Brian Sacchetti della Germani Brescia Leonessa (foto Germani Brescia Leonessa)

«Il basket, rispetto al calcio, vive di sponsorizzazioni territoriali che rappresentano un tessuto sociale della realtà in cui opera. Ma oggi in pochi, forse nessuno, può investire a supporto dello sport se non ha un ritorno e nel nostro mondo, senza ricavi da botteghino e con le piccole quote dei diritti tv, le sponsorizzazioni diventano fondamentali: per questo il credito d’imposta sulle sponsorizzazioni può essere decisivo». L’appello è lanciato da Graziella Bragaglio, presidente della Germani Basket Brescia Leonessa. Sono passati quasi 15 anni dai tempi dei dilettanti della Virtus Brescia, periodo in cui il club lombardo, sotto la guida della Bragaglio (che dal 2013 al 2017 è stata anche presidente della Lega Nazionale Pallacanestro), ha compiuto la scalata fino alla Serie A (dal 2016/17) e anche in Europa partecipando all’Eurocup. Lo stop per l’emergenza coronavirus ha fermato la corsa della Leonessa verso la seconda partecipazione ai playoff negli ultimi tre anni (ko in semifinale nel 2017/18 per mano dell’Olimpia Milano), ma soprattutto ha messo in difficoltà l’intero sistema basket e sport in Italia.

Presidente, partiamo dallo stop ai campionati deciso dalla Federazione: a un mese e mezzo di distanza, crede sia stata la decisione giusta?

«Assolutamente sì. È stata una decisione molto saggia che il presidente Petrucci ha preso anche sulla spinta di tutta la Lega Basket, eravamo nel momento più critico dell’emergenza sanitaria. La scelta di fermarsi e di non mettere in pericolo gli atleti è stata una decisione assolutamente consapevole e presa considerando soprattutto la sicurezza di tutti, in quel momento dovevamo pensare alla salute».

Graziella Bragaglio (foto Germani Brescia Leonessa)

A livello economico, che impatto ha avuto lo stop sui conti dei club di Serie A?

«Un impatto sicuramente pesante. Non voglio parlare di cifre nel dettaglio, ma va considerato che per i club il 20/25% dei ricavi è legato al botteghino, mentre i diritti tv rappresentano una marginalità molto piccola per quello che è il nostro movimento. Le ultime partite le abbiamo giocate a febbraio, avremmo dovuto giocare ancora ad aprile e maggio e poi ci sarebbero stati i playoff: è chiaro che si tratti di una mancanza di introiti rilevante per le società. Nonostante tutto, però, le associazioni di categoria dei giocatori e degli allenatori si sono dimostrate particolarmente vicine ai club, è stato un impatto non facile per quanto riguarda la riduzione delle loro competenze, si sono avvicinati molto alle richieste delle società».

«Quello che andrà valutato ora è l’impatto nella preparazione del budget per la prossima stagione. Io spero che i dati scientifici possano portare il mondo economico e sportivo a far riprendere presto la nostra vita normale. Anche perché il problema non riguarda solo la Serie A o le squadre di punta, ma anche tutto l’indotto legato ai giovani e ai settori giovanili, al minibasket. E vale per tutti gli sport, anche il calcio e la pallavolo. Spero che il mondo del calcio, che fa da traino per tutto lo sport, possa stabilire linee guida su come possano muoversi gli atleti in fase preventiva, in fase protettiva e anche nella fase dell’eventuale contagio, tre fasi in cui dobbiamo stare molto attenti e valutare molto bene. Non vorremmo ritrovarci nella fase in cui ci siamo ritrovati a marzo che è stato per tutti un momento di vera guerra».

Per il calcio si dà per scontato che la ripartenza in questa stagione avverrà a porte chiuse. Per il basket, quando ripartirà, sarà lo stesso?

«Io immagino che l’aspetto scientifico possa portare di nuovo a vivere i palazzetti ma in maniera diversa, come d’altronde già facciamo quando andiamo a fare la spesa o al bar. È qualcosa che dovremo avere nella nostra cultura, se tutti mettono in moto delle misure preventive non avremo problemi in futuro, perché oggi è il Covid ma magari tra tre anni potrà essere qualcos’altro. Misure preventive che credo dovremo mettere in atto anche nei palazzetti, che potrebbero essere adeguati per poter riaccogliere i tifosi, magari distanziati o con protezioni e divisori. A giugno credo capiremo meglio come comportarci, quando inizieremo a vedere i risultati di questa riapertura di maggio. D’altronde l’apertura dei palazzetti in fondo non possiamo certo stabilirla noi oggi».

