San Siro (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Ci sono cattedrali nel deserto e Cattedrali nel deserto, proprio con la C maiuscola, in giro per l’Europa. Stadi magari pure di grande capienza, nati anche per il calcio, ma che, tra nuovi impianti o idee diverse, ora sono solo dei grandi contenitori vuoti, utilizzati talmente poco quasi da dimenticarsi della loro presenza.

Perché è vero, anche in Italia ci sono stadi magari troppo grandi per le funzioni odierne, magari residui di epoche ormai lontane come il San Nicola di Bari. Che, tuttavia, seppur largamente vuoto viene utilizzato oggi comunque dal club pugliese oggi di De Laurentiis, con la speranza di tornarlo a riempire magari in Serie A nei prossimi anni. Oppure il Sant’Elia di Cagliari, oggi abbandonato (con la provvisoria Sardegna Arena costruita accanto) ma sulle cui ceneri nascerà il nuovo impianto dei rossoblu. E c’è anche il tema Flaminio, altro stadio abbandonato interamente.

Il tema delle cattedrali nel deserto è tornato tuttavia d’attualità anche negli ultimi giorni, tra Milano e Firenze, tra San Siro e Franchi, ma anche tra Sesto San Giovanni e Campi Bisenzio.

I casi San Siro e Franchi

Inter, Milan e Fiorentina hanno fatto emergere una volontà chiara negli ultimi mesi: non c’è spazio per una ristrutturazione degli attuali impianti in cui giocano. Troppo costosa, troppo impattante e senza la possibilità di avere poi a disposizione uno stadio di qualità alta come nel caso della costruzione da zero. Trovandosi tuttavia di fronte ad un tema non di poco conto, ovverosia i pareri discordanti da parte di sovrintendenze, con vincoli vari su due stadi che, è indiscutibile, hanno fatto la storia del calcio italiano.

Per questo negli scorsi mesi era stata inserita nel Dl semplificazioni la cosiddetta norma “sblocca-stadi”, che dovrebbe consentire di superare alcune prescrizioni paesaggistiche e architettoniche delle soprintendentenze quantomeno sulla tempistica, sovvertendo tuttavia anche le priorità: prima la sicurezza e la sostenibilità del progetto, poi la conservazione del bene e il suo valore testimoniale.

Non basta, a quanto pare, però per evitare problemi, come dimostra anche il caso Franchi. Ieri infatti il Ministero per i Beni Culturali ha spiegato che lo stadio Artemio Franchi di Firenze, opera dell’architetto Pier Luigi Nervi non si potrà abbattere ma si potrà intervenire solo sulla struttura esistente, con l’opzione di una copertura integrale e curve vicine al campo.

 

Non che a San Siro la situazione sia molto diversa. Per il Meazza, dopo il via libera dalla Sovrintendenza sul tema del vincolo monumentale, resta in ballo la possibilità che il Ministero intervenga con un vincolo storico. Che metterebbe ulteriormente i paletti tra le ruote per Inter e Milan, che hanno già dovuto rivedere i propri progetti iniziali mantenendo una ampia parte dell’attuale San Siro per rispondere alle richieste del Comune.

Così, sullo sfondo ma nemmeno troppo, resta in piedi le opzioni B, in Toscana e in Lombardia: da una parte Campi Bisenzio, dall’altra Sesto San Giovanni. Con il rischio di lasciare nelle mani dei Comuni di Firenze e Milano due impianti vuoti, prospettiva che anche il presidente della Lega Serie A Paolo Dal Pino ha sottolineato ieri, parlando del Franchi: “Oggi è stato approvato un progetto di riforma e ristrutturazione del Franchi in cui la Fiorentina non crede e non investirà, per cui mi chiedo a cosa sia servita una decisione del genere, se non a lasciar abbandonato lo stadio visto che non sarà ristrutturato”.

Gli esempi de La Cartuja e Montjuic

Cosa potrebbe succedere nel caso in cui i club decidessero di lasciare gli attuali impianti? In Spagna ci sono due esempi che possono tornare utili, tra Siviglia e Barcellona. Stadi fantasma, con due passati nobili e un presente che col calcio ha sempre meno a che fare.

Partiamo da Siviglia, visto che l’impianto in questione è tornato in questi giorni ad essere protagonista ma solo per una gara. Perché nella città andalusa non ci sono solo il Ramón Sánchez-Pizjuán – che ospita le gare interne del Siviglia – e lo stadio Benito Villamarín, impianto casalingo del Real Betis, ma c’è anche lo stadio La Cartuja: 60mila posti, inaugurato nel 1999 e utilizzato per i Mondiali di Atletica dello stesso anno.

