(Foto Andrea Staccioli / Insidefoto)

Una vita da calciatore professionista non è sufficiente a garantire un’esistenza priva di difficoltà dal punto di vista economico-finanziario. Lo sostiene uno studio di Guglielmo Stendardo, ex difensore di Lazio e Atalanta e oggi avvocato e docente di diritto sportivo all’università Luiss, che ha raccontato il fenomeno allarmante.

In Europa, il 40% dei calciatori professionisti è a rischio povertà appena cinque anni dopo il ritiro. Una percentuale che si alza al 60% se guardiamo solamente all’Italia. Il nostro Paese conta 3mila professionisti e, ha spiegato Stendardo a “Leggo”, appena il 10% guadagna abbastanza da poter vivere di rendita.

Tutti gli altri, invece, hanno bisogno di capire come reinventarsi una volta giunti a fine carriera. Da questo punto di vista, l’istruzione può rappresentare un problema, perchè sette calciatori su dieci hanno solamente la licenza media. E il momento peggiore, secondo Stendardo, inizia quando non è più possibile mantenere – successivamente al ritiro – il tenore di vita acquisito durante la propria carriera.

«È lì che iniziano i disastri», sottolinea Stendardo, che propone la sua soluzione, già in voga negli USA per i giocatori Nba, dove ci sono società finanziarie specializzate nella cura degli interessi dei colossi del rugby e del basket. Secondo l’ex difensore la soluzione è la creazione di un fondo di accantonamento per almeno 5 anni e la creazione di polizze che rendano in forma di vitalizio per l’atleta.

Tutto questo cercando di evitare operazioni finanziarie o consigli sbagliati, che possano portare a dilapidare il patrimonio accumulato. Secondo Stendardo, «in troppi fanno errori di valutazione, ma spesso sono preda di manager e agenti senza scrupoli che non fanno gli interessi dei calciatori».

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