Uva nuovi stadi Italia
Michele Uva, vice presidente della Uefa (Foto Antonello Sammarco/Image Sport/Insidefoto)

Michele Uva, vicepresidente dell’UEFA, è tornato a parlare della questione razzismo. Lo ha fatto durante un’intervista a “Radio Punto Nuovo”, nella quale ha spiegato: «Condivido le parole di Ceferin, le abbiamo analizzate insieme. A Roma ha fatto i complimenti alla Federazione per come stavamo facendo passi in avanti, ma da febbraio 2019 ad ora la situazione è peggiorata e non ci fa piacere».

«È necessario prenderne coscienza e passare ai fatti – ha aggiunto –, perché le regole ci sono e vanno applicate. C’è bisogno della collaborazione di tutti. L’UEFA ha un protocollo chiaro, il razzismo in altre federazioni è quasi scomparso invece qui in Italia aumenta e non si capisce il motivo. Il male più grosso è non avere il coraggio di condannare gli episodi, o di bloccare le partite anche se ieri fortunatamente non è successo».

«L’argomento è un punto focale nello sviluppo del calcio – ha proseguito ancora Uva –, non solo negli stadi ma partendo dalla base, dai giovani. Parlo da papà di un ragazzo, per il quale è normale avere frequentazioni con persone che non sono nate in Italia. Il fenomeno aveva attraversato una fase di grandissima regressione, ma non mi spiego l’andamento dell’ultimo anno perché non me ne occupo più».

A proposito della responsabilità oggettiva, Uva ha spiegato: «Che la responsabilità oggettiva diventi un’arma di ricatto da parte dei gruppi organizzati e il razzismo venga strumentalizzato, non posso che essere d’accordo. Nel momento in cui viene organizzato un evento, non importa chi è proprietario dell’impianto: chi organizza l’evento ha tutti gli strumenti per impedire questi fenomeni, quindi gli stadi di proprietà non incidono sulle misure da adottare».

«L’Uefa – ha spiegato ancora Uva – lavora sulle proprie competizioni e sulle squadre che vi partecipano: come vedete, nelle gare europee certe cose non accadono con frequenza. Istituzioni e club nei vari paesi dovrebbero dire basta, senza proteggere i delinquenti che non si possono definire tifosi».

«La Figc sa bene che c’è un protocollo chiaro, non è detto che funzioni in tutti e 55 paesi perché va adattato alle singole nazioni, però una traccia esiste ed è ricompresa nelle norme federali. Invitiamo tutte le federazioni a studiare queste regole e adattarle. Chiaramente se il fenomeno cresce in un contesto, dei messaggi politici devono arrivare e non ne siamo felici. Spero che tutto questo presto passi, perché l’Italia deve farsi notare per i suoi campioni e non per questi eventi che danneggiano una bellissima nazione», ha concluso.

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