Stadio Maradona
(Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

«Lo stadio San Paolo resti al Santo che ci ha portato Gesù! Sento con umiltà la grande responsabilità innanzi a Dio di dirvelo». Sono le parole di don Salvatore Giuliano, intervenuto così sul tema del nuovo nome dell’impianto di Napoli.

Come riporta Il Mattino, il parroco della basilica di San Giovanni Maggiore, una delle più antiche della cristianità, ha inviato una lettera al cardinale Sepe per far sì che lo stadio di Napoli resti intitolato al Santo e non sia cambiato a favore del nome di Diego Maradona.

«Eminenza Reverendissima – si legge nella lettera – trovo veramente triste che mentre i potenti cancellano i nomi e i segni della fede dalle nostre città, noi cristiani restiamo in silenzio o, peggio, li appoggiamo».

Stadio Maradona: la lettera dei sacerdoti all’assessore

Un pensiero condiviso da un gran numero di confratelli che si associano alla sua amarezza e si dichiarano disponibili al dialogo e al confronto nel tentativo di trovare una soluzione condivisa. Magari una doppia titolazione.

I preti non hanno preso di buon grado la decisione del vescovo Gennaro Pascarella che in settimana ha dichiarato: «Ben venga l’intitolazione a Maradona del principale impianto sportivo della città, se questo aiuterà la crescita umana e sociale della nostra terra purché non si perda la memoria delle nostre radici e ci siano iniziative culturali che mettano in evidenza i fondamenti greco-romani e cristiani di questo territorio».

I sacerdoti hanno così deciso di rivolgersi alle istituzioni indirizzando una nota all’assessore Alessandra Clemente, che recita: «Il Consiglio dei decani potrebbe valutare la proposta della doppia titolazione, sicuramente equilibrata, e poi passarla ai presbiteri». Un no secco alla cancellazione del nome del Santo, ma un’apertura al San Paolo di Maradona (così come a Milano c’è il San Siro – Meazza). Il giusto compromesso per salvare la fede e onorare il campione.

Nella lettera inviata all’assessore, i preti ricordano anche le debolezze del campione argentino, oltre alla strumentalizzazione propagandistica della vicenda: «Il grande Diego ha sperimentato in modo acutissimo la fragilità umana: è stato cocainomane, si è seduto a tavola con i camorristi di questa città, ha lasciato figli ovunque perché non sapeva coltivare un rapporto d’amore e di fedeltà. Ora è incredibile che un Santo che ha dato la vita per i valori del Vangelo venga scalzato da un calciatore. Ci sembra assurdo che colui che ha portato Cristo nella nostra civiltà sia sfrattato con tanta velocità e con l’assenso incomprensibile di una parte di chiesa silenziosa e sonnolenta».