Un impianto da 120 milioni, gestito dalla «Sociedad Estadio Olímpico de Sevilla S.A.» partecipata dalla Giunta dell’Andalusia per il 40%, dal Governo di Spagna per il 25%, dal Comune di Siviglia per il 19%, dalla Provincia per il 13% e per il 3% dai due club cittadini, che nei piani originali avrebbe dovuto vedere giocare entrambe. Piani tuttavia modificati, tanto che sia Siviglia che Betis sono rimaste nei rispettivi impianti.

Oggi quindi quali eventi si svolgono a La Cartuja? Finora, dai Mondiali 1999 di atletica, ci sono stati:

  • le finali di Coppa Davis 2004 e 2011;
  • la finale di Coppa Uefa del 2003 tra Celtic e Porto;
  • le finali di Copa del Rey 1999 e 2001;
  • cinque partite della nazionale spagnola;
  • alcune gare di Betis e Siviglia;
  • diversi concerti, da Madonna agli U2 fino a Bruce Springsteen e i Depeche Mode tra gli altri.

Oltre alla finale di Supercoppa di Spagna di questa stagione (che nei piani originali si sarebbe dovuta disputare in Arabia Saudita), verranno giocate a La Cartuja le finali di Copa del Rey dal 2020 al 2023. A livello sportivo, si parla di circa ventina di eventi di primo livello in oltre 20 anni, in sostanza.

 

Non che a Barcellona, zona Montjuic, vada molto meglio. Certo si parla di una situazione diversa, con uno stadio storico raramente utilizzato dal mondo del calcio già prima della sua ristrutturazione avvenuta per i Giochi Olimpici 1992 disputati in Catalogna.

Nel 1997 l’impianto è diventata la nuova casa dell’Espanyol, in seguito alla vendita dei terreni del Sarrià per far fronte ai debiti. Ma già nel 2002 il club catalano aveva acquistato i terreni per quello che sarebbe poi diventato l’Estadio Cornellà-El Prat (oggi RCDE Stadium), l’attuale impianto casalingo dell’Espanyol inaugurato nel 2009.

Dalle Olimpiadi in poi, allo stadio Olímpico Lluís Companys oltre alle gare dell’Espanyol si sono disputate:

  • tre partite della nazionale spagnola;
  • la fase finale degli Europei Under 21 1996 (4 partite);
  • tre finali di andata della Supercoppa di Spagna (1996, 2000 e 2006);
  • la finale di Copa del Rey 2004;
  • gli Europei d’atletica nel 2010;
  • diversi concerti, da Paul McCartney ai Metallica fino ai Rolling Stones e gli Ac/Dc tra gli altri.

Dall’addio dell’Espanyol, in sostanza, eventi sportivi pochi e tanti concerti. Ma lo stadio Olimpico di Barcellona resta una attrazione turistica: d’altronde, è inserito alla perfezione nell’Anella Olimpica, il parco olimpico sul Montjuic, uno dei principali poli della città catalana. D’altronde, come si legge nel bilancio al 31 dicembre 2019 di Barcelona De Serveis Municipals S.A. (la società pubblica che gestisce l’area olimpica così come Park Guell e lo zoo, tra gli altri), l’Anella Olimpica vale 10 milioni di ricavi annui per Barcellona con oltre 800mila visitatori.

Italia vs Spagna, il confronto

Una zona turistica, quindi, che vive comunque anche senza il calcio. Cosa che renderebbe un po’ più complessa la gestione, ad esempio, di San Siro.

Basta dare un’occhiata ai numeri di M-I Stadio, ad esempio, ovverosia la società con soci Inter e Milan che gestisce il Meazza. Prendiamo le cifre dell’essercizio chiuso il 30 giugno 2019, considerando l’impatto della pandemia sui conti del 2020: M-I Stadio nel corso del 2018/19 ha fatto registrare ricavi per 23,4 milioni, di cui tuttavia 8,6 milioni legati all’affitto versato da Inter e Milan e 1,1 milioni per riaddebiti intercompany.

Il resto è relativo a store (3,7 milioni), sponsor (660mila euro), museo e tour (2,2 milioni) e affitto stadi per eventi (5,6 milioni). Quanti di questi ricavi potrebbero rimanere tali anche se Inter e Milan dovessero andare a giocare, ad esempio, a Sesto San Giovanni? Difficile stimarli, anche se altrettanto difficilmente potrebbero rimanere allo stesso livello.

Non per questo a livello burocratico ci si deve inginocchiare a qualsiasi richiesta da parte dei club, chiaramente. Ma il rischio di rimanere con uno stadio vuoto, senza calcio e magari solo per concerti (solo nei mesi estivi) o qualche evento sportivo ogni tanto, andrebbe valutato bene fino in fondo.

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