«Dal punto di vista delle società che devono organizzare budget e sistemare il roster, bisognerà essere abili nel fare una programmazione togliendo quella quota del botteghino che magari nella prossima stagione non sarà del 25% ma della metà. Noi abbiamo la fortuna di avere una struttura nuova come il palazzetto di Brescia, con tanti posti e tanti spazi, magari potremo riuscire a distribuire le persone distanziate, portando anche 3mila spettatori. Certamente cambierà il modo di seguire la partita per i tifosi: il tifoso della curva, abituato ad abbracciarsi e fare casino per sostenere la squadra, difficilmente lo potrà fare. L’impatto emotivo del tifoso è un aspetto che mancherà a tutti noi, sarà diverso e dovremo essere bravi a dare nelle strutture qualcosa in più».

Ricavi da botteghino nella migliore ipotesi dimezzati, ricavi da diritti tv bassi: che peso assumono ora gli introiti dagli sponsor?

«Diventano fondamentali. Il basket, rispetto al calcio, vive di sponsorizzazione territoriali che rappresentano un tessuto sociale della realtà, vuoi per amicizia, per conoscenza, per lavoro, per relazioni. Dobbiamo però anche tenere in considerazione che tutte le aziende sono state colpite dalla riduzione degli introiti. Il mondo imprenditoriale sta vivendo un momento certamente non facile e per le aziende le sponsorizzazioni non saranno certo al primo posto. Per questo già quando stavamo chiudendo la saracinesca sui campionati ho lanciato la proposta sul credito d’imposta sugli sponsor, da portare a livello governativo. Solo così il territorio potrà continuare a supportare lo sport: in fondo oggi in pochi, forse nessuno, può investire a supporto dello sport se non ha un ritorno».

A giugno scade il vostro accordo con Germani per il title sponsor. Ci sono novità per quanto riguarda l’assetto societario?

«Da 4 anni Germani Trasporti e la famiglia Ferrari sono accanto a noi in questo meraviglioso progetto, in pratica da quando siamo in Serie A. Abbiamo potuto anche giocare in Europa grazie al loro contributo. Ora stiamo cercando di coinvolgere la famiglia Ferrari in modo un po’ più continuativo e con un piano innovativo per dare continuità al progetto. Per 11 anni abbiamo guidata la società, anzi l’abbiamo prima ancora costruita, portata in Serie A e in Europa. Il titolo sportivo arriva comunque dalla mia famiglia (il marito Matteo Bonetti era patron della Juvi Cremona, che nel 2009 cedette il titolo a Brescia per partire dalla Serie A Dilettanti, ndr), sono 20 anni che facciamo pallacanestro e la società non è mai passata di proprietà, non è cosa da poco oggi. Abbiamo vinto tutti i campionati, dai dilettanti fino a raggiungere la Serie A, sono stata anche presidente di Lega quando abbiamo approvato la trasformazione della Serie A2. Oggi come oggi mi sento di dire che, dopo tutto questo tempo, possiamo trovare qualcuno che possa aiutarci in maniera più costante. La formula andrà studiata, nei prossimi giorni valuteremo le modalità in cui  supportare progetto che la città si merita. A Brescia ci sono tante discipline sportive e il basket non può di certo finire».

A proposito di questo tema cittadino, ci sono stati contatti con Cellino, patron del Brescia calcio, magari per riunire sotto un unico tetto calcio e basket, in stile polisportiva?

«Qualche contatto, qualche relazione con Cellino c’è stata. Il problema è che siamo due sport molto diversi, anche a livello di gestione degli equilibri economici. Se a livello governativo ci potesse essere possibilità di cambiare, allora si potrebbero fare alcune scelte anche in chiave polisportiva, purtroppo in Italia però non abbiamo scenari come Barcellona o Real Madrid, soprattutto dal punto di vista infrastrutturale».

Negli ultimi giorni diverse società hanno parlato apertamente di difficoltà per la prossima stagione, ultima la Virtus Roma con il patron Toti che intende lasciare. Si aspetta problemi anche per altri club?

«Bisogna immaginare i problemi che emergono, ad esempio, per una società che ha preparato un budget e costruito un roster con tutti gli scenari che puntano al raggiungimento dei playoff, che è una voce di budget elevata anche per quanto riguarda gli introiti. Venendo a mancare una fonte di ricavi così importanti o proprietà e consorzi mettono a disposizione risorse proprie oppure devono arrivare supporti o aiuti a livello governativo. E tutto questo non riguarda gli atleti, che da un certo punto di vista sono tutelati, ma gli altri rapporti di lavoro per cui ci sono più difficoltà. Penso ai ragazzi di 25/30 anni che lavorano ‘dietro le quinte’, certo ci sono i bonus e le indennità dal Governo ma come si fa a vivere con queste risorse senza avere idea di come sarà il futuro. Questo a volte spaventa e spaventa anche le proprietà. Le dichiarazioni di Toti sono un dispiacere, è un dispiacere pensare che la capitale non possa avere una squadra come era il Banco di Roma qualche anno fa, però dobbiamo fare i conti con una serie di problemi che magari un anno fa non c’erano».

Sul tema stipendi, come crede cambierà la situazione per la prossima stagione? Vedremo un calo degli ingaggi per giocatori e allenatori?

