Lazio Torino tavolino
Claudio Lotito, presidente della Lazio (Foto Andrea Staccioli / Insidefoto)

Il patron della Lazio e della Salernitana Claudio Lotito ha tempo fino a domani per sciogliere il nodo della proprietà. La prima soluzione scelta è quella di un trust: ma cos’è un trust? Lo abbiamo chiesto ad Alessandra Pennuto, Trust & Wealth Planner di Capital Trustees.

Il caso Lotito-Salernitana ha di recente portato il trust, uno strumento di strutturazione patrimoniale di origine anglosassone il cui utilizzo in Italia è ormai consolidato, al centro del dibattito anche del mondo sportivo. Con il trust, il disponente affida dei beni ad un trustee affinché questo li amministri secondo le regole dettate nell’atto di trust, il tutto nell’interesse di uno o più beneficiari, ovvero per il perseguimento di uno scopo specifico.

L’istituto è quindi ugualmente particolarmente idoneo a supportare gli atleti nella definizione di piani di utilizzo del proprio patrimonio, aiutandoli a tutelarsi dai molteplici rischi ai quali li espone l’esercizio della loro attività.

Gli sportivi, infatti, generano la maggior parte della propria fortuna in giovane età, con il rischio di crisi di liquidità a seguito del ritiro dalla scena sportiva. Alla breve durata della carriera si sommano rischi di diversa natura, quali investimenti imprudenti, liti familiari, cause legali e aggressioni da parte di creditori futuri che potrebbero minare l’integrità del patrimonio accumulato.

Il trust consente in questo caso di segregare i beni e proteggerli da eventi avversi, cosicché l’atleta possa disporre di una “cassaforte” utile al sostentamento della propria famiglia, anche a seguito di eventi imprevedibili come un infortunio grave. In caso di assetti familiari complessi, conseguenza per esempio di divorzi, separazioni o figli avuti da diversi partner, potranno inoltre essere disciplinati i rapporti tra i vari membri della famiglia, garantendo il soddisfacimento delle diverse pretese economiche e prevenendo contese sul patrimonio.

Oltretutto, tramite il trust, gli sportivi potranno evitare eventuali sperperi e spese sconsiderate. Il trustee avrà infatti un ruolo chiave di controllo sui beni e di definizione delle possibili strategie di investimento -anche se la loro gestione potrà essere delegata ad un gestore patrimoniale- caratterizzate per esempio da un profilo conservativo ed un orizzonte temporale di lungo periodo. L’atleta non è coinvolto direttamente nelle scelte d’investimento, ma può conferire ad un soggetto di fiducia il ruolo di guardiano del trust, con il compito di monitorare l’operato del trustee.

Alla luce dell’elevato profilo di segregazione offerto dal trust, lo strumento è stato scelto dagli azionisti della Salernitana per gestirne la partecipazione totalitaria e presentare una proposta alla Figc che permettesse la separazione della proprietà del club da quella della Lazio, al fine di escludere conflitti d’interesse all’interno di uno stesso campionato e gestirne al contempo la cessione su un orizzonte temporale di sei mesi.

 

Seppure l’istituto del trust sia idoneo a questo scopo, la struttura presentata sembra non aver soddisfatto i requisiti di indipendenza e terzietà necessari affinché la Federcalcio potesse considerare le proprietà dei due club come due entità distinte.

La limitata dotazione economica del trust, consistente principalmente nei diritti TV, costringerebbe infatti gli azionisti della Salernitana ad effettuare degli apporti successivi, intervenendo dunque nella vita del trust a seguito della sua istituzione. Il modello di trust proposto, prevede inoltre di conferire l’incarico di guardiani a due professionisti troppo vicini all’azionista dei due club, minando dunque l’indipendenza di una figura che ha forti poteri di informazione, nonché di monitoraggio ed indirizzo delle scelte del trustee. Ai fini di un’eventuale approvazione del trust da parte della Figc, la struttura dovrebbe dunque essere modificata con l’obiettivo di aderire alle caratteristiche del cosiddetto “blind trust”, un trust caratterizzato da un estremo livello di segregazione dei beni, che una volta conferiti nel fondo dovranno essere gestiti in totale indipendenza e senza ingerenza alcuna da parte del disponente.

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