Fabrizio Vettosi

Riceviamo e pubblichiamo questo intervento di Fabrizio Vettosi, managing director di Vsl Club Spa Investment & Advisory nonché uno dei banchieri di investimento più apprezzati sul mercato italiano.

Partiamo da un dato rappresentato dal seguente grafico.

Si tratta delle fonti di ricavi del sistema calcio in Italia basandoci sui dati 2019. Da questo si evince che, causa pandemia, potrebbero essere minacciati circa 829 milioni di entrate di natura strettamente commerciale, inclusi i ricavi da i ticket-stadio.

Probabilmente non si arriverà ad un azzeramento ma sicuramente ad una rinegoziazione e relativo taglio dei contratti, tenuto anche conto che molti dei ricavi commerciali (sponsoring) vengono negoziati annualmente e, pertanto, sono in naturale scadenza.

Detto questo perché la chiusura degli stadi può influire sullo scenario economico/strategico del club professionistici ?

Una risposta potrebbe arrivarci da un’analisi di regressione prodotta sui dati dei principali club europei (prendendo come fonte Football Money League 2019 di Deloitte su dati 2018).

Personalmente non ho mai creduto alla proprietà dello stadio quale elemento risolutivo dei problemi di redditività diretta delle società di calcio. Uno stadio è un’infrastruttura che i club, alle prese con la sopravvivenza quotidiana, non possono permettersi a livello di Capex (Le spese in conto capitale sono i soldi che un’azienda spende per acquistare, mantenere o migliorare le sue cosiddette immobilizzazioni, quali edifici, veicoli, attrezzature o terreni, ndr).

A ciò aggiungasi che la manutenzione di uno stadio è molto costosa in termini di opex (costi annuali) e che, soprattutto in Italia, l’utilizzo al di fuori dell’evento è una chimera che possiamo raccontare solo sui banchi delle Università.

Tuttavia, indipendentemente dalla bellezza e funzionalità di questi templi dell’era moderna, la partita disputata davanti ad un pubblico numeroso, appassionato e rumoroso condiziona anche il pubblico da casa.

Infatti, venendo ai “numeri” osserviamo che vi è una medio-alta correlazione tra ricavi da ticket e, rispettivamente, ricavi da diritti tv e commerciali.

In sostanza sembra che la sensazione del desiderio di partecipazione all’evento aumenti al sapere che certi match potranno essere difficilmente seguiti dal vivo, semmai per la difficoltà a trovare posto allo stadio; oppure semplicemente perché il vissuto virtuale è più forte anche grazie alla risoluzione delle immagini e dell’audio.

La seconda correlazione (ticket/ricavi commerciali) è ancor più logica se si pensa che la partita è l’evento centrale in Italia su cui si costruisce la comunicazione con i partners commerciali e sponsor attraverso promozioni, merchandising, hospitality, etc.

Fatta questa premessa, si riportano di seguito le curve di regressione da cui il fenomeno appare molto chiaro:

 

In attesa che il Consiglio di Stato si pronunci sulla querelle Sky-R2 e che prenda corpo l’attacco degli OTT ai diritti TV, ci si chiede quale ragionamento abbiano mai potuto fare i tre private equity (CVC, Advent International e Fsi, ndr) che hanno ottenuto l’esclusiva per l’acquisto del 10% della nascente NewCo titolare dei suddetti diritti della LNP.

Appare evidente che, in tale contesto, le concrete possibilità di downside prevalgono sui potenziali upside che spingerebbero un normale investitore di private equity ad investire.

I tre fondi candidati sono guidati da eccellenti ed esperte professionalità del settore e, pertanto, ciò fa sorgere ancor di più il pensiero che, alla fine, si tratti di un mero finanziamento “ben vestito” da operazione di private equity e che, inevitabilmente, porterà la Lega Serie A a spogliarsi definitivamente dell’unico Intangible Asset valorizzabile in casa (i diritti tv).

Concludo con un pensiero rivolto alle Leghe professionistiche minori ed al calcio dilettantistico di base (inclusi under ed over), permettendomi una considerazione politica.

Come evincibile dal primo grafico sopra-riportato, vi è un gap notevole tra i ricavi della Lega Serie A e le altre due Leghe principali, le quali beneficiano di un sistema di mutualità che rischia di saltare e di compromettere definitivamente l’occupazione di ciò che costituisce oltre l’80% degli occupati nel settore professionistico.

Tutto ciò, a cascata, alimenta il calcio di base con i suoi oltre un milione di tesserati (LND, Academy, Over).

Ritengo che sia inopportuna la richiesta di intervento pubblico da parte della Lega Serie A nelle forme pervenute nei giorni recenti. Piuttosto questa (la LNP) dovrebbe cogliere l’opportunità per un’analisi introspettiva volta ad affrontare un serio processo di ristrutturazione che parta dai costi operativi, così come analogamente si sta facendo in altri Paesi.

Se avessimo degli attori pubblici di adeguato livello si potrebbe pensare ad un intervento dello Stato nel calcio professionistico di Serie A attraverso la “nazionalizzazione” dei Diritti TV.

A questo punto a fronte dell’acquisto in blocco da parte dello Stato (e la relativa trasmissione in chiaro dei match), con relativo salvataggio dei club (la maggior parte) deboli dal punto di vista finanziario, dovrebbe esserci un impegno (serio e da far rispettare) dei club di Serie A a tenere un rigoroso equilibrio economico ed a trasferire parte delle risorse ricevute dalla “Nazionalizzazione” dei Diritti-TV alle Leghe minori ed al calcio di base.

Non voglio auspicare uno scenario come sopra, che sostanzierebbe la collettivizzazione della nostra Serie A in stile campionato Iugoslavo degli anni 70’, ma non è nemmeno giustificabile l’ipotesi paventata dai massimi vertici della Lega Serie A di definire un holiday period abolendo le regole previste dalle NOIF e dalle Funzioni di controllo, oppure arrivando ad ipotizzare l’abolizione del cuneo previdenziale e fiscale, al fine di ridurre la componente di costo del personale a carico delle società e per far si che aziende mal gestite continuino a farlo peggio; tutto ciò non andando ad intaccare minimamente la componente netta degli stipendi di “dipendenti milionari” la cui utilità marginale del danaro non è proprio quella di un operaio cassintegrato.