«Per chi ha giocatori con contratti pluriennali, la situazione è già stata probabilmente valutata nella situazione legata allo stop del campionato 2019/20. Diverso sarà per chi ha giocatori in scadenza, gli ingaggi dovranno essere rivalutati e saranno probabilmente al ribasso, anche perché tutto il mondo economico non credo possa avere una ripresa repentina, a maggior ragione noi che produciamo emozioni, non qualcosa di materiale. Per questo anche la ripartenza del calcio diventa importante, è dettata dalle necessità economiche ma anche è legata all’aspetto emotivo e trainante per tutto il mondo dello sport. Con tutte le norme di sicurezza e la salute al primo posto, chiaramente».

Parlava di aiuti dal Governo. Nel DL Rilancio ci sono diverse norme legate allo sport: pensa possano aiutare effettivamente?

«L’aiuto più importante secondo il mio parere rimane il credito d’imposta sulle sponsorizzazioni e spero venga messo in atto presto. In questo modo si stimola l’attività del territorio a dare supporto allo sport ma non solo, anche ad esempio alle associazione che lavorano con i disabili e i settori giovanili. Se andasse in atto il credito d’imposta darebbe aiuto non solo allo sport, ma anche a tutto il territorio. È una cosa fondamentale che va regolamentata, va trovata una formula per come poterla gestire. Ci sono già norme per gli altri settori come l’editoria, andrebbe fatta una norma ad hoc per le sponsorizzazioni, che valga anche per lo sport di base. Pensiamo al piccolo imprenditore, l’artigiano o il bar che sosteneva una polisportiva di ragazzi, come può pensare a sostenere anche una piccola realtà sportiva che non riesce più a far fronte ai costi legati all’attività».

«Serve proteggere anche lo sport di base, altrimenti costruiremmo un mondo di disadattati: pensiamo a cosa succederebbe senza lo sport per i giovani. Anche il presidente Petrucci più volte ha sottolineato che dobbiamo far ripartire l’attività di base. Pensiamo a un bambino di 7/8 anni chiuso dentro casa per tre mesi, bisognerà capire quali saranno l e problematiche che dovranno venire affrontate anche a livello di allenatori e gestione dei settori giovanili la prima volta che prenderà la palla in mano dopo tutto questo tempo. Non è una cosa così scontata, facile, sotto l’aspetto emotivo e psicologico. Anche per i genitori, se i miei figli non possono fare attività sportiva come li gestisco a livello emotivo e di salute. Dobbiamo crescere una società che abbia lo sport di base al centro, per l’importanza che ricopre a livello sociale».

Per i club il crowdfunding può essere una soluzione in questo momento?        

«Potrebbe essere una soluzione. Faccio l’esempio di Trento, anche se non è un vero crowdfunding ma una realtà molto bella costruita da aziende del territorio, imprenditori e anche tifosi. Ci vogliono strumenti di preparazione per questo aspetto, andrebbe pensato bene. Il problema dello sport, tuttavia, è che per un proprietario è difficile rinunciare a tutto quello che consegue dall’essere al vertice di una società che magari ha creato e fatto crescere e da cui ha ricevuto visibilità, relazioni e opportunità di sedersi in contesti in cui magari non sarebbe mai potuto entrare».

«Non è facile rinunciare a tutto questo. Lo sport è un veicolo importante di rapporti, conoscenza su territorio. La difficoltà per me è questa, devi avere la capacità di staccarti dall’aspetto emotivo, staccarti da quello che hai fatto per farlo gestire da figure competenti. Poi a quel punto sì, si possono sviluppare attività come il crowdfunding e similari, per riuscire ad affinare l’ingegno perché è l’unica soluzione ad oggi».

Tornando sull’aspetto sportivo, uno dei temi sul tavolo è il format della Serie A: secondo lei qual è il numero giusto di squadre?

«Tra 16 e 18 cambia poco. In maniera egoistica posso dire che per le squadre che fanno doppio campionato, considerando Serie A e coppe, sarebbe giusto un campionato a 16. Però penso anche che alle squadre che non fanno un doppio campionato vada data la possibilità di poter giocare, di non finire il campionato a metà aprile e avere qualche giorno in più di spettacolo. Credo sia il numero giusto per pensare al campionato in modo corretto».

Per tornare a 18 squadre nel prossimo campionato sarà Torino a venire promossa, anche se prima deve esserci la cessione da parte del patron Sardara, già proprietario della Dinamo Sassari. Come valuta la scelta di Torino?

«Credo che il ritorno in Serie A di Torino sia una cosa positiva, è una grande città, ha grandi strutture molto belle. Il lavoro di Sardara è stato importante, spostando il titolo sportivo da Cagliari a Torino con l’aiuto delle normative federali per far ripartire il basket anche lì. Ora la situazione è molto delicata, una scelta la dovrà per forza fare visto che la normativa non prevede che una proprietà abbia due squadre. Torino è una città che ha vissuto di basket, spero e mi auguro che questo progetto possa effettivamente andare in porto»