Superlega azioni legali
(foto Insidefoto.com)

“Il grande problema che oggi ha il calcio è che il costo del lavoro è sproporzionato rispetto al fatturato che si faceva e che si fa. Andare a ridurre il costo del lavoro è l’unico rimedio”. L’amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta, lo scorso novembre, aveva già indicato la strada: non c’è altra via per il calcio colpito dal Covid se non quella di ridurre quello che rappresenta il principale costo per le società, ovverosia gli stipendi dei calciatori.

Se non fosse che gli unici a non essersi accorti della crisi, stando alle cronache legate al calciomercato negli ultimi giorni, sembrano essere proprio i giocatori. La situazione è identica per tutte le società, colpevoli o meno di malagestione negli ultimi anni: la perdita di fatturato del sistema calcio europeo è tra 5,2 e 6,3 miliardi di euro, con 360 club che avranno bisogno di aumenti di capitale per 6 miliardi complessivi.

In questo quadro, passi indietro da parte dei calciatori che stanno trattando nuovi contratti non se ne sono visti, anzi. Non sono mancate le richieste di stipendi che sarebbero esagerati in una situazione normale, figuriamoci nel momento che vive il calcio oggi. E forse non è un caso se nemmeno giocatori di alto livello come Alaba, in scadenza col Bayern e corteggiato da mezza Europa, siano rimasti senza contratto a poco più di un mese dalla fine della stagione.

Ovviamente è una partita anche quella che si gioca sui giornali, con club, agenti e giocatori stessi che puntano a far emergere la propria versione. Ma quello che emerge è una sensazione, almeno per quanto concerne i campioni più celebrati, in cui tutti si tengano in ostaggio a vicenda, in cui è difficile capire chi abbia il coltello dalla parte del manico (al contrario di quanto avveniva fino al mercato pre-Covid, in cui era sempre dalla parte dei calciatori in scadenza): molti club non possono permettersi di perdere a zero giocatori, considerando le difficoltà nell’andare ad investire molto sul mercato, ma anche gli stessi calciatori non sono più nella posizione di poter chiedere cifre troppo elevate, perché società disposte ad esagerare sembrano non essercene più.

Una situazione di stallo che non aiuta nessuno, in sostanza. Men che meno gli agenti, che rischiano alla fine di essere i veri sconfitti: già nel 2020, quantomeno in Italia, i compensi si sono ridotti di un quarto (da 187 a 138 milioni, -26%), all’interno di un sistema che, per sopravvivere, dovrà andare ad agire pesantemente sul costo maggiore, quello appunto degli stipendi dei calciatori.

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