Il calcio dilettantistico dopo il Coronavirus
Massimiliano Carnevali

A Cormano, comune dell’ex cintura operaia di Milano, è conosciuto da tutti come “il Mister”.

Quarantotto anni, molti dei quali passati sui campi di calcio, prima come giocatore e poi come allenatore nel calcio dilettantistico e di base, Massimiliano Carnevali, assieme a tanti altri come lui in Italia, è uno degli invisibili protagonisti del pallone italiano.

Uno di quelli che, lontano dalle luci della ribalta del grande calcio professionistico, puoi ancora vedere tirare le righe del campo prima di una partita, sistemare le reti delle porte e portare il the caldo negli spogliatoi della squadra avversaria.

Con Max, che è uno dei circa 25mila tecnici abilitati e tesserati Figc (da questa stagione fa parte dello staff della juniores del Meda 1913), ma che è anche l’allenatore di una squadra di calcio a sette, la Nuova Molinazzo, più volte campione regionale della Lombardia e campione d’Italia 2014 nel campionato di Eccellenza organizzato dal CSI, abbiamo provato a capire concretamente, cercando di andare oltre le fredde statistiche, quali saranno le conseguenze della crisi economica legata all’epidemia di Covid-19 sul calcio dilettantistico e amatoriale in Italia.

Max, che cosa sta succedendo nel calcio dilettantistico?

Prima di rispondere è necessario fare una premessa. In Italia l’attività calcistica dilettantistica e amatoriale può essere suddivisa in due grandi famiglie. Da un lato ci sono i campionati organizzati dalla FIGC tramite la Lega nazionale dilettanti (LND), che vanno dalla terza categoria fino alla Serie D, dall’altro ci sono i campionati gestiti dagli enti di promozione sociale, tra cui il più importante in termini numerici è sicuramente il CSI.

Le società sportive dilettantistiche iscritte ai campionati FIGC, e in particolare quelle iscritte ai campionati di Promozione, Eccellenza e Serie D, si sostengono principalmente grazie agli sponsor, oltre che ai contributi dei proprietari, che in molti casi sono essi stessi gli sponsor. A queste entrate si aggiungono poi le rette incassate per le iscrizioni alle scuole calcio dei bambini fino ai 12 anni e gli introiti legati ai biglietti per assistere alle partite e ai proventi dei bar, specie durante la stagione dei tornei estivi.

Grazie a tutte queste risorse le società dilettantistiche riescono a coprire i costi di gestione che vanno dai rimborsi spese riconosciuti a calciatori, allenatori e dirigenti, cui si aggiunge l’affitto del campo di gioco e di allenamento, che spesso è di proprietà comunale.

Detto questo, nel momento in cui ci troviamo ad affrontare una crisi economica come quella che stiamo vivendo oggi dopo la diffusione a livello globale dell’epidemia di Coronavirus, le risorse messe a disposizione da proprietà e sponsor rischiano di diminuire drasticamente.

Quali possono essere le conseguenze?

Molte società rischiano seriamente di non farcela. Come ha sottolineato di recente il presidente della LND, Cosimo Sibilia, circa il 30% delle squadre aderenti alla Lega nazionale dilettanti potrebbe trovarsi nelle condizioni di non poter iscriversi ai campionati 2020-2021. Stiamo parlando di circa 18 mila società su 60 mila. Si tratta di una situazione per certi versi simile a quella che abbiamo vissuto nei primi anni dello scorso decennio a causa della recessione globale seguita al crack di Lehman Brothers e alla crisi dei debiti sovrani che ha avuto pesanti ripercussioni sull’economia italiana e di rimando sulle società di calcio dilettantistico.

Che cosa ti aspetti possa succedere?

Credo che possa ripetersi quello che accadde allora, ovvero che molti calciatori che attualmente militano nei campionati dilettantistici organizzati dalla FIGC, non potendo più essere pagati, possano decidere di lasciare l’attività agonistica o in alternativa continuare a giocare nei campionati organizzati dagli enti di promozione sportiva. In uno scenario come questo un calciatore potrebbe pensare: chi me lo fa fare di fare tre-quattro allenamenti a settimana oltre alla partita e non prendere i soldi che prendevo prima?

Questo farà aumentare il movimento legato all’attività prettamente amatoriale. Che rimane pur sempre attività agonistica, ma amatoriale, nel senso che non è riconosciuta dalla federazione. Quindi sia che vinci sia che perdi, a livello economico, cambia relativamente poco, visto che non c’è il passaggio di categoria che può aprire le porte al professionismo.

Che cosa è accaduto nel 2010? Raccontaci la tua esperienza?

Come dicevo, molti calciatori che avevano avuto esperienze di livello in campionati organizzati dalla LND, hanno deciso di giocare per passione nei tornei organizzati dagli enti di promozione sportiva, non solo senza essere pagati ma anzi pagando essi stessi per poter giocare. Questo ha comportato un innalzamento del livello tecnico e atletico di questi campionati. Nel campionato di Eccellenza di calcio a sette organizzato dal CSI, ad esempio, arrivarono giocatori dotati dal punto di vista tecnico e abituati a ben altro sforzo fisico e di conseguenza tutto il movimento ne ha giovato. Il livello del campionato è diventato più alto. Io personalmente, dalla panchina del Molinazzo, ho visto crescere dal punto di vista numerico le persone che venivano a vederci, proprio perché la qualità dei giocatori in campo era cresciuta. Nella mia squadra sono arrivati giocatori che avevano avuto esperienze in Promozione, Eccellenza e Serie D e che, in un paio di casi hanno avuto esperienze con i professionisti, perché hanno giocato anche in Serie C.

E i risultati sul campo si sono visti?

Con quel gruppo di giocatori ci siamo tolti non poche soddisfazioni. Nel 2010-2011 abbiamo gettato la basi perché questa squadra diventasse nel 2014 campione d’Italia nel campionato di calcio a sette organizzato dal CSI. Dal 2012 siamo stati tre volte campioni provinciali di Milano, due volte campioni regionali in Lombardia, vincendo anche una coppa di categoria.

Pensi che il calcio a sette possa in futuro ottenere un riconoscimento maggiore in ambito federale?

Difficile dirlo. Oggi la FIGC riconosce il calcio a sette soltanto per le scuole calcio, mentre per gli adulti non esiste un campionato FIGC. Anche perché questa variante del gioco del calcio è diffusa soprattutto negli oratori del Nord Italia, mentre in altre zone d’Italia, penso a Roma e al Lazio, esistono altre varianti, come il calciotto. Il fatto che la FIGC non abbia mai preso in considerazione queste discipline lascia adito a interpretazioni di regole, ad esempio per quanto riguarda la dimensione dei terreni gioco. Se la Figc riconoscesse il calcio a sette potrebbero essere fissati degli standard e provare a far crescere questo tipo di disciplina.

Fantastichiamo. Come la vedresti una Serie A del calcio a sette con tutti i grandi club e in campo anche qualche campione a fine carriera?

Potrebbe essere un bello spettacolo e attirare anche l’interesse delle tv. Il calcio a sette è un calcio estremamente tecnico ma a condizione di essere fisicamente al top.