(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

La Serie A femminile non intende fermarsi. Le calciatrici vogliono portare a termine la stagione al pari dei loro colleghi. Un campionato che sembrava dimenticato, ma di cui si è tornato a parlare nel Consiglio Federale dello scorso 20 maggio.

Il Consiglio della FIGC – spiega La Gazzetta dello Sport – ha stabilito lo stop definitivo per tutti i campionati non professionistici, ma allo stesso tempo ha deciso di non staccare la spina a quello femminile su cui si vuole compiere una «verifica» per provare a ripartire.

Ieri al Tg3 ne ha parlato il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, che ha riacceso anche la discussione relativa al professionismo: «Niente campionato dimenticato. Il presidente Gravina sta facendo un grande lavoro e io sto già lavorando a una richiesta importante del calcio femminile, che doveva avvenire entro l’estate. Il professionismo sarà uno dei temi della legge delega sullo sport».

Tema di cui ha parlato anche Tommaso Nannicini, il senatore del Pd che firmò l’emendamento inserito nella Legge di Stabilità che dava alle federazioni la possibilità di avviare la svolta professionistica in cambio di uno sgravio fiscale per i club per i prossimi tre anni. «Valuto positivamente la possibile ripresa del campionato femminile. Le risorse previste dall’emendamento ci sono ancora, si tratta di 11 milioni».

La Juventus ha ripreso gli allenamenti individuali da 10 giorni, mentre da questa settimana torneranno a farlo anche Sassuolo e Milan. Le altre sono ancora ferme. Il programma più realistico prevede una ripresa a metà luglio per concludere i sei turni che mancano. Quella di oggi sarà una giornata importante: si riunirà il direttivo della Divisione e dovrebbe essere definito un orientamento.

La volontà è di tornare in campo, mantenendo il protocollo utilizzato dagli uomini e verificarne la fattibilità nelle società femminile, come ha dichiarato Cecilia Salvai della Juventus: «Nessun protocollo più blando. C’è di mezzo la salute, non avrebbe senso dividere fra uomini e donne. Naturalmente bisogna verificare la fattibilità di queste regole nel nostro mondo. E tutto questo ci dice quanto sia importante la nostra lotta continua per arrivare al professionismo».

Chiara Marini, medico sociale della Pink Bari, dice la sua sul peso della responsabilità sulla categoria dei medici: «Si tratta di linee guida che per il nostro momento sono impraticabili. Come faccio, da medico, a poter garantire il rispetto di un protocollo del genere? Non possiamo camuffarci da professionisti se non lo siamo».