Regina Elisabetta II
(Photo by Alan Crowhurst/Getty Images)

Imbarazzo e mezze smentite a Buckingham Palace dopo le rivelazioni del Guardian sulle presunte pressioni fatte a inizio anni ’70 dalla regina Elisabetta II per escludere i capi di Stato – e quindi se stessa – dall’obbligo di svelare il patrimonio personale nell’ambito della legge sulla trasparenza dei funzionari pubblici approvata allora.

Esenzione poi in effetti accordata nel testo definitivo dall’allora governo Tory europeista di Edward Heath. In una nota ufficiale diffusa oggi, la corte britannica ha definito “semplicemente sbagliata” l’ipotesi avanzata dal giornale che Sua Maestà possa aver allora minacciato di non controfirmare la legge attraverso il Royal Assent.

Un atto “puramente formale”, ha replicato il palazzo reale, che la sovrana si limita ad apporre in modo automatico, nel momento in cui il governo di turno lo richieda, e che fu rifiutato in un ultimo scampolo di assolutismo solo nel lontano 1707.

La smentita tuttavia è solo parziale. Poiché il Guardian, sulla base di documenti d’archivio desecretati, imputa alla monarchia d’aver mosso all’epoca i propri avvocati per chiedere all’esecutivo una modifica della legge prima che il testo finale fosse sottoposto al Royal Assent, nel 1973.

Intervento legale su cui la nota di Buckingham Palace sorvola, limitandosi a sostenere che la regina avrebbe firmato comunque la norma. La segretezza pressoché totale sulle ricchezze personali della monarca, sulle sue proprietà private, le partecipazioni azionarie, i sospetti trasferimenti finanziari anche in paradisi fiscali, è del resto rimasta in forza fino almeno al 2011.

Mentre il valore esatto del suo patrimonio familiare è tuttora imprecisato: anche se le stime di pubblicazioni come Forbes lo fanno ammontare a diverse centinaia di milioni di sterline.

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