Bolla NBA come funziona
(Photo by Douglas P. DeFelice/Getty Images)

La NBA è stata la prima lega sportiva statunitense a fermarsi e una delle ultime a ripartire, tornando in campo dopo 4 mesi e mezzo di stop: un tempo necessario per organizzare all’interno di Disney World a Orlando un campus isolato dal resto del mondo che ha permesso ai giocatori di concludere la stagione in sicurezza.

Il risultato più importante, oltre al titolo conquistato dai Los Angeles Lakers, è stato proprio quello: 96 giorni nella bolla e zero casi di positività al Coronavirus. Il successo si trova proprio nei numeri: circa 300 giocatori, più di 1500 persone tra staff, medici, giornalisti, addetti alle pulizie, arbitri, familiari, ospiti, hanno vissuto senza che nessuno abbia saltato un test, senza che una delle 172 gare venisse rinviata.

Merito del commissioner Adam Silver. Nel giorno in cui si celebrava la finale vinta dai Los Angeles Lakers sui Miami Heat, la NFL di football aveva rinviato già otto partite a causa dei contagi. Una gara di baseball su tre, ad agosto, era saltata. Sempre America, ma l’NBA ha funzionato come un mondo a parte.

Il 7 luglio, quando al Walt Disney World si erano presentate le ventidue squadre ammesse a concludere la stagione, il piano di Silver era stato definito in un protocollo di 113 pagine. Il costo dell’operazione? Un investimento da 180 milioni di dollari.

Ogni giocatore – scrive la Repubblica – aveva osservato una quarantena preventiva. Le squadre erano state sistemate in tre hotel chiusi al pubblico. Ai piani alti, quelle meglio piazzate nelle due conference. All’arrivo, tampone e isolamento di 48 ore. Il 13 luglio due giocatori sono risultati positivi e mandati a casa in isolamento. Il 29 luglio, nessuno. Il 19 agosto, nessuno.

Chi lasciava la bolla senza autorizzazione si beccava quarantena e test nasale, più invasivo. Ogni giocatore aveva inoltre un anello elettronico in grado di segnalare il contagio prima che emergessero i sintomi. Una snitch-line raccoglieva soffiate anonime su chi sgarrava.

Sul crollo degli ascolti, 20% in meno rispetto alla scorsa stagione, ha pesato la concomitanza con football e baseball. Hanno perso tutti: l’hockey ha segnato -61%, gli US Open -56%, la 500 di Indianapolis il -32%. Nella prossima stagione le arene probabilmente saranno ancora vuote e l’NBA perderà ancora soldi, ma Silver ha dimostrato di sapersi muovere.