia, originalmente accompagnati a mitiche corse di levrieri, gare di speedway e partite come La Battaglia di Wembley (Inghilterra vs Resto d’Europa), senza dimenticare il rugby, il football americano, l’incontro tra Ali e Cooper, e quel sogno mai realizzato da Pelé, che a Wembley non ha mai giocato.

Tuttavia, nonostante storie di assoluto rilievo, gli inglesi hanno sorpreso di nuovo il mondo, motivati da quella voglia di rinnovamento, tipica dello spirito anglosassone, che caratterizza, ancora adesso, la città conosciuta in passato come Big Smoke. La storia, quella con la “S” maiuscola, almeno apparentemente poteva restare custodita dalle mura di altri impianti, l’Old Trafford (Manchester, 1910) e l’Anfield (Liverpool, 1884) su tutti, ma per il principale teatro di Londra era necessario avvicinarsi ai trend più contemporanei, progettando uno stadio polifunzionale dal design moderno, affine a quella gentrificazione ormai avviata nella città.

In fondo, impianti come l’Emirates Stadium (2006) e il Tottenham Hotspur Stadium (2019), definiscono proprio la “corrente” architettonica della capitale, incentrata sul pur doloroso abbandono di impianti come Highbury (1913) e White Hart Lane (1899), considerati difficilmente riattualizzabili per l’uso contemporaneo.

E seguendo tale logica che, dopo l’ultima rete segnata dal tedesco Dietmar Hamann, si è proceduto alla demolizione dell’impianto, smantellando le iconiche Twin Towers che hanno definito lo skyline di Londra dal 1923. Il nuovo Wembley Stadium, progettato dall’architetto inglese Sir Norman Foster in collaborazione con Populous, ridefinisce completamente il sito, pur conservando la traccia del precedente impianto.

Infatti, il footprint della nuova architettura coincide in parte con quella dello storico stadio, modificando, comunque e in modo sostanziale, il profilo urbano dell’area. Un cambiamento apportato principalmente da quell’arco, alto 133 metri, che sovrasta la north stand, enfatizzando il suo compito strutturale ma anche – e soprattutto – quel profondo simbolismo prima appartenuto alle torri del 1923.

In tal senso, l’illuminazione a LED di questo elemento architettonico, aggiornata nel 2014 da Thorn Lighting (partner di EE), definisce anche una conquista nel campo virtuale, incrementando l’iconicità di Wembley anche attraverso le trasmissioni OTT o via satellite. Uno scopo, relativo alla mass-mediatizzazione degli spazi per lo sport e comune all’ultima generazione di infrastrutture sportive, sottolineato persino nella morfologia dell’impianto, caratterizzata da una copertura parzialmente retrattile studiata appositamente per garantire le migliori condizioni adatte ad una ripresa televisiva.

E poi, ovviamente, c’è la multifunzionalità: la piastra che contiene i numerosi spazi di servizio, la galleria arricchita da ristoranti, pub, esclusive aree hospitality che rendono Wembley un attrattivo polo culturale di Londra. Perché dall’esterno lo stadio più iconico della City appare come un grande edificio, con il catino racchiuso da una serie di spazi adatti ad ogni esigenza e capaci di mantenere Wembley uno dei luoghi più vibranti dell’intera capitale indipendentemente dall’evento organizzato.

160 corporate suites con capienze variabili, una sala conferenze da 2080 mq, la prestigiosa Wembley Suite (616 mq), la versatile Venue and Arc (952 mq) e la raffinata Bobby Moore Room (1922 mq), sono soltanto alcune aree che rendono l’impianto uno dei più flessibili al mondo, garantendo continue revenues per tutto l’anno. Un’avanguardia, in questo caso funzionale, che però viene espressa anche nel campo della sostenibilità.

Nell’agosto 2019, il Wembley Stadium (in cui sono stati riutilizzati diversi materiali provenienti dalla struttura del 1923), seguendo i principi delineati dalla FA, ha infatti ottenuto la certificazione ISO 20121. Un traguardo possibile non esclusivamente per la tecnologia e il design dell’impianto (che favorisce ventilazione e illuminazione naturali), ma soprattutto per le collaborazioni avviate con diverse aziende, per esempio Veolia, specializzate nell’ottenere alti standard ambientali.

In questo caso, la società che amministra Wembley ha affrontato il gravoso problema dei rifiuti, riducendo del 66%, attraverso particolari scelte gestionali, la quantità da smaltire. Questa percentuale, in futuro prevista al 70%, viene convogliata in centri specializzati in grado di convertire i rifiuti in calore o acqua calda per circa 48.000 abitazioni. Allo stesso tempo, 16 stazioni di ricarica dell’acqua e la volontà di contenere l’uso di plastica e imballaggi monouso supportano tale scelta, rafforzata anche da originali iniziative come il riutilizzo del terreno dello stadio, in previsione della rizollatura, in vari parchi del distretto.

Una decisione estesa anche al St George’s Park National Football Centre, il centro di allenamento delle nazionali inglesi, in cui sono stati disposti 1.000 pannelli fotovoltaici in grado di generare una notevole quantità di energia. Tuttavia, nonostante queste importanti iniziative, una dei più interessanti aspetti risulta il rinnovamento apportato nel quartiere dal Wembley Stadium, prima catalizzatore e poi instancabile promotore di una sostanziale rigenerazione urbana.

Se guardassimo un’immagine satellitare datata 2003, noteremmo infatti una radicale differenza rispetto all’attuale sito, caratterizzato da un polo in cui si interfacciano sport, entertainment, business, residenze, sempre contraddistinte da una costante evoluzione. Del resto, il Wembley Area Action Plan delinea le strategie per il futuro, anche votate ad un incremento della mobilità dolce e collettiva.

Entrambe sono in fondo incentivate (anche) dalla riduzione dei parcheggi, presenti in quantità ben inferiore rispetto al numero che caratterizzava lo storico impianto (nonostante la recente realizzazione di un parcheggio multipiano a ovest di Wembley). La costruzione del White Horse Bridge (2008) e, in futuro, di un seconda passerella pedonale a nord-est dell’impianto, si allineano a questa logica, avvalorata dal boulevard che connette lo stesso stadio alla stazione di Wembley Park.

Proprio questo “corridoio”, dal carattere mixed-use, è stato recentemente aggiornato con la demolizione della storica rampa di accesso all’infrastruttura del 1923. Realizzata nel ’74, al di sopra di un vasto parcheggio per garantire un più efficace controllo dei flussi, l’iconico elemento architettonico è stato sostituito da una scalinata monumentale (denominata Olympic Steps) che, oltre a definire un nuovo spazio pubblico, elimina la divisione tra est e ovest.

Inoltre, l’intervento di Quintain, promotore dello sviluppo del quartiere, perfeziona anche l’accessibilità allo stadio (la precedente rampa aveva una pendenza eccessiva), inserendo 4 nuovi ascensori che permettono una migliore fruizione da parte di tutti i visitatori. Un continuo progresso, certamente non esente da critiche, che però ha condotto alla nuova vision del Wembley Way: un luogo ormai al centro di Londra che, secondo le previsioni, dovrà contare 20.000 residenti entro il 2027 (con 8.500 nuove abitazioni e 46.000 mq di spazi commerciali e ricreativi in più).

Ma poi, ovviamente, c’è la storia. Immancabile a Wembley. Perché quel nome, “Olympic”, ha un senso solo se si rivolge lo sguardo al passato, quando l’impianto del 1923 organizzava le Olimpiadi del 1948, ben diverse da quelle del 2012 per quel senso di estremo rinnovamento che seguiva l’edizione 1936, disputata in Germania. Un evento, tra i tanti, che rende unico quel terreno di gioco.

Modificato, riqualificato, rinnovato negli anni ma sempre sede di una memoria collettiva che resterà sempre lì, custodita alle spalle della statua di Bobby Moore, capitano e mito di quella nazionale inglese campione del mondo nel 1966 che ci ricorda, proprio al termine dell’Olympic Steps, che stiamo entrando in un monumento mondiale, come a dire: la storia è qui.

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