Il Fair Play Finanziario dalle origini alla riforma del 2018
Uefa Logo (Photo credit should read FABRICE COFFRINI/AFP/Getty Images)

L’introduzione delle regole del Fair Play Finanziario da parte della UEFA nel 2011 (anno della prima rilevazione) ha avuto un effetto positivo, rapido e consistente sul conto economico dei club dei maggiori campionati europei, ma non si è ancora tradotta in un miglioramento generalizzato dello stato patrimoniale e in particolare del debito in relazione alla generazione di cassa.

Il risultato suggerisce la possibilità di estendere le regole del Fair Play anche in quella direzione, secondo quanto rileva “Does Financial Fair Play Matter?”, uno studio di tre ricercatori della Bocconi (Ariela Caglio, Donato Masciandaro e Gianmarco Ottaviano) e uno di ENS Paris Saclay (Sébastien Laffitte), presentato oggi alla Bocconi.

Nel 2010, tra i club iscritti alla massima divisione in Francia, Germania, Inghilterra, Italia e Spagna, uno su due perdeva denaro e le perdite totali ammontavano a più di 1,5 miliardi di euro all’anno – più del doppio rispetto al 2007.

Con l’introduzione del Fair Play Finanziario i club, se in un determinato anno non vogliono incorrere in sanzioni che possono culminare nell’esclusione dalle competizioni europee organizzate dalla UEFA, devono registrare nei tre anni precedenti un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite “rilevanti” (“break even result”), consentendo solo deviazioni “accettabili”, quantificabili in una differenza massima che, a seconda dell’intervento o meno di contributi da parte dell’azionista, può variare dai 5 ai 30 milioni di euro.

Gli autori hanno raccolto i dati pubblici di bilancio dei 150 club che, tra il 2008 e il 2015, hanno militato almeno una volta nella massima divisione di uno dei cinque paesi, suddividendoli in due gruppi – i club che tradizionalmente hanno maggiori ambizioni di partecipazione alle competizioni internazionali e gli altri.

Trovano che, dopo l’introduzione del Fair Play Finanziario, la differenza tra ricavi e costo del lavoro è aumentata non solo per tutti i club (in media di circa 5 milioni di euro all’anno dal 2011 al 2015), ma in modo molto ancora più netto per le società con maggiori ambizioni internazionali (in media di circa 20 milioni di euro all’anno). Allo stesso modo, tale differenza è aumentata maggiormente per i club più indebitati che per i club meno indebitati.

In particolare, la differenza tra ricavi e costo del lavoro per i club con maggiori ambizioni internazionali è cresciuta in media di circa il 40% superando ampiamente il livello iniziale 60 milioni di euro dopo l’introduzione del Fair Play Finanziario. L’analisi econometrica rivela che circa tre quarti di questa crescita non ci sarebbe stata senza l’introduzione del Fair Play Finanziario.

La crescita osservata della differenza tra ricavi e costo del lavoro è il risultato di una crescita di entrambi i termini, con i ricavi che hanno registrato un aumento più consistente dei costi. Non si rilevano invece cambiamenti statisticamente significativi del rapporto debito/cash flow.

La differenza tra ricavi e costo del lavoro disponibile nei dati pubblici è però una misura approssimativa del saldo tra entrate e uscite “rilevanti” monitorato dal Fair Play Finanziario. La UEFA ha quindi replicato l’analisi sul proprio database proprietario, costruito ai fini di monitorare gli effetti del Fair Play Finanziario.

I risultati reddituali vengono confermati anche nel caso delle entrate e uscite “rilevanti”, Il cui saldo dal 2011 al 2017 è aumentato in media per tutti i club e in modo molto più netto per le società con maggiori ambizioni internazionali e per quelle inizialmente più indebitate. La fonte di reddito che è aumentata di più sono le sponsorizzazioni, un’indicazione di come le imprese vedano nel calcio un investimento in immagine più redditizio che in passato